Una recessione che sa di inflazione

L'ultimo rapporto Svimez conferma la crescita a doppia velocità tra Nord e Sud Italia

5 / 8 / 2019

  1. Cielo – natura – spirito. Via il cielo: materialismo.
  2. Tutto è vermittelt = mediato, legato in un’unità, legato attraverso passaggi.
  3. Eliminato il cielo – connessione secondo leggi di tutto il mondo (di tutto il processo del mondo). V. I. Lenin, Quaderni filosofici

Qualche giorno fa, come praticamente ogni estate, è stato pubblicato il famigerato rapporto Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che si preoccupa ogni anno di restituire una fotografia statistica della situazione meridionale). Da anni, il rapporto Svimez non porta buone notizie in termini economici, sociali, demografici. E infatti questo periodo dell’estate diventa, per i giornalisti delle maggiori testate (e dei migliori feuilletton), il momento dell’indignazione: Sud sempre peggio, servono programmi di rilancio, basta con questo sottosviluppo, più fondi per, ecc. Insomma, il rapporto Svimez ha una duplice funzione, dal punto di vista di movimento: registrare una situazione quantomeno schizofrenica e abbastanza sfuggente quale quella meridionale; far emergere, ciclicamente, il sentimento nazionale nei confronti del Meridione. In particolare, questo sentimento è lo stesso che ha permeato le crociate anti-reddito tanto del Partito Democratico quanto della Lega, di cui abbiamo già avuto occasione di parlarne. 

Lo spettro della recessione

Proprio così recita la prima delle ventuno slides delle Anticipazioni del Rapporto SVIMEZ 2019: «Lo spettro della recessione al Sud». Dai noiosi grafici e tabelle che occupano le successive pagine, risulta un’immagine chiara del Meridione, che torna a toccare quasi i dati (in rapporto) rilevati da Luciano Ferrari Bravo e Alessandro Serafini in Stato e sottosviluppo. 

Il PIL meridionale segue molto lentamente gli sviluppi del Nord (sia nazionale che europeo), mentre anticipa rapidamente i picchi minori. I numeri sono questi: nel 2018, i tassi di crescita al Sud sono dello 0,3 in meno rispetto al dato nazionale e centro-settentrionale. Tradotto in termini qualitativi, o meglio in tendenza, quel piccolo numero percentuale segna un forte divario – nell’arco di dieci anni, dalla crisi del 2008 allo scorso anno, SVIMEZ registra una caduta di PIL che supera di poco il 10 percento tra Nord e Sud. Ma il PIL ci dice ancora poco, come strumento astratto della ricerca statistica. Il dato che, invece, ci consente di guardare al problema in termini più politici sono altri indicatori – in particolare, le spese per consumi finali famiglie, il dato occupazionale, la qualità dell’occupazione. 

Innanzitutto, a fronte del 10 percento in meno della crescita del PIL (per essere più esatti, dovremmo dire: il 10 percento in più del calo del PIL), la spesa famigliare è schizofrenica: a Sud diminuisce del 9 percento dalla crisi del 2008, mentre al Nord addirittura aumenta, seppure solo di poco (0,7%). Stesso “trend” per la spesa delle amministrazioni pubbliche, che al Nord crescono del 1,5% e al Sud diminuiscono del 2,3% negli ultimi quattro anni. Altro che Sud assistenziale! Altro che “ora basta con tutte queste agevolazioni”! Insomma, il calo e l’aumento della spesa (famigliare e pubblica) non muta né cambia di campo da quattro anni: PD, Lega, 5S – la continuità della logica del sottosviluppo meridionale non rientra nelle prerogative del governo del non-cambiamento!

