Venezia - Intervista al candidato sindaco per le elezioni comunali 2015 Ascanio Da Lecase

11 / 3 / 2015

Ci siamo trovati a quattrocchi con il candidato sindaco per Venezia Ascanio Da Lecase. Una figura nuova, fresca che ha deciso di impegnarsi nella politica rappresentativa per risvegliare le coscienze, da troppo tempo sopite, dei cittadini veneziani.

Ha inaugurato la sua campagna elettorale sfilando in maschera a Carnevale con il comitato No Grandi Navi – Laguna Bene Comune di Venezia e ha tenuto il suo primo comizio in campo Santa Margherita in occasione della manifestazione antirazzista #maiconsalvini #maiconmeloni del 7 Marzo 2015. Ha un profilo facebook e twitter e ha già conquistato qualche riga di merito nelle pagine della stampa locale oltre ad aver incassato le simpatie di un candidato sindaco in corsa alle primarie del PD.

Si chiama Ascanio Da Lecase e il suo obiettivo è diventare sindaco del capoluogo veneto.

Non che Ascanio sia particolarmente legato alla rappresentanza, anzi, uno dei primi obiettivi di Da Lecase è proprio quello di aprire il Comune alla cittadinanza, dimezzare lo stipendio dei deputati, combattere i privilegi della politica, abbattere i poteri forti, distruggere la burocrazia e valorizzare l’autonomia delle circoscrizioni; verso Una Comune più che un Comune.

Ama gli animali e la natura e per questo odia profondamente chi inquina e distrugge l’ambiente in nome del profitto personale. Da questo punto di vista si rifà all’ecologismo radicale di cui condivide appieno il pensiero secondo il quale l’uomo non può vivere tra asfalto e cemento ma deve impegnarsi a trovare, con l’aiuto della tecnologia, il giusto equilibrio con il mondo che lo circonda, con la natura, la fauna e la flora partendo, appunto, dalla lotta al consumismo e al capitalismo sfrenato. Se l’uomo non è libero, onesto e giusto con il mondo, si domanda Ascanio, come potrà mai esserlo con i suoi simili? Una società coscienziosa solidale ed egualitaria è l’antidoto contro la cementificazione dei territori e della laguna in particolare.

Partendo da questa premessa Da Lecase ha deciso di impegnarsi nella politica rappresentativa per risvegliare le coscienze, da troppo tempo sopite, dei cittadini veneziani.

Ascanio è un volto nuovo, anzi, nuovissimo! Sorridente, bello, solidale, affascinate, ispira fiducia e trasmette serenità con i suoi baffoni e le sue folte sopracciglia.

L’abbiamo incontrato in un bacaro e mentre sorseggiamo un prosecco gli facciamo qualche domanda entrando già in una empatica sintonia:

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G: Raccontaci un po’ della tua infanzia.

A: Con piacere. Nasco in una delle tante case popolari dell’Ater lasciate abbandonate. Mio padre era pescatore e mia madre una ex-operaia alla oramai dismessa fabbrica della Dreher in Giudecca. Durante la mia infanzia passata a “copà i gatti”, come canta un mio caro amico, ho avuto modo di capire cosa voleva dire essere povero e più di una volta mi sono scontrato con le difficoltà della vita e, purtroppo, nell’indifferenza delle istituzioni. Malgrado tutto, grazie al sacrificio e alla determinazione dei miei genitori, sono riuscito a completare gli studi e, anzi, grazie ad un lavoretto, purtroppo precario e sottopagato, ce l’ho fatta anche a laurearmi.

G: Ci vuoi raccontare un po’ della tua esperienza universitaria?

A: Sì, allora… Gli anni dell’università sono stati più che mai istruttivi. Oltre a conoscere tanta gente, leggere e studiare libri che poi si riveleranno importanti compagni di viaggio, capaci di farmi sognare ma anche di darmi delle risposte esistenziali concrete, gli anni dell’università sono stati fondamentali per la mia crescita personale. È in questo periodo che, durante i pochi momenti liberi tra la biblioteca, le lezioni e qualche lavoretto stagionale, ho conosciuto tante altre persone come me che vivevano nella mia stessa condizione. Tanti giovani lavoratori sfruttati, ma anche tanti diversi da me come gli studenti fuori sede costretti al fastidioso ricatto dell’alloggio… tanto sei uno studente, dicevano i padroni di casa, non hai bisogno del confort, delle comodità di una casa normale, basta un fornelletto che funzioni e poi tutto è apposto, dicevano. La doccia non funziona? Le pareti sono piene di muffa? La caldaia è un lusso? L’acqua alta che ti entra in casa è sopportabile? Allora cominciavo a farmi delle domande: sono tutti malvagi i padroni di casa oppure la risposta è più complessa?

