Uniticontrolacrisi verso il 22 e 23 gennaio a Marghera

Un "comune politico": la sfida di un anno duro

di Luca Casarini

27 / 12 / 2010

Chi accusava Berlusconi di presiedere un governo che non fa nulla, e su questo basava la sua opposizione, dovrà ricredersi: magari il Cavaliere si occupasse solo degli affari suoi. In un colpo solo, dalla controriforma universitaria all’accordo di Mirafiori, l’esecutivo ha fatto piazza pulita di un’epoca. Per carità, non che il diritto allo studio prima fosse garantito, o che studenti e ricercatori non versassero già in tristi condizioni. Come pure gli operai di fabbrica, spremuti e ricattati dai salari più bassi d’europa, non se la passavano bene nemmeno prima di Marchionne. Solo che ora staranno peggio. Il lavoro cognitivo, della conoscenza e quello della fabbrica, con buona pace di coloro che hanno sempre tentato di contrapporli nello scontro tra generazioni, fluttuano sulla stessa base di precarietà funzionale. I diritti garantiti dalla costituzione, ora è fuori di dubbio, non garantiscono nulla fuori da quelli che sono i rapporti di forza: è su questo che dovremmo, tutti e ognuno dalle sue storie diverse, riprendere il cammino. Questo quadro ci consegna, senza tanti giri di parole, l’ineluttabilità della ricomposizione sociale. Se vogliamo essere all’altezza della sfida, storica, che abbiamo difronte, la precondizione è quella di rovesciare il paradigma della scomposizione su cui poggiano i pilastri del nuovo dominio della società. Dalla fabbrica all’Università, dalle lotte ecologiche e in difesa dei beni comuni alla cultura, la nostra sola possibilità è la costruzione di luoghi, pubblici e politici, che ci mettano insieme, che uniscano gli interessi, che ci facciano parlare l’uno dell’altro come parlassimo di noi. Ma questa è solo la precondizione, il minimo. Non è una questione di operai e studenti uniti nella lotta, ovviamente. Non riguarda nemmeno il coordinamento delle “resistenze”, che sommate, si sa, rischiano di essere la panoramica dell’impossibilità. La ricomposizione sociale è la pratica, e quindi la ricerca continua, di un “comune”. La precondizione ha bisogno di un atteggiamento nuovo, da parte di tutti. Dovremmo metterci nelle condizioni di poter valutare il limite e la sfida, di poter vedere nitidamente qual è l’obiettivo sapendone la distanza. Detto questo comunque, gli ultimi mesi ci restituiscono, impietosamente, il vero nodo che invece è ancora lungi dall’essere affrontato. Se il “comune sociale” è una scelta obbligata senza la quale nessuno può nemmeno pensare di provare ad aggredire la realtà, e ha a che fare con la lettura della nuova “composizione di classe”, sulle sue caratteristiche tecniche e sui suoi comportamenti, il comune “politico” è ciò che un’intelligenza e una determinazione collettiva possono provare a produrre come progetto. Marchionne e la Gelmini, le banche centrali e i patti di stabilità, non si possono sconfiggere senza un’idea alternativa di società. Non possiamo far leva solo sulle storture della democrazia liberale in crisi, come unica forma politica da dare allo scontro. Pena il fatto che difronte agli eventi, tumultuosi o pacifici che siano, ci dimeniamo tra apologia ed ipocrisia, perdiamo tempo su analisi sociologiche sulla violenza o non violenza, ci trastulliamo con esercizi retorici ed ideologici, buoni per i telepredicatori del nostro tempo. Qual è l’obiettivo degli scontri di piazza? Quale quello quello delle grandi e pacifiche manifestazioni? Quali sono le ragioni che ci portano a incendiare un blindato e il giorno dopo a parlare con il Presidente della Repubblica? O a richiamarci alla Costituzione, che pure è la stessa che garantisce a Marchionne la possibilità di fare quello che sta facendo? Se non vogliamo tutti diventare schizofrenici, e se non pensiamo che quello che accade nelle banlieues francesi o nel centro di Londra, oppure ad Atene o a Dublino, sia da ridurre a fenomenologia del moderno vivere nella metropoli, o dall’altro lato ad una mimica della presa del potere con il quale però nessuno saprebbe che fare, dobbiamo reinventarci la politica. E’ evidente che essa non può esaurirsi né alla riproposizione né alla semplice critica dei partiti. Chi si situa tra riproposizione e critica infatti, se conta solo su sé stesso e sulle proprie capacità narrative, già può vedere gli scogli su cui rischia di naufragare. Dopo Mirafiori, nemmeno la forma sindacato può più continuare ad essere immaginata com’era, nemmeno nella sua versione più “aperta” al sociale. Come facciamo ad imporre ad un capitalista globale di fare scelte diverse, nel momento in cui di forza lavoro disponibile ne trova dove vuole? Allo stesso modo i movimenti contemporanei, una volta abbandonati i miti degli altri, dall’insurrezione per il comunismo alla democrazia costituzionale del dopoguerra, si devono pure porre il problema di come riscrivere gli orizzonti della conflittualità sociale. Le rivolte, se rimangono generazionali e non diventano di popolo, se non assumono le caratteristiche di nuove rivoluzioni, ma bruciano nello spazio di qualche telegiornale, possono anche tornare utili, in questo momento, al potere. Tutto questo era a Piazza del Popolo. Questo portato di desideri e di problemi, di inadeguatezza e determinazione. Una complessità, che parla di un vuoto che dovremo colmare. Come facciamo a condurre tutti la battaglia Fiat, se le rivendicazioni non parlano di un nuovo welfare, di una nuova società per la nuova composizione del lavoro che vive oggi anche dentro le fabbriche? Come pensare la prossima fase di opposizione alla controriforma Gelmini, se non affrontiamo nel suo complesso il terreno della conoscenza, dal ciclo della formazione alla produzione culturale e informativa? E l’alternativa ecologica, il nuovo modello di sviluppo, chi lo dovrebbe attuare, lo Stato? Nel pieno della sua dipendenza da strutture miste sovranazionali? Il “comune politico” è nuovo programma e nuova organizzazione adeguata a realizzarlo. Anche la crisi del Manifesto va rovesciata: non è forse giunto il momento di considerare il giornale, e anche i mille altri media indipendenti, anche per coloro che li producono, un’articolazione fondamentale di questo “comune”, sociale e politico, che si organizza attorno ad un programma condiviso?
A Marghera, i prossimi 22 e 23 gennaio, discuteremo a questo livello, in tanti e diversi. Non può che essere l’inizio di un processo, non lungo per la velocità dei processi in corso. Di certo è finita la ricreazione, quel tempo nel quale ognuno si poteva trastullare a parlar male dell’altro o a fare banda per simpatia. Sarà un anno duro, e l’unico modo per affrontarlo è pensare seriamente di scrivere noi una nuova storia.

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