Vakhtang Enukidze: ennesima "morte di Stato"

23 / 1 / 2020

L’ennesima “morte di Stato”, un nuovo “caso Cucchi”. La morte di Vakhtang Enukidze, avvenuta nel CPR di Gradisca d’Isonzo venerdì 18 gennaio, sta assumendo contorni sempre più chiari e inquietanti. Allo stesso tempo, emerge quel grado di violenza sistemica all’interno di queste strutture che le tante organizzazioni che operano sul versante del rispetto dei diritti stanno denunciando da tempo.

La morte di Vakhtang avviene solo sei giorni dopo quella di Aymed, trentaquattrenne tunisino, avvenuta nel CPR di Caltanissetta, che aveva scatenato una rivolta spontanea di altri “detenuti”. Si, perché di detenzione si tratta, nonostante i cittadini che vi transitano non abbiano commesso alcun reato che giustifichi forme di custodia cautelare: una delle più gravi contraddizioni in seno allo Stato di diritto, italiano ed europeo.

Il deputato radicale Riccardo Magi, che il 19 e 20 gennaio ha compiuto due visite ispettive nel Cpr, è convinto che Vakhtang sia morto dopo «una notte d’agonia» dovuta al fatto che sia stato «picchiato ripetutamente da circa 10 agenti, anche con un colpo d'avambraccio dietro la nuca e una ginocchiata nella schiena, trascinato per i piedi come un cane». Magi ha fatto queste dichiarazioni in una conferenza stampa tenuta alla Camera, nella quale ha anche annunciato che proporrà alla commissione Affari costituzionali della Camera di avviare un giro di ispezioni in tutti i Cpr, dove la «situazione è fuori controllo».

Le testimonianze raccolte dal deputato radicale concordano con quelle del Garante dei detenuti Mauro Palma e del rischio di un «nuovo caso Cucchi» ha parlato anche l’avvocato Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’Associazione studi giuridici per l’immigrazione (Asgi). Interessanti anche gli elementi raccolti dal Progetto Melting Pot e dalla Campagna LasciateCIEntrare elementi, che descrivono bene il clima in cui «operano avvocati e attivisti impegnati a far emergere la verità e le responsabilità di una morte che già di per sé dovrebbe mettere seriamente in forte discussione il sistema della detenzione amministrativa dei cittadini stranieri irregolari e dei richiedenti asilo». Ed è da ascrivere proprio a questo “clima” il rimpatrio avvenuto in questi giorni per 4 testimoni chiave della vicenda, senza la possibilità di nominare un difensore di fiducia. Si tratta di persone considerate fisicamente presenti nella fasi che hanno portato al decesso di Vakhtang Enukidze e coinvolta addirittura nello scontro fisico con il cittadino georgiano e che sia stata rimpatriata con un trauma cranico. Se fosse vera l’ipotesi della rissa formulata dalla Questura ci troveremo di fronte al rimpatrio del potenziale omicida.

Tra le altre cose di rilievo Melting Pot e LasciateCIEntrare segnalano il fatto che vengano sistematicamente, e in maniera del tutto immotivata, sequestrati i telefono dei migranti che vengono trasferiti nella cosiddetta “zona rossa”. Questo ha compromesso la possibilità di comunicare tempestivamente con l’esterno e in particolare con la rete legale che si è messa a disposizione per fornire assistenza.

Infine, Melting Pot e LasciateCIEntrare, fin dal giorno dopo il decesso di Vakhtang, hanno intrattenuto contatti con la comunità georgiana e temono che l’Ambasciata italiana in Georgia abbia esercitato delle forti pressioni sui familiari per farsi assistere da un legale fornito dalla stesse autorità italiane. Al tempo stesso temono che il governo georgiano non voglia fare le doverose pressioni sullo Stato italiano per conoscere la verità, che ha appena concesso l’esenzione del visto di ingresso per i cittadini del Paese caucasico. «Per questo motivo paventiamo che le autorità georgiane possano non avere molto interesse ad approfondire la vicenda urtando le relazioni diplomatiche con l’Italia, nel contempo dubitiamo che possano volere avvocati che al contrario abbiano interesse ad accertare la responsabilità della polizia.
Le nostre preoccupazione trovano riscontro nel fatto che la procura conferma che fino a questa mattina nessuno si è costituito per la famiglia e per questo motivo l’autopsia è stata rinviata. Abbiamo comunque chiesto al Garante dei detenuti di seguire attentamente ogni dettaglio con un suo avvocato perché non vi siano interferenze e mutilazioni sui fatti accaduti che secondo le testimonianze raccolte vedono un ensamble tra violenza di polizia ed omissione di soccorso da parte degli operatori del CPR che non può in alcun modo venir taciuto e dimenticato».

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