Bisogna pensare che purtroppo è l’insieme che determina il particolare, mi spiego, nel senso che forse, pensavo, era la società e la comunità cittadina che, con politiche scellerate, aveva incoraggiato questo tipo di “mercato”.

E poi l’università, che si dovrebbe far carico del diritto sacrosanto allo studio, che appunto passa anche dal diritto a vivere la città nella quale si studia, cosa faceva? E cosa continua a fare?

Mi sono fatto tante domande in questo periodo e con altri ragazzi esasperati da questa situazione abbiamo pensato di provare a dare delle risposte. Difficile? Certo! Ma ho imparato che le difficoltà, se affrontate collettivamente, si possono superare. Allora ho cominciato a lottare per i nostri diritti con un collettivo universitario. Grandi manifestazioni, ogni giorno era un presidio, una protesta, un volantinaggio… qualche piccolo risultato.. ma mai abbastanza.

G: E poi ti sei laureato, hai conosciuto una ragazza e avete deciso di andare a vivere insieme..

A: Sì, appena laureato ho provato a cercare subito un lavoro meno precario possibile, cioè, ero in cerca come tutti di una possibilità lavorativa che mi desse almeno la sicurezza di arrivare alla fine del mese per i prossimi anni, una sicurezza che ritengo ancora oggi come un diritto all’esistenza. C’erano le bollette da pagare, la spesa da fare… Lo sapete com’è no? Man mano che si cresce le spese aumentano ma purtroppo le opportunità di lavoro no.

Allora ho dovuto abbandonare l’idea di lavorare come ricercatore universitario perché gli stage non venivano retribuiti e le borse di studio erano poche, mal pagate e soprattutto non ti davano nessuna sicurezza di avanzamento nel percorso lavorativo. Precario a vita insomma. Ad un certo punto ho semplicemente detto che non ci stavo. Ho preferito abbandonare l’idea di una carriera universitaria per imparare un nuovo mestiere. Come si dice: se la storia è importante lo sarà ancora di più il futuro no?

G: E qui si apre un nuovo capitolo della tua vita. Ce ne vuoi parlare?

A: Certamente. Ho sempre pensato che i mestieri manuali, come il falegname, il fabbro, il calzolaio, insomma, tutti i mestieri che durante le Serenissima erano considerati nobili, stimati e riconosciuti come abilità essenziali, fossero importanti, non solo per un discorso di trasmissione del sapere, della tradizione, quanto piuttosto anche come parte di quella economia coscienziosa e genuina che per me può ancora rappresentare una risorsa per questa città.

Allora ho lavorato come apprendista presso una bottega di maschere veneziane. Ho lavorato per due anni così fino a quando non ho trovato il coraggio per mettermi in proprio aprendo un piccolo laboratorio artigianale.

G: E poi? Com’è finita?

A: Per tre anni mi sono incasinato tra permessi, licenze, tasse, prestiti, mutui. Se da un lato ero riuscito ad uscire fuori dal mondo del ricatto del lavoro dipendente, dall’altra cominciavo a conoscere cosa voleva dire essere un piccolo pesce che nuota in un grande mare.

La burocrazia istituzionale e le infamanti condizioni bancarie mi hanno ridotto a pezzi. E come se non bastasse è arrivata pure la crisi economica a complicare il tutto. Com’è finita? È finita che alla fine non sono più riuscito a pagare il muto bancario che mi ero fatto ed Equitalia, per questo, mi ha tolto tutto quello che avevo: vale a dire il negozio e la barca che avevo appena finito di pagare dopo anni di sacrifici. Ma non è finita qui, perché per colpa della crisi immobiliare e della svalutazione dovuta alla confisca ho ancora, per loro, qualche migliaio di euro di debiti da pagare alla banca.

