Oltre il Genova Pride

Strane presenze al Genova Pride 2009

gay e trans migranti in lotta contro razzismo e omofobia

29 / 6 / 2009

Il rapporto fra i movimenti genovesi e il pride nazionale, svoltosi quest’anno nella nostra città, è stato nel contempo contraddittorio e occasione di interessanti incontri per futuri percorsi.

A Genova abbiamo iniziato a parlare di Pride con molta diffidenza: il comitato organizzatore faceva di tutto per ribadire il carattere apolitico dell’iniziativa, per smussare gli angoli del rapporto con la destra di governo e con la curia locale (che come molti sapranno non è delle migliori); l’ultima edizione bolognese aveva visto pesanti scazzi fra organizzatori e compagni ed inoltre Genova non è una città “facile” per le tematiche LGBTQI.

Avevamo alle spalle l’esperienza di un PRIDE LAICO, organizzato in occasione della visita del papa a Genova nel 2008, abbastanza ben riuscito: un percorso che aveva visto realtà universitarie, centri sociali, collettivi femminili e femministi e gruppi LGBTQI genovesi organizzati assieme contro un Vaticano all’arrembaggio della laicità. alcune azioni, molte discussioni interessanti, un bel corteo finale sotto un impietoso diluvio. Bel percorso appunto, ma non aveva avuto grande continuità, era parecchio che non ci vedevamo più...

In compenso stavano nascendo 2 nuovi percorsi di collaborazione con realtà LGBTQI Genovesi.

Avevamo in corso una interessante esperienza, forse unica in Italia, di collaborazione fra la Comunità di S. Benedetto al Porto e la comunità transessuale di una zona del centro storico, il cosiddetto ghetto. Un’esperienza nata dall'esigenza di difendere i diritti dei trans che da quarant'anni vivono e lavorano nei vicoli della città, che in nome della sicurezza l'amministrazione vorrebbe chiudere.

Avevamo inoltre appena iniziato un percorso comune fra Csoa Zapata, universitari dell’Aut Aut ed un gruppo di migranti gay, trans e bisessuali, il collettivo “Cuerpos Libres”: in prevalenza sudamericani, stavano collaborando da un po’ con Luca Queirolo (amico di vecchia data e ricercatore dell’Università di Genova), parlavano della doppia discriminazione cui esponeva la condizione di migrate e gay o trans, della difficoltà di trovare un lavoro, di conservare il permesso di soggiorno, della prostituzione spesso come unica possibilità dettata dalla mancanza di alternative.

Con questi compagn* di viaggio abbiamo parlato di come oggi più delle frontiere geografiche siano i corpi stessi a rappresentare i confini fra diritti e negazione di essi, fra legalità e clandestinità, fra visibilità ed invisibilità: corpi che affondano nel Mediterraneo respinti alle frontiere, corpi rinchiusi nei lager italiani o libici, corpi che si muovono e migrano spinti dalla guerra, dalla fame, dai desideri, dai sogni, corpi che lavorano per pochi soldi costretti dal ricatto della clandestinità, corpi che cambiano, che si trasformano, che seguono i propri orientamenti, corpi che vogliono vivere e morire in base alle proprie esigenze e non in base ad una morale religiosa che si fa legge.

Sia le battaglie dei migranti, sia molte delle battaglie LGBTQI, così come quelle in difesa della laicità e per l’autodeterminazione delle donne, come anche molte battaglie per la tutela e la conquista del “comune”, hanno i nostri stessi corpi come protagonisti della lotta e nel contempo come oggetto principale delle nostre rivendicazioni.