Ma andiamo avanti, con il dato occupazionale e la qualità dell’occupazione (anche se, preferendola, useremo la parola “lavoro”). Anche qui il Sud insegue lentamente lo sviluppo del Centro-Nord, mentre anticipa frettolosamente il calo: «tra la metà del 2018 e il primo trimestre 2019 il lavoro cresce, sia pur di poco, al Centro-Nord (+48 mila occupati, +0,3%), mentre nel Mezzogiorno fa registrare un forte calo (-107 mila occupati, -1,7%)» (SVIMEZ). Nello stesso grafico, si legge che «rispetto ai livelli pre-crisi (2008), al Sud mancano ancora 256 mila posti di lavoro (al Centro-Nord sono +487 mila)». E non solo, dal punto di vista qualitativo, a partire dal terzo trimestre del 2018, la Cassa integrazione «esplode» (parole testuali) al Sud: da 10 a 35 mila cassintegrati. Inoltre, come se non bastasse, al Nord i contratti a tempo indeterminato aumentano di +54mila e al Sud diminuiscono (-84mila). Ma quale ripresa! Ma quale sviluppo! Il rapporto è chiaro: «nel 2019,  con l’Italia che si ferma, il Sud entra in recessione», si legge a caratteri cubitali, rossi, con la parola recessione sottolineata. 

Provocazione: elogio dell’inflazione reloaded

È risaputo che l’economia classica, tanto cara ai neoliberisti, afferma che nei periodi di recessione l’inflazione stenti ad aumentare – almeno, nella maggior parte dei casi. Il caso meridionale attuale è uno di questi. Economicamente, infatti, inflazione e recessione sono incompatibili per molti punti, dicono, ma non per tutti (e di qua, l’eccezionalità di determinati casi). Ora, ciò che è incredibile dell’attuale situazione meridionale è proprio la quasi-identità politica tra la recessione nella quale si sta ritrovando il Sud e l’inflazione in generale: «denuda il principe e atterrisce la sua corte, perché moltiplicando le immagini della ricchezza le rende accessibili a tutti, ne moltiplica il desiderio»[1]. Appare molto attuale, in questi termini, l’articolo-provocazione di Lucio Castellano Elogio dell’inflazione pubblicato su Metropoli nel 1981. Contrazione dei consumi, terzo arresto in sei mesi dell’inflazione, che viene addirittura superata a luglio dai prezzi dei beni di consumo (tra cui quelli di prima necessità). Legando, poi, l’inversione del rapporto inflazione/prezzi dei beni di consumo e l’aumento della disoccupazione, allora questa recessione sì che «denuda il principe e atterrisce la sua corte». Possiamo dire che questa sia la vera grande beffa del reddito di cittadinanza, nel senso che però a beffare non è il RdC ma esso è il beffato: il suo leitmotiv ideologico della stretta parentela e reciprocità tra lavoro e reddito viene concretamente spezzato – i costi della vita aumentano, il tempo di lavoro pure, ma non il reddito. 

Inoltre, il RdC, nel suo mega-impianto disciplinare-punitivo, ha messo in atto un cortocircuito, nel quale la volontà di controllo da parte dello Stato delle spese dei riceventi il reddito si è andata a cozzare con l’inversione del rapporto inflazione/prezzi. E così, allo stesso modo dell’inflazione, l’attuale recessione «umilia la funzione della moneta togliendole potere di disciplinamento, di riserva di valore, per ridurla ad unità di conto». Infatti, «svela la natura contrattuale della distribuzione della ricchezza sociale, perché toglie ai prezzi la loro oggettività, e al posto dei costi mette le parti sociali e il confronto politico». Non dispositivo di organizzazione disciplinare di massa, ma mera unità di conto; il denaro torna a riempirsi di quel valore simbolico di esposizione e contabilità dell’ineguaglianza sociale di ricchezza e potere. A sto giro, gira male per tutti: «è il risparmio, sempre, mai il potere d’acquisto, che viene falcidiato, mentre a sue spese crescono, in modo non fittizio, i redditi spendibili»[2].

