Le classi dirgenti locali: non sono espressione delle società territoriali ma di un sistema-paese

Sud: non siamo in debito con nessuno

Appunti su meridione e Napoli in una prospettiva europea, alla luce dell'ultimo studio Censis e delle dichiarazioni di Letta e Napolitano

23 / 5 / 2013

di Leandro Sgueglia

no, comunque, na cosa, io ho capito pure perché a noi ci hanno sempre chiamato Mezzogiorno d’Italia, poi, eh?... sì, no, pe’ essere sicure lloro, no?... che a qualunque ora scendevano al Sud se truvavano sempre in orario pe’ ce mangia’ a coppa... dice. «chello è mezzogiorno, stamme in orario»... Poi se n’escono, dice: «Vabbè, però chillo, ‘o napulitano, ‘o napulitano rire, abballa, canta, è simpatico... tene ‘a musica ‘int’ ‘e vene…e per forza, vuie ‘o sanghe ce l’ate zucato tutto quanto.

Massimo Troisi, La Smorfia


Tra i vari punti del discorso inaugurale per il suo mandato di premier, Enrico Letta non manca un passaggio sul sud dell'Italia. Il neoeletto primo ministro ha detto che il Mezzogiorno deve affidarsi all’intraprendenza dei giovani e alla bellezza dei territori, in entrambi i casi un patrimonio dissipato, un giacimento inutilizzato di potenzialità. Per Letta bisogna mettere in condizione il Sud di crescere da solo puntando sulla buona gestione dei fondi europei. Il capo del governo di grosse coalition all'italiana spiega anche di leggere il gap tra nord e sud come il risultato dell’azione della criminalità organizzata la quale «certo presente anche nel resto del Paese, in larghe parti del Mezzogiorno ha i connotati del controllo arrogante e quasi militare del territorio».

Anche nel discorso di giuramento per il nuovo incarico di Napolitano non si è dimenticata la “questione meridionale”.

Il riconfermato Capo dello Stato, poco dopo essersi sciolto in lacrime ricordando la sua prima presenza parlamentare all'età di ventotto anni, nel fare la lista delle subalternità (donne, fasce deboli e per l'appunto il sud) rammenta che è giunta l'ora in cui il meridione stesso si assuma la responsabilità di dare «un colpo di reni».

Qualche mese fa il Censis ha pubblicato uno studio su 'La crisi sociale nel Mezzogiorno'.

I dati di questo lavoro, seppur parzialmente in quanto statistici, danno il polso di una situazione effettivamente tragica. Nelle sue pagine si spiega come a sud della penisola italiana, si allargano le distanze sociali e sono a rischio povertà 39 famiglie su 100. «In Calabria, Sicilia, Campania e Puglia gli indici di diseguaglianza risultano più elevati della media nazionale». Inoltre dagli studi dell'Istituto risulta che: «tra il 2008 e il 2012 il Sud-Italia ha visto scomparire oltre 300 mila posti di lavoro, il 60% di quelli persi in tutto il Paese». Quindi, mentre il Centro-Nord (con 31.124 euro di pil pro capite) è vicino alle cifre dei Paesi più ricchi d'Europa, a Sud i redditi risultano persino inferiori a quelli della Grecia (17.957 contro 18.454). «Negli ultimi decenni – si legge poi nel medesimo report – il pil pro-capite meridionale è rimasto in modo stabile intorno al 57% di quello del Centro-Nord. Infine, la pubblicazione specifica: «tutte le regioni meridionali si caratterizzano per una incidenza del fenomeno “Neet” superiore alla media nazionale, il 31,9% dei giovani dai 15 ai 29 anni non studia e non lavora, con una situazione da emergenza sociale in Campania (35,2%) e in Sicilia (35,7%). E il 23,7% degli iscritti meridionali all’università si è spostato verso una localizzazione centro-settentrionale, contro una mobilità di solo il 2% dei loro colleghi del Centro e del Nord».

La causa di tutto ciò per il Censis sono: «il persistere di meccanismi clientelari e la diffusione di intermediazioni improprie nella gestione dei finanziamenti pubblici».

Il file rouge che unisce il discorso del neopremier, quello della prima carica statale e lo studio di quello che è il principale Centro statistico del paese è la critica ai meccanismi dirigenti delle società locali del meridione. Una critica che può essere senza dubbio condivisibile. Tuttavia l'inadeguatezza delle classi dirigenti, politiche ed imprenditoriali, in questi casi vengono narrate automaticamente come mera espressione territoriale.

