Sul populismo autoritario: democrazia, tecnologia e distruzione dell’ambiente.

31 / 8 / 2019

Pubblichiamo come contributo al focus-lab "Crisi ecologica, grandi opere, estrattivismo" che si terrà durante il Venice Climate Camp al Lido di Venezia (4 settembre, ore 16:30) un articolo di Alexander Dunlap, keynote speaker della plenaria. Traduzione per Globalproject.info a cura di Miriam Viscusi.

Il linguaggio del cosiddetto “populismo autoritario” crea il potenziale per un ampio raggio di investigazione, che può accendere talvolta il dibattito - necessario - sui meccanismi di controllo autoritario presenti nella congiuntura storico-politica in cui ci troviamo.

Gran parte del dibattito sulle cause e conseguenze del populismo autoritario, non è riuscito a captare la profondità della questione e presenta ancora alcuni limiti.

La mia opinione è che, facendo ricorso alla critica libertaria per svelare le radici del populismo autoritario, usare questo termine in modo non convenzionale – abusandone quasi – andando ben oltre il “Tatcherismo” o la sfera politica neoliberale in cui esso è stato originariamente discusso da Stuart Hall possa offrire una chiave di lettura produttiva per analizzare le origini e gli sviluppi delle crisi sociali ed ecologiche.

Riconoscere la politica come mezzo di controllo sociale significa disporre di restrizioni politiche – tra cui l’eurocentrismo – messe in atto dalla cornice del populismo autoritario.

Questo permette di riconoscere eredità e traiettorie dell’autoritarismo intrinseco e di vari populismi associati a un governo colonialista o statalista che, a partire da due secoli fa, è ora responsabile dell’attuale stato delle cose. 

La critica radicale portata avanti dall’analisi libertaria e dall’ecologia politica ci permette di investigare i profondi rapporti tra governo, capitalismo ed esercizio del potere. Il termine “radicale”, qui, deriva dal latino radix, radice. Questo approccio metterà in campo idee inesplorate e aiuterà a comprendere, forse in modo scomodo - eppure utile - la natura delle istituzioni, la creazione del consenso popolare e il ruolo della tecnologia nelle trasformazioni della vita e dell’ambiente.

Ciò si rivela particolarmente valido nelle cosiddette “democrazie liberali” che formano un sistema economico globale basato sulla diffusione di crisi socio-ecologiche. 

Qual è il ruolo di istituzioni apparentemente democratiche nel fabbricare autorità e consenso politico, e attraverso quali mezzi quest’ultimo viene consolidato? Non è forse vero che tutti i governi contemporanei si fondano, in un certo senso, su un populismo autoritario?

Approfondire la questione

Negli ultimi anni ho partecipato a numerosi incontri internazionali, conferenze e laboratori sul tema del populismo, ma sembra che il dibattito debba ancora inglobare le radici di questo concetto. Discussioni sulla politica elettorale, partiti e regimi dell’“uomo forte” stanno monopolizzando la scena contemporanea. I gruppi di lavoro e i panel hanno parlato tanto di sinistra e capitalismo, ma erano dominati da prospettive partito-centriche e preoccupazioni dei movimenti sociali mainstream.

Questo ha ridotto lo spazio del dibattito e ha escluso un’esplorazione complessa delle forme di violenza che ormai sono ritenute quotidiane e normalizzate da Socialdemocratici, esponenti della sinistra e cittadini. Si tratta di forme di violenza a cui ci si è abituati,attraverso le quali viene esercitato il potere e viene assicurata una completa sottomissione alla traiettoria dominante del progresso tecno-capitalista.

La nozione revisionata di populismo autoritario qui proposta può aprire il dibattito su temi quasi archiviati, come le pratiche ormai popolarmente normalizzate di burocrazia coloniale, architettura e pianificazione urbana e altre forme di organizzazione politica che tacitamente accompagnano degrado sociale, catastrofi ecologiche, psicosi economica. Questi collegamenti sono meccanismi centrali nelle dinamiche socio-politiche attuali chesottostanno alla politica populista quotidiana e al suo lento scivolare verso derive autoritarie e fasciste.

Lo scopo del dibattito sul populismo si allarga partendo dallo studio della popolarità di un sistema autoritario. Essa si può valutare in base a come le persone reagiscono al sistema: da una parte c’è il supporto attivo, dall’altra il consenso passivo (acquiescenza).

Tutto ciò consente di capire come la micro-politica dell’autoritarismo condiziona la vita quotidiana e viene riprodotta in diversi ambiti: a casa, a lavoro, in ambito accademico o in strada. 

Democrazia liberale, desiderio del consumatore e controllo tecnologico

Svelare il paradosso secondo il quale sistemi sempre più autoritari ottengono sempre maggiore consenso popolare implica un esame profondo delle istituzioni in sé. In particolare, è importante esaminare la categoria di democrazia liberale.

Come vengono istituzionalizzate, in una democrazia, la violenza sistemica e le forme autoritarie di controllo sociale? Come fanno le istituzioni a ottenere consenso e legittimazione? Come si collega l’istituzione democratica con l’escalationdi crisi politiche, economiche e ambientali?

Il dibattito libertario su dominio, forme di organizzazione e ossessione per quantità – invece che qualità – di relazioni fornisce uno strumento utile per sradicare il populismo autoritario e le condizioni che lo hanno creato.