Questi sono i tratti politici comuni tra l’inflazione in generale e l’attuale recessione del sud, che potremmo sintetizzare così: «dentro la politicizzazione che impone delle regole del mercato si muove oggi con più trasparenza lo scontro di classe»[3]. Tutta la retorica del “governo del cambiamento” si poggia, infatti, su due assiomi secondo i quali: la nazionalità, l’esser-parte-del-popolo, l’italianità è di per sé già la garanzia di diritti sociali; la Nazione, alta entità da cui discende l’interesse generale e quindi né di destra né di sinistra, garantisce la crescita e lo sviluppo per tutti, ricchi e poveri. Ma sappiamo benissimo che “ricchi e poveri” cantano e ballano e festeggiano assieme solo se sono una band musicale. L’universalità dell’interesse nazionale, ancora una volta, si mostra per quel che è – il bel nome che i fascisti e i populisti affibbiano alla lurida socializzazione delle perdite dovute all’infinito cortocircuito italiano tra ideologia neo-liberista dello sviluppo illimitato e doppio-sviluppo Nord/Sud. Perché ce la possono vendere in mille modi questa favola dello sviluppo “tutti insieme”, dell’unità nazionale, della “fratellanza” in nome della cittadinanza.

«[Il sottosviluppo] è una funzione dello sviluppo capitalistico: una sua funzione materiale e politica. Ciò che, determinandosi, significa: funzione del processo di socializzazione capitalistica, della progressiva costituzione del “socialismo” del capitale. Sviluppo è infatti quello del potere capitalistico sulla società nel suo insieme, del suo “governo” della società – del suo stato»[4].

Citavamo questo passo di Stato e sottosviluppo già tre mesi fa, poco dopo l’ufficializzazione del Reddito di Cittadinanza. Tre mesi dopo, oggi, la legge del sottosviluppo meridionale individuata da Luciano Ferrari Bravo ci sembra ancora più pertinente, laddove il carattere estrattivo della produzione biopolitica – italiana ed europea – si combaciano con un sottosviluppo incredibile dal punto di vista della qualità dello sfruttamento della forza-lavoro. A questo proposito, lo SVIMEZ ci consegna un ulteriore triste dato sulla migrazione, che dal 2002 al 2017 ha superato i 2 milioni. In più, nel 2017 il “saldo” – quanto è triste la lingua del capitale – tra migrazione meridionale e immigrazione è negativo: quasi 57mila unità di forza-lavoro in meno. 

Fame, miseria, lutto: la logica del doppio sviluppo Nord/Sud, è questo che ci dice con forza l’attuale recessione, sta diventando, da congiunturale, strutturale. A complicare il tutto ci sono due elementi: la fine, ormai consolidata da almeno due decenni, del “socialismo del capitale”; il percorso di autonomia differenziata di Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto. Se il primo è riuscito ad annunciare l’inizio della fase del governo dell’emergenza, soprattutto al Sud, il secondo elemento darà forma strutturale a tale emergenza. Tuttavia, nel caso meridionale, non possiamo chiamarla emergenza, in quanto appunto il capitale nazionale italiano gioca ancora su un mix fra neoliberismo economico e feudalesimo sociale, per garantire una crescita appunto nazionale che si gioca su socializzazione della perdita (il Sud paga per primo) e regionalizzazione della distribuzione di ricchezza. 

A questo punto, allora, non resta che – rovesciando Weber – puntare tutto su piattaforme rivendicative meridionali che portino l’anarchia dei bisogni come programma minimo per un agire comunista e come elemento antagonista contro «quelli che odiano l’inflazione e amano la moneta, che temono di impoverirsi perché sono convinti che gli dobbiamo delle cose, che ci sono creditori». Per quanto continuiamo a sostenere che questo maledetto cielo possiamo farlo crollare, la realtà del Meridione ci restituisce un’immagine terrificante: il cielo preannuncia bombardamenti.

[1] L. Castellano, Elogio dell’inflazione, Metropoli n.6, 1981, p.21.

[2] Ivi.

[3] op. cit., p.23.

[4] L. Ferrari Bravo – A. Serafini, Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno italiano, Feltrinelli, Milano 1977, p.19.

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