Tra Dubois e Fanon: la messa in discussione come strumento di cura per la democrazia.

Una ricostruzione della Negritude come fondamento ontologico del percorso democratico.

15 / 10 / 2020

Pubblichiamo il primo di due approfondimenti scritti da Alessandra Piazza, studiosa di Sociologia e ricerca sociale a Bologna con un percorso si concentra sugli urban studies e movimento sociali.

Come la democrazia può garantire gli interessi di tutti e il perseguimento di una vita, nei fatti, vivibile?

La redistribuzione del reddito è uno dei capisaldi fondativi delle politiche socialiste che difficilmente, tutt’oggi, sono circoscrivibili ai nostri sistemi politici. Nucleo fondamentale, quello del reddito, attorno al quale ruota e si riproduce la differenza discriminante delle classi e delle diverse appartenenze in un mondo cosmopolita che tarda a inglobare le differenze, al di là della dimensione negativa che incarnano nelle opinioni pubbliche. Come slegare, allora, il concetto di differenza da quello di discriminazione e dalla sua accezione linguistica legata all’inclinazione negativa del termine? In un sistema che si fonda sul sistema economico e che spesso si serve della politica come proprio rudimentale strumento, le diseguaglianze appaiono l’humus della questione economica esacerbandole, di conseguenza, nella sfera socioculturale e delle percezioni del vivere comune. La redistribuzione, oltre che ad allargare la prospettiva di una vita dignitosa alla popolazione al di là dei confini della media borghesia, potrebbe fungere da catalizzatore per una idea di politica democratica più lineare nei confronti delle proprie premesse fondative. Ciò, in linea teorica, farebbe muovere l’economia pubblica e renderla trasversale, sensibilmente meno sottoposta ad azioni come riciclaggi o concussioni da parte del mondo istituzionale se accompagnata, simultaneamente, ad altri correttivi strutturali.

Il reddito è una sfera fondamentale, sia per il proprio realizzarsi nel circuito economico pubblico sia per le premesse fondative del discorso democratico, come strumento potenzialmente efficace per declinare le diseguaglianze incarnate sotto il profilo razziale, di classe e di accesso alla città e ai suoi servizi. Dubois e Fanon, nella loro diversa storicità, hanno dato un notevole contributo su come le ineguaglianze connesse al reddito e all’accesso della città vadano a indebolire l’autenticità identitaria e culturale di una minoranza non bianca e non europea, se non direttamente della negazione dell’umano.

Nel 1865, con un’America ormai bagnata dal sangue del popolo Negro dalla guerra civile svoltasi nei precedenti quattro anni, si ebbe la promulgazione del XIII Emendamento della costituzione statunitense. Testo di legge che pose, giuridicamente, fine alla schiavitù e alle tratte di essere umani. Al di là della fonte giuridica, numerosi contesti nel Sud non tardarono a passare sopra il concetto antischiavista attraverso rigide norme, quali quelle sulla mobilità e sui controlli degli agenti per l’emigrazione. I corpi delle persone afroamericane erano ancora in balia dell’egemonia dei rappresentanti che portavano con sé la legittimazione degli appalti sui lavoratori, corpi che venivano spostati per prestare manodopera in cambio di salari miserevoli. Un sistema che si fondava sull’ignoranza e, quest’ultima, fungeva simultaneamente come ammortizzatore per le leggi che si fondavano sullo sfruttamento di manodopera in un’ampia fetta degli stati del Sud. L’autodeterminazione e il diritto alla libera mobilità, per la maggior parte della popolazione, non era riconosciuta, anche in vista del fatto che ogni persona nera che si spostava su un altro territorio ex dimora era affidata ad un garante. Quest’ultimo vendeva la manodopera e, insieme ad essa, riduceva a mera compravendita ogni lavoratore indipendentemente dalla propria volontà decisionale e, simultaneamente, dalla propria dignità umana e lavorativa.

La servitù della gleba, come ogni sistema legittimato tout court, non fece che ampliarsi riproducendosi in diverse forme in un orizzonte, apparentemente, post schiavista. Poc’anzi, difficilmente le persone nere venivano giudicate dalla pubblica giustizia, essendo loro totalmente proprietà privata del padrone, il quale aveva in casi estremi il legittimo diritto all’uccisione. Tale riproduzione, portò ad una organizzazione di scambi e vendite per profitti o per debiti e sorti marcate, irreversibilmente, dalla linea del colore: la schiavitù divenne per debiti, mentre il trattamento dei criminali non bianchi divenne uno strumento, così raccapricciante quanto efficiente, nella nuova ottica industriale, trasferendo la pratica schiavista all’interno del settore privato. Il sistema giudiziario americano era flesso verso una distorsione abissale, a giudicare non erano più le cause e le ricostruzioni giuridiche per una bilanciata imputazione delle pene, ma era il semplicistico vincolo del colore che designava la persona leale da quella criminale. “L’ignoranza del Negro sulle condizioni del mercato del lavoro al di fuori delle immediate vicinanze della sua dimora viene così perpetuata dalle leggi di quasi tutti gli stati del Sud[1]”. Questa distorsione razziale portò ben presto ad una situazione in cui il senso delle istituzioni non veniva più assimilato nelle percezioni dei suprematisti bianchi né tanto meno nel popolo nero, il tasso di criminalità salì all’acuirsi delle forme di controllo (una tra tutte, la polizia rurale, strumento di terrore che impediva persino incontri tra schiavi) e lo Stato chinò la propria legittimità agli istituti di correzione.