La prima cosa da chiedersi è quale elemento della democrazia la squalificherebbe a “modalità populista di governo”. Presumibilmente, le forme di partecipazione civica e la possibilità per gli elettori di scegliere – e quindi identificarsi con – il sistema di governo, riporre fiducia in quest’ultimo e sentire di avere una voce all’interno delle questioni.  Allo stesso tempo, la partecipazione e l’identificazione sono la base di movimenti nazionalisti e protofascisti che tengono in piedi i governi autoritari.

Lo Stato è sempre stato la cornice all’interno della quale controllare e sfruttare umanità e risorse naturali in nome del progresso tecno-capitalista. Usando un approccio post-liberale, formazione dello Stato e modernizzazione hanno sempre richiesto una qualche forma di genocidio, ecocidio o schiavitù. Questi rapporti si intensificano e diventano più efficienti con il neoliberismo: il lavoro viene esternalizzato e le infrastrutture sociali (scuole, carceri, ecosistemi, ospedali, sistemi di sicurezza) diventano punti focali dell’accumulazione capitalista.

Emerge dunque continuità nell’economia globale: quello che è possibile ottenere attraverso le peggiori forme di dittatura – controllo della popolazione, discriminazione sistematica ed esclusione, inclusione forzata, sfruttamento umano, degrado ecologico – diviene ancor più raggiungibile, sebbene ottenuto con architetture politiche più intelligenti, in un sistema di democrazia (rappresentativa) autoritaria.

Nel capitalismo neoliberista, l’innovazione tecnologica accelera lo sfruttamento delle risorse naturali. Questo genera domanda per nuovi tipi di estrattivismo, allo scopo di nutrire produzione, crescita e consumo, perpetuando un ciclo di consumo ecologicamente degradante. Allo stesso tempo, la cultura del consumo è la massima forza populista – spesso eguagliata alla libertà stessa – regolamentata e assicurata dalle istituzioni democratiche dominanti, senza riguardo al costo socio-ecologico.

Come sottolinea Leslie Sklair, lo shoppingè il movimento sociale più riuscito, la pubblicità di un prodotto è il messaggio più riuscito, il consumismo è l’ideologia che ha avuto più successo nella storia. 

Dunque, per ottenere accondiscendenza ad un governo autoritario e alla distruzione ecologica, tutto ciò che serve è incantare il consumatore con automobili, fast-food, nuove tecnologie?

L’ingegneria sociale e la gestione della percezione politica è la radice della politica stessa.

Già nel 1947 Edward Bernays “il padre delle public relations” sosteneva apertamente che «In una democrazia» l’agenda politica può essere portata a termine «principalmente attraverso la costruzione del consenso». La tecnologia dell’informazione resta marginale, quando si parla di populismo, nonostante il ruolo comunque notevole.

La manipolazione politica assume forme diverse che si intersecano tra loro, così come le onnipresenti interfacce tecnologiche vengono usate per tracciare individui, gruppi di popolazione e relativi pregiudizi.

Christopher Wylie, che ha rivelato gli illeciti di Cambridge Analytica, offre un valido esempio recente di come la raccolta di dati tramite i social media e l’impiego di tecniche di public relationsu misura, vengano usate per influenzare comportamenti e percezioni politiche.

La sorveglianza digitale, la velocità con cui i messaggi istituzionali e aziendali possono essere personalizzati e distribuiti e in generale la sovra-esposizione a informazione e contro-informazione giustificano un discorso su come si può resistere a tutto ciò.

Conclusione: tutto è ancora da discutere

La democrazia, i partiti politici e i sistemi politici stessi necessitano di una critica, essendo strettamente legati al populismo autoritario e alla crisi ecologica. I movimenti sociali mainstreamsono importanti nel campo di battaglia contro la dominazione. Tuttavia, ci sono molte persone, nel fronte antifascista e in quello che a difesa dell’ambiente, che vedono i partiti, le ong e anche i movimenti sociali mainstreamcome ostacoli a una critica emancipatoria e costruttiva.

Se vogliamo colpire il populismo autoritario e il capitalismo che ne è il cuore, bisogna sfidare le forme egemoniche di organizzazione e di pratica politica. Qualsiasi forma prenderà l’emancipazione, essa dovrà per forza sradicare le micro-dinamiche di controllo autoritario che pervadono le nostre vite, riproducendo e organizzando il tutto in funzione del progresso del tecno-capitalismo, contro la distruzione ambientale.

Tutti gli esperimenti di sradicamento ed emancipazione – dalla democrazia diretta alle alternative di anti-organizzazione basate sulla coordinazione informale o sui “post-millennial networks” – devono essere presi in considerazione e discussi.

Una definizione allargata di populismo autoritario è concetto utile per capire la traiettoria di repressione politica e distruzione ecologica, e ci sono molti percorsi per studiare ciò. Tuttavia, qualsiasi percorso decidessimo di intraprendere, non dobbiamo evitare di affrontare apertamente le arti oscure del controllo della popolazione, che fabbricano consenso popolare reale o immaginario per dominare umani e non-umani.

Se davvero auspichiamo l’emancipazione dobbiamo essere aperti al dibattito, affrontare non solo gli enormi sensazionali mostri del nostro tempo, ma anche i modi in cui il populismo autoritario si radica negli individui e nelle infrastrutture tecnologiche e istituzionali che ci circondano.

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