Un tale orizzonte analitico si pone in maniera palese – seppur cercando di attutirne i termini – nell'ordine di discorso, dominante da circa un secolo in Italia, per cui le regioni del sud arretrato non sono le vittime di un impianto nazionale o di un modello di sviluppo occidentale ma una zavorra per il decollo del paese. Quella che incombe sul sud è un'ondata iconoclastica che l'ha sempre rappresentato come il Mezzogiorno, una realtà incapace di trasformazione ed affetta da familismo amorale, perciò restia alla modernizzazione, dissipatrice di risorse trasferitele dalle politiche nazionali, culla di clientelismo e sottogoverno del tutto autoctoni. Un discorso dominante che ha conficcato nella carne di milioni di meridionali la scheggia del senso di colpa, con una dinamica molto simile a quella che sul piano internazionale viene utilizzata, dalle governance comunitarie e dalla finanza, per colpevolizzare le popolazioni dei P.I.I.G.S. Si tratta di un “dispositivo del debito” economico e morale che è servito tra l'altro a giustificare la radicale eliminazione di ogni politica per lo sviluppo delle regioni del meridione.

Il sistema di potere locale a sud della penisola italiana senza dubbio è stato storicamente un ostacolo per la crescita dei territori in questione. Sia il fenomeno clientelare e la cattiva amministrazione sia la stretta connessione dell'impresa con la camorra hanno ingurgitato risorse, affamando donne ed uomini meridionali.

Tuttavia questi circuiti di dominio e lobbies non possono essere letti, come invece troppo spesso accade, individuandoli quali espressione strettamente regionale, come la diretta conseguenza di un'ipotetica autoreferenzialità delle società meridionali.

Né i ceti politici locali né l'impresa territoriale sono slegati dal sistema-paese complessivo e dal modello di sviluppo neocapitalistico che mette in connessione l'Italia e il network economico transnazionale.

Anche le componenti mafiose (a cui lo stesso elaborato del Censis evidentemente si riferisce quando parla di «diffusione di intermediazioni improprie nella gestione dei finanziamenti pubblici») così come si sono configurate dagli anni Cinquanta, non possono che essere considerate un fenomeno che riguarda l'intero paese: perché sono declinazioni dirette dei capitali dominanti in quanto, oltre alle attività palesemente criminali (tipo il mercato della droga) che comunque rappresentano una fetta importante dei capitali reali, fanno impresa anche formalmente stando a pieno titolo dentro il circuito produttivo del paese e del continente; perché hanno connessioni strutturali (più che collusioni) con le macchine di governo.

Dal 1864 ad oggi le popolazioni del sud hanno contribuito alla crescita complessiva di quella che viene chiamata Italia, offrendo pure un surplus in termini di drenaggio di risorse umane, finanziarie e materiali, con le fasce più popolari che quindi vengono spinte – certo non senza resistenza e conflitto – verso una condizione di doppia subalternità, quella legata alla classe e quella dovuta al fatto di essere componente di un territorio nei fatti coloniale. La ricostruzione di elementi concreti che possano argomentare quanto appena scritto, rischia sempre di risuonare retorica come ogni argomento che è costretto ad essere ripetuto perché costantemente escluso dal discorso dominante. Tuttavia vale la pena almeno velocemente ricordare fattori storici ben precisi come il drenaggio del risparmio postale e bancario dei meridionali per il finanziamento delle attività produttive del nord (operato dalle Regie Poste sabaude e dai Banche meridionali), le politiche statali postunitarie in materia fiscale e doganale a sostegno dell'industrializzazione e quindi dell'infrastrutturazione solo del nord, la rendita agraria prima e lo sfruttamento dei suoli per le attività terziarie poi (dal turismo alla costruzione di impianti per lo smaltimento di rifiuti come discariche ed inceneritori), lo sfruttamento dei sottosuoli per il deposito di rifiuti industriali delle imprese del nord, lo sfruttamento di manodopera senza diritti e a basso prezzo facendo leva sul fenomeno della disoccupazione dilagante, l'assorbimento di manodopera costretta alla migrazione. Se tutto ciò è sufficiente per assumere i tratti dell'ingiustizia sociale, questa viene amplificata all'ennesima potenza con il dato che in cambio alle regioni meridionali e alle sue moltitudini subalterne non è mai ritornato nulla in termini di infrastrutture, welfare, reddito o innesti per uno sviluppo produttivo coerente con la dimensione territoriale (come poteva essere la valorizzazione della piccola impresa). Gli unici diritti da cui le basi popolari di questi territori si sono viste garantite nei secoli, sono stati conquistati con strenue lotte sociali. Neppure uno sforzo welfaristico, insomma, da parte dello Stato nei confronti dei territori meridionali ma, per garantire controllo e governo tramite una mediazione, si è sempre preferita la strada dell'alleanza storica dei ceti padronali del nord e di quelli politici nazionali con le oligarchie del sud, prima quelle ereditate dagli stati preunitari e feudali, poi quelle sviluppate in loco nei processi del neocapitalismo della seconda metà del Novecento, a partire da un vero e proprio rinnovo del compromesso inter-territoriale dello Stato unitario nella nuova forma repubblicana e nella prospettiva europea. È proprio così infatti che l'impianto governamentale delle regioni del sud prende forma quale pezzo del sistema-paese complessivo.