“Non ci sarà modernizzazione dell’agricoltura, niente piano di sviluppo, niente iniziative, che implicano un minimo di rischio, gettano il panico in quegli ambienti e disorientano la borghesia terriera esitante, prudente, che si insabbia sempre più nei circuiti istituiti dal colonialismo[2]”, afferma Fanon nella sua analisi sulla nascita della borghesia nell’Algeria appena indipendente; un’élite incapace di trovare nuove vie di sviluppo e che ricade sullo schema di produzione passato rimanendo, all’alba delle indipendenze, fortemente ancorata alle pressioni occidentali e all’immobilismo derivato da un percorso di identificazione, di fatti, stroncato. Qui, il Lumpenproletariat riveste una posizione estrema, preda della demagogia e delle propagande (interne ed esterne) viene lacerato dall’interno riesumando revanches tribali, parte altrettanto estrema se declinata in ottica del FNL e del cammino per l’autodeterminazione e la coscienza nazionale, in quanto classe malata dei singoli Stati, annegata nell’ignoranza e nei soprusi dei coloni. Allo stesso tempo, con una visione organica, si possono scorgere forti similitudini nel funzionamento dello sfruttamento socioeconomico e nelle condizioni, in America, del popolo afroamericano con quello algerino negli anni successivi all’occupazione assimilazionista francese.

Sensibilmente diversa nei due contesti è, invece, l’evoluzione delle relazioni sindacali. Differenza data dalla storicità specifica, in Algeria a versare in stato di assoggettamento vi è la popolazione algerina salvo poche eccezioni dei vertici partitici; in America la peculiarità risiede nella linea del colore che divide ed estremizza la posizione lavorativa bianca, tutelata tramite associazioni sindacali, da quella del popolo Negro, il cui lavoro è sfruttato, sottopagato e non tutelato (né riconosciuto). Vi sono braccia indispensabili, ma non volti umani.

Il Proclama di emancipazione portò negli anni successivi, dal 1866, ad una prima apertura sindacale verso il riconoscimento del lavoro delle persone non bianche, affievolendo i toni aspri e disumanizzanti. Inizialmente due grandi associazioni sindacali, il National Labour Union e il National Labour Congress, indissero le prime conferenze per porre all’ordine del giorno questa apertura storica. Di fatto, le volontà vi erano ma gli orizzonti tra i delegati erano ancora fortemente spaccati impedendo, nei momenti di votazione, il processo di inclusione lavorativa. La popolazione negra era in continua crescita demografica, aumentò sensibilmente anche l’istruzione delle persone afroamericane che portò ad un allargamento nelle coscienze per quanto riguarda i diritti sociali e civili. Ciò accese gli animi per la nascita dei primi movimenti operai che iniziarono dalla pratica dello sciopero per alzare la voce delle proprie rivendicazioni. Alle resistenze fece breccia l’American Federation of Labour, una federazione di sindacati autonomi con la forte particolarità di non consentire a tentativi di centralizzazione, ispirandosi alla piena indipendenza dei sindacati, principio essenziale per la loro posizione non legiferabile. L’AFL, in prima istanza, escluse l’adesione di sindacati che all’interno del loro statuto non inglobavano la popolazione Negra e promuovendo principi democratici al di fuori dei limiti imposti dalle razze, dalla fede e dai generi; prima che i dirigenti del sindacato autonomo operarono per una politica moderata schierata per la difesa degli interessi nazionali (in politica estera riguardo le annessioni imperialiste di Haiti e delle Filippine) più volte contestata da fronti socialisti rivoluzionari come l’ Industrial Workers of the World. Tra le e i militanti dell’IWW vi era Mary Harris Jones, una delle donne giudicate più pericolose dal mondo istituzionale per la sua lunga militanza per i diritti lavorativi, minando simultaneamente gli stereotipi di genere fortemente radicati nell’eredità aristocratica-patriarcale.