Ci piaceva molto, oltre alle battaglie per i diritti di tutti/e che questo collettivo portava avanti, il loro modo di fare, aperto e concreto (estraneo agli equilibrismi del comitato organizzatore del pride e di Arci gay), interessato soprattutto a permettere a centinaia di migranti che vivono a Genova di potersi esprimere per ciò che sentono senza timori, a far crescere il dibattito e la consapevolezza su queste tematiche, a promuovere battaglie che travalichino la questione sessuale e che riguardino i corpi, il loro diritto a muoversi, a cambiare, a trasformarsi, a vivere ed a morire fuori da costrizioni, frontiere e recinti.

La conoscenza con “cuerpos libres” ha portato all’organizzazione di alcune assemblee, di una festa di migranti gay e trans allo Zapata e di un dibattito pubblico all’Aut Aut sul pacchetto sicurezza e la condizione migrante.

Intenzione esplicitata di “cuerpos libres”, fin dall’inizio della conoscenza, era quella di organizzare un carro di migranti LGBTQI al pride del 27 giugno.

Un carro che ribadisse che la lotta per difendere la libertà sessuale non può essere divisa da quella per rivendicare diritti di cittadinanza per tutti/e, un punto di riferimento per i migranti gay, trans, etero che vivono a Genova. Un carro interno al pride che rivendica al contempo la sua autonomia dagli organizzatori, il diritto di portare in piazza tutta la forza delle loro battaglie.

I rapporti avuti dai nostri compagn* di percorso nelle settimane precedenti al pride con il comitato organizzatore e le sue uscite pubbliche ufficiali ci hanno confermato le perplessità che già avevamo: l’organizzazione era più rigida che ad un corteo di partito, per partecipare bisogna pagare una “quota” (un’inezia per le grandi organizzazioni ma un ostacolo concreto per i piccoli gruppi).

Il comitato organizzatore sembrava troppo preoccupato di mantenersi in equilibrio fra i vari “poteri forti” locali e nazionali, diceva poco o nulla su una destra xenofoba e omofoba al governo ed una sinistra invischiata in paludi filo vaticane e giustizialiste, ed era forse incapace di cogliere l’importanza di esperienze di autorganizzazione della comunità GLBTQI italiana e migrante.

Alla fine è arrivato il pride e 200 mila corpi hanno spazzato via in poche ore settimane di equilibrismi.

Tanti corpi appunto, con la forza della loro centralità, dei loro desideri, corpi stanchi di compromessi e silenzi, corpi che hanno urlato l’orgoglio di essere ciò che si è, la necessità di ottenere diritti di piena cittadinanza per tutt*, la rabbia contro chi questi diritti li nega e li umilia, l’indisponibilità a tacere, a nascondersi, ad essere solo oggetto di sfruttamento.

Corpi che reggevano cartelli, che ballavano, che si baciavano, che esprimevano un’idea di società altra sia dalla destra razzista di governo, che da una sinistra inutile quando non dannosa.

Dentro questo contesto, un elemento particolarmente significativo crediamo sia stata la forte partecipazione di migranti al pride ed in particolare al carro dei “cuerpos libres”.

Il carro dei trans del ghetto su una nuova idea di sicurezza ed il carro di migranti GLBTQI sui diritti di cittadinanza hanno rappresentato per noi anche una scommessa: stare dentro il pride per parlare alle centinaia di migliaia di persone che lo hanno attraversato, in autonomia,  per urlare e cantare che la difesa dei diritti ad una sessualità libera è sinonimo di antirazzismo, di antifascismo, di uguaglianza nella diversità, di lotta per i diritti di cittadinanza, per affermare che vogliamo essere corpi liberi di fare scelte sessuali, corpi liberi di migrare, corpi liberi di autodeterminarsi, corpi liberi di riempire le strade, corpi che cambiano o restano uguali, corpi che ballano e scacciano razzismo e omofobia..

Siamo contenti che molta gente lo abbia fatto assieme a noi.

Scriviamo queste considerazioni ancora in ansia per la sorte di una compagna di questo viaggio, Tiziana, che ha avuto un infarto durante il pride ed ora è all’ospedale. Un abbraccio e un in bocca al lupo a Tiziana.

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