Se si trascurano questi nodi centrali della vicenda meridionale, si perviene inevitabilmente ad una sua visione impropria, con il risultato di avvalorare l'idea di un Mezzogiorno refrattario ad ogni stimolo e dissipatore di risorse.

Invece, nonostante la «questione istituzionale», bisogna riconoscere il dinamismo storico dei corpi sociali di questi territori che, in particolare nell'ultimo trentennio, hanno vissuto profonde trasformazioni. Per comprendere tale vitalità è inoltre necessario dar conto della varietà interna del sud italiano, evitando di interpretarlo come un problematico blocco monolitico. Quelle che vengono definite con l'appellativo comune di meridione, hanno sicuramente in comune pezzi di storia, dall'origine greca e dai domini stranieri (normanni, aragonesi, spagnoli etc...) all'annessione come colonia interna del regno sabaudo. Tuttavia i contesti territoriali sono profondamente differenti. Ci sono zone che nella storia sono rimaste a matrice rurale, zone costiere, zone di entroterra, piccoli centri urbani, medie e grandi città, diversi tessuti produttivi.

Per guardare la questione da una prospettiva peculiare, chi scrive non può che farlo dalla specificità di Napoli, in quanto proprio luogo di nascita, proprio contesto di crescita e proprio territorio di studio storico nonché di attivismo.

Napoli è la più grande e popolosa area urbana di un pezzo di penisola che è stato annesso dallo Stato italiano e costretto al ruolo di Mezzogiorno.
Soprattutto se si considerano i comuni dell'immediata provincia che hanno col capoluogo stretti rapporti di integrazione sia di tipo economico sia di tipo culturale e sociale, la conurbazione napoletana conta 1.578 km² di superficie per circa 3.700.000 abitanti. Tali numeri la rappresentano come la terza area metropolitana in Italia ed una delle più grandi d'Europa. Se si contassero poi i comuni che rientrano in altre aree provinciali della Campania (come, per esempio, molti centri del casertano) ma che hanno fattivamente maggiore continuità con Napoli che con i loro capoluoghi amministrativi, l'area metropolitana partenopea potrebbe essere addirittura la seconda in Italia (preceduta solo da Milano) per densità ed estensione. Inoltre è probabilmente superfluo, e forse pure retorico, ricordare la storia secolare, risalente all'età greco-romana, per poi evolversi attraverso il medioevo, l'età moderna, il XIX e il XX secolo: la storia di una città che è sempre stata crocevia, punto nevralgico di tutti i flussi umani, culturali e commerciali del mediterraneo. È sicuramente meno scontato invece mettere in evidenza come nell'ultimo ventennio circa, superata l'impasse degli anni Ottanta del Novecento, il corpo sociale napoletano abbia espresso una netta vocazione metropolitana. La popolazione di Napoli, nella sua complessità, afferma tutti i giorni dal basso il proprio status di metropoli europea e mediterranea dimostrando apertura rispetto ai flussi immigranti (dopo decenni di migrazione in uscita, tra l'altro tutt'ora in corso), stili di vita che esprimono nuovi bisogni molto simili a quelli delle più importanti capitali europee, contrariamente agli stereotipi che la vogliono legata a forme arcaiche di società. La necessità di nuovi diritti è peraltro testimoniata sia dalle vertenze – quelle sui trasporti, quelle in difesa dell'ambiente, quelle sul reddito, quelle sul lavoro, quelle sulla cittadinanza universitaria – sia gli esperimenti di autogestione di edifici recuperati dall'abbandono e ri-funzionalizzati come erogatori di servizi, di fermento culturale, di socialità, di nuove forme di partecipazione politica e produzione cooperativa, esprimendo immensa voglia di rinascita urbana. Inoltre il patrimonio storico e monumentale, quello umano e quello naturale della città attirano sempre più turisti e studenti di altre nazionalità che vengono a trascorrere periodi di studio nel capoluogo campano, nonostante i limiti infrastrutturali.