Allora che cosa dovevo fare? Si sono presi tutto e vogliono ancora di più. Non ci sto a questo fastidioso ricatto! Non sono stato io a creare questa crisi, non sono io che evado le tasse, non sono io che mi mangio i soldi pubblici. Nossignore! I colpevoli li conosciamo tutti, sappiamo i nomi e cognomi e soprattutto sappiamo benissimo che bisognerebbe cominciare a pensare che forse è un problema di struttura, di complessità socio-politica che permette certi tipi di atteggiamenti mafiosi e infami dei privati, banche e istituti finanziari verso di noi, cittadini di questa città, di questa nazione... e sappiamo anche che non saranno mai loro a pagare finchè le cose rimangono così, no?

G: E allora che hai fatto?

A: In Giudecca ci sono diverse case popolari che dovrebbero essere restaurate e destinate a chiunque riversa in condizioni finanziarie non favorevoli proprio come me. La casa dovrebbe essere un diritto sacrosanto ma purtroppo per qualcuno è solo un mezzo per ricattare la povera gente e specularci sopra. Allora, con altri ragazzi giovani e meno, abbiamo deciso di formare un’assemblea che andasse a discutere collettivamente di questi problemi e in men che non si dica ci siamo ritrovati tutti ad occupare queste case vuote e abbandonate da diversi anni.

Io te lo posso dire con certezza perché sono nato in Giudecca e conosco questa storia, ci sono case vuote da più di dieci anni e anche interi quartieri costruiti a metà, come in campo di Marte o all’ex-Scalera.

Scempi colossali fatti sulla pelle dei poveri cittadini che, non solo lavorano una vita per vedere i propri guadagni andare in fumo ed i propri sogni infranti -anche per colpa di una classe politica assolutamente complice di questo declino- ma che pure poi si debba ascoltare i politicanti per professione, primi responsabili di questa situazione, riempirsi la bocca di paroloni come degrado e sicurezza, a scopi di propaganda personale ed elettorale, allora no! È assolutamente insopportabile! Ipocrisia pura…

G: E quindi perché candidarsi sindaco?

A: Perché qualcuno a questi problemi deve dare una soluzione. Certo, la mia esperienza e la mia idea di mondo migliore mi dicono chiaramente che il cambiamento non deve essere dato ma piuttosto vissuto, voluto e conquistato. Solo una forza costituente è capace di cambiare radicalmente la realtà, e di questo ne sono più che convinto.

Ma è anche vero che purtroppo la cattiva politica, quella rappresentativa, è stata troppo spesso complice o artefice di queste gravi ingiustizie. Per questo io penso che forse una nuova figura politica, un nuovo rappresentate che chiaramente, senza becero populismo da quattro soldi e da campagna elettorale, possa veramente essere un deterrente ai poteri forti che si vogliono, e in parte l’hanno già fatto, mangiarsi Venezia.

Penso al MOSE e alle Grandi Navi, chi sono i corruttori? I corrotti!

Corrotti e corruttori sono le due facce della stessa medaglia, sono una combriccola a delinquere di noti affaristi e quotati politicanti che si legittimano l’uno con l’altro e che usano i soldi della Legge Speciale per Venezia per costruire grandi opere inutili e dannose mentre invece i soldi dovrebbero essere usati per restaurare le case diroccate, per impedire la vendita dei palazzi storici di questa città (vedi l’esperienza del palazzo Ca Bembo, del Fontego dei Tedeschi, dell’Arsenale, di Poveglia ecc.).

Credo che la chiarezza e la determinazione siano le armi principali che ho, abbiamo collettivamente, per cambiare veramente questa situazione di disagio collettivo.

Chiudere Consorzio Venezia Nuova e usare quei soldi per restaurare le case popolari, istituire un reddito di cittadinanza, incentivare nuove tipologie di restauro virtuoso e autorecupero degli spazi abbandonati, evitare che le scuole cadano a pezzi o che siano abbandonate allo sporco e all’incuria. Questo è un programma semplice ed efficace.

G: Bene, penso di aver all’incirca capito lo spirito che ti ha portato a tale scelta.. Vuoi concludere con una qualche frase effetto questa breve intervista?

A: A dirla tutta non è che sia tanto bravo a improvvisare.. Però penso di aver la frase giusta per quest’occasione, è una citazione veneziana che avrò cantato mille volte.. La porto sempre con me per ricordarmi da dove vengo: “..E adesso xe rivà el momento de dirghe basta.. e de cambiar!!”

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