In Algeria, le fondamenta del percorso storico furono edificate su un modo di produzione simbolico ed economico molto simile, vi erano umani e sotto umani (come riporta Fanon), privilegi e dignità negate. Il contesto sociale e politico era, per ovvie ragioni, differente per un paese appena indipendente dopo più di 60 anni vissuti sotto la subordinazione culturale assimilazionista francese. Apparentemente, il lascito coloniale non lasciò solo mere problematiche di natura economica, bensì forti fratture tra le diverse regioni e l’impermeabilità a mezzi, identificazioni e strumenti per solcare la strada di una nuova rinascita nazionale. Le relazioni sindacali erano blande, istituite formalmente andavano a inserirsi nella dicotomia establishment politico-sindacato, anch’essi inizialmente erano prudenti come la borghesia stantia allora in auge. Ma le potenze ex colonialiste, mantenendo le loro pressioni sulle autorità locali, erano consce che un’industrializzazione in buono stato potesse portare il rischio della nascita di vite e associazioni sindacali, le quali avrebbero facilmente inglobato anche il settore agricolo. L’emergere di un establishment politico fondato sulla sonnolenza e sulla prudenza giovava quindi agli obiettivi commerciali degli ex coloni mentre ammalava e paralizzava l’Algeria e la sua popolazione, soprattutto le alte percentuali di abitanti che risiedevano nelle zone rurali, sempre più distanti dalla vita istituzionale e dal valore della partecipazione politica. I contadini disprezzavano chi viveva in città, travolti dalla passione della metropoli e dai costumi e lingua europei, simbolo di un ulteriore abbandono alla causa algerina. “Non ci troviamo qui davanti alla classica opposizione tra campagna e città. È l’opposizione tra il colonizzato escluso dai vantaggi del colonialismo e quello che si arrangia per trar partito dallo sfruttamento coloniale”[3]. Dalla classe operaia, considerata modestamente agiata rispetto al resto del popolo poiché produttrice di reddito, seppur minimo, si scorgono i primi tentativi per l’espressione della disapprovazione delle politiche nazionali ed estere commerciali. Qui, i sindacati prendono coscienza della necessità di un piano che tenga conto dell’intera nazione, immaginando allo stesso tempo quanto quei focolai di rivendicazioni sociali e lavorative potrebbero acuire la paralisi e turbare l’intera Algeria. Turbamento del resto di una popolazione che avrebbe come risultato l’insorgere, a sua volta, di un antagonismo alla classe operaia (una classe, potremmo dire, ormai nazionale), se essa ottenesse benefici aumentando la forbice delle diseguaglianze riguardanti l’occupazione e il reddito. Ma in uno scontro tra la borghesia militarizzata e i sindacati, pronti per organizzare comizi e raccogliere adesioni, la classe contadine si dirà nuovamente insoddisfatta ed esclusa dal circuito delle garanzie sociali. Fanon, qui, evidenzia la cecità voluta di una classe dirigente nei riguardi dei meno abbienti nei contesti rurali, strumentalizzati dalle forze occidentali e nazionali come corpo inerte da trasferire, qua e là, a seconda delle esigenze. Unico corpo della popolazione, secondo Fanon, capace di nutrire uno spirito rivoluzionario poiché non ha nulla da perdere ma tutto da guadagnare, non ha lustri né da preservare un posto che le riserva particolari posizioni.

Sarà la classe contadina, infatti, a segnare il passo per la guerra di Liberazione nazionale non indugiando sulla causa da sposare e sulla lotta da proseguire, infuocando l’intera Algeria dal 1955. Sfuggendo alle continue ricerche della polizia per sopprimere i venti di rivolta, il FLN ebbe modo di girare il mondo africano al di fuori delle metropoli ed entrando in contatto con le comunità rurali, che non avevano mai cessato di porsi il problema della loro insurrezione. Come anche riporta Du Bois per quanto concerne il popolo afroamericano, in cui la matrice del potere e delle produzioni che da esso ne derivano poggiano su preposizioni demagogiche combaciabili, poiché riguardanti due popoli inscritti nella linea del colore: l’ideologia razzista che rende mute espressioni non bianche, con l’evoluzione industriale lo sfruttamento viene sposato per alimentare il settore privato garantendo una manodopera a basso costo. È una lotta negra, a-priori spirituale, che manifesta contro la legislazione e i soprusi, che tenta di snodare il significato sociale dei meccanismi che producono opinioni pubbliche, come la stampa, e porla su un piano di critica comunitaria. “Le cose sono cambiate- e in questo cambiamento non ha forse giocato un ruolo tutt’altro che trascurabile il fatto che l’America avesse scoperto all’interno dei suoi propri confini una classe di cittadini che non chiamava fratelli e che non trattava in modo giusto, per non dire uguale? Non è stata certo l’unica causa l’annessione delle Filippine, di Porto Rico, di Panama e delle Hawaii, ma ha contribuito a determinarla”. [4]


[1]  Sulla linea del colore. Razza e democrazia negli Stati Uniti e nel mondo, p. 191.

[2] Sulla linea del colore. Razza e democrazia negli Stati Uniti e nel mondo, p.115.

[3] I dannati della terra, p.75.

[4] Sulla linea del colore. Razza e democrazia negli Stati Uniti e nel mondo, p.222.

Bookmark and Share