Dall'altra parte invece c'è il freno rappresentato dall'operato speculatorio dei capitali, che si alimentano sempre di più delle forme speculatorie emerse a sud, e dal cappio politico dei governi nazionali (siano essi di centrodestra, di centrosinistra, di tecnici) che non vogliono rinunciare al doppio sfruttamento delle città meridionali, utilizzando ancora come mediatori territoriali le lobby regionali di potere e le amministrazioni locali in cambio di garanzie baronali. Di qui: la Napoli per la quale è stata inventata ad hoc un'eterna emergenza-rifiuti per giustificare l'apertura di discariche ed inceneritori da far costruire ad imprese da garantire; la Napoli spogliata di ogni sua ricchezza e strozzata dal lavoro nero, dalla disoccupazione, dalla povertà; la Napoli dei tanti quartieri avvelenati e mai bonificati; la Napoli che come quartiere vetrina ha solo Scampia rappresentata come palcoscenico mediatico ad alto interesse etologico; la Napoli della camorra, una mafia che non è certo il sottobosco criminale con cui viene spesso identificata (e che invece ne è solo l'epifenomeno) quanto piuttosto il sistema di interessi capitalistici legato a doppia mandata con quelli di altre parti d'Italia, d'Europa e del mondo; la Napoli delle periferie fantasma e di un enorme centro storico abbandonato a se stesso, il cui degrado viene confuso con folclore; la Napoli quasi senza trasporti pubblici e pochissimi servizi territoriali; la Napoli dalle migliaia di senza-casa pur aventi diritto ad alloggi popolari e di altre migliaia di indigenti che restano senza tetto o che si indebitano per soddisfare questa esigenza primaria; la Napoli dell'evasione scolastica e della “dispersione giovanile”.

Il tema politico che quindi dovrebbe porsi chiunque tenga all'emancipazione reale di questa città è necessariamente quello di una liberazione da uno status geopolitico di grande periferia d'Italia, di un centro urbano ma eternamente avvinghiato al provincialismo. È velleitario parlare di abolizione delle province e di attivazione della città-metropolitana, senza fondi ed una reale autonomia amministrativa, magari coi margini larghi che a Roma, nonostante le storture, vengono garantiti dalla legge sulla Città-Capitale. Solo con soldi, autonomia e reale partecipazione – quella che si esprime soprattutto tramite il conflitto sociale – Napoli può ricercare la strada per una dimensione realmente metropolitana.
Le cosiddette fasce popolari e le terre napoletane, d'altronde, meriterebbero che gli venisse restituito ciò che hanno dato in un secolo e mezzo, anche a scapito dell'obbedienza verso l'etero-direzione delle governance europee che impongono l'asfissia economica a colpi di patti di stabilità.

Napoli merita prima di tutto riqualificazione urbana, prodotta con una ristrutturazione radicale delle infrastrutture e degli spazi pubblici in generale, iniziando dall'abbattimento di mostri come le “Vele” ma senza snaturare, come si è fatto in passato, gli elementi caratterizzanti dei suoi tessuti urbani. Bisognerebbe iniziare dalle periferie, rendendole nuovi centri nella prospettiva reale di una città policentrica. Bisognerebbe creare un vero collegamento tra tutte le parti della città metropolitana, ricostruendo strade decadenti e creando finalmente una dignitosa rete di trasporti pubblici.

Napoli merita di essere bonificata dopo anni di veleni dispersi nell'aria, nell'acqua e nel suolo, da Bagnoli e tutta l'area provinciale ad ovest a Chiaiano e tutta l'area provinciale a nord, da Ponticelli a tutta l'area provinciale ad est e a sud.

Napoli merita una nuova valorizzazione dei suoi beni monumentali e delle sue produzioni culturali, a partire da quelle che nascono in contesti autogestiti dalla popolazione.

Napoli merita un piano serio per la ridistribuzione del reddito, contro la disoccupazione e per la questione abitativa.

Napoli merita nuovi spazi democratici per la decisione collettiva.

Napoli merita le opportunità per moderare l'emorragia di giovani intelligenze e corpi costretti a migrare per necessità e non motivati a trasferirsi per una crescita soggettiva.

Una questione simile potrebbe senza dubbio essere ripresa, con le varie declinazioni dovute alle diverse specificità territoriali, per altri capoluoghi meridionali e per i tessuti urbani o rurali che li circondano: sarebbe interessante pertanto che questo contributo aprisse un dibattito su questo portale tra voci critiche che parlano da sud.

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