Venezia - Se anche l'università comincia a subire il fascino della divisa

22 / 11 / 2018

Quella del rapporto tra istituzioni scolastiche e forze militari è una storia complessa. Cardine di questo rapporto è l’articolazione di un progetto comune: l’educazione. Partendo da quella militare, questa è volta alla costruzione di un cittadino-modello fortemente dipendente dai rapporti gerarchici, che modula la propria azione sulla base di un rigido principio di obbedienza e che fa dell’abnegazione e dello spirito di sacrificio valori morali irrinunciabili. «Le leggi si rispettano, senza se e senza ma» recitava alcuni giorni fa il commento di un militare (da profilo Facebook) alla foto di un ragazzo di 15 anni manganellato a Napoli nel corso di una manifestazione contro Matteo Salvini. 

A guidare invece l’insegnamento scolastico sono valori diversi, cui le prerogative concesse dalla carta costituzionale implicitamente tendono: il superamento delle disparità economiche, l’assenza (almeno nominale) di discriminazioni di genere o provenienza, l’accessibilità degli spazi, la gratuità delle scuole dell’obbligo e via discorrendo sono tutti provvedimenti che mirano alla libertà di fruizione e, di converso, di scelta. Il concetto di diritto allo studio, intrinsecamente, riguarda il diritto al libero pensiero, alla libera rielaborazione dei contenuti offerti. Il pomposo “compito educativo” delle scuole si deve quindi necessariamente risolvere nella creazione di un modello di cittadino che abbia adeguate competenze per la lettura e interpretazione critica dei processi sociali, politici ed economici che attraversa. All’obbedienza fa quindi da contraltare la cooperazione, all’abnegazione la solidarietà, all’automazione lo spirito critico. 

Mettere in contatto questi due moduli, oggettivamente paralleli per metodi e contenuti, ha una valenza ideologica non indifferente, ed è contro questa che come collettivo Li.S.C. abbiamo voluto agire martedì 20 novembre, quando con un blitz abbiamo bloccato, ritardato ed infine annullato la seconda lectio magistralis del ciclo «Militaria. Al servizio dello Stato» organizzato a Ca’ Foscari nel quadro del Master «Studi strategici e sicurezza internazionale». Fabrizio Marrella, docente di Diritto Internazionale e direttore del master, aveva già invitato il generale Claudio Graziano, Capo di Stato Maggiore della Difesa, per una lectio su «La politica europea di sicurezza e difesa» nella quale – citando la brochure di presentazione – si intendevano analizzare le criticità del “Fianco sud”, vale a dire le frontiere con il Medio Oriente e la sponda nord-africana, dove «migrazioni incontrollate […], di massa» rappresentano una seria sfida per l’Occidente, impegnata a respingere i «flussi di profughi e migranti economici che “bussano alla porta”». Nel corso del primo incontro l’obiettivo era di dimostrare il ruolo determinante delle Forze Armate tutte nella definizione del “Sistema Paese”, mentre in questo secondo l’attenzione era focalizzata sulla Marina Militare, invocata come panacea per lo spirito infiacchito dei cittadini italiani, ormai dimentichi dei veri valori di Patria. La Marina viene definita un propulsore del “Sistema Paese” anche dal punto di vista sociale «quale latrice di valori fermi ed immutabili che, anche nel momento storico della sconfitta, hanno reso possibile evitare sia una definitiva debellatio e sia quella che, da molti, è stata definita come la morte della Patria». Posti l’anacronismo dello spirito nostalgico con cui si guarda ai conflitti mondiali in ottica di vittoria/sconfitta e la criticità di un’espressione, morte della patria, che nelle circostanze storiche in cui avvenne è da assimilare al disfacimento di una patria la cui nazione era stata coercitivamente identificata come fascista (e di cui era quindi auspicabile una morte), la nostra critica era, ancor prima che ai contenuti, alla scelta in sé di creare un’apertura, un varco nella rete, che consentisse allo spirito militare di insinuarsi nelle aule di un’università pubblica.

L’obiettivo, dichiarato fin dal principio, non era di aprire a un dibattito, ma di riappropriarci di uno spazio che, fino a prova contraria, spetta alla collettività studentesca attraversare. La sala di rappresentanza che Ca’ Foscari aveva messo a disposizione dell’evento non avrebbe dovuto ospitare una conferenza del genere. L’unica incognita che avrebbe potuto sollevare delle criticità sarebbe stata la presenza numericamente consistente di altri studenti tra gli uditori. Nonostante quanto dichiarato dal rettore Bugliesi, che ex post ha parlato di decine di studenti, questi si contavano sulle dita di due mani, seduti accanto a una quarantina di militari in uniforme. La pratica di interruzione che abbiamo agito non ha leso gli interessi di una platea che in università ha la sua sede naturale, ma è valsa come riprova del fatto che l’esercito non trova spontaneamente spazio nelle strutture educative e che il portarcelo rappresenta evidentemente una forzatura.

Andando oltre la narrazione della riuscita dell’iniziativa, quel che preme davvero porre sotto i riflettori è la nebulosa di reazioni che hanno accompagnato e seguito il nostro blitz. A cominciare dai militari presenti in sala che, avendo ricevuto indicazione di rimanere nell’aula e ascoltare quanto detto in cattedra, sono rimasti composti fino a nuovi ordini, zittendo l’unico ragazzo (peraltro di formazione militare) in sala che abbia espresso rammarico per la sospensione della conferenza. Un aplomb mantenuto anche dall’ospite Dario Giacomin, che si è detto desideroso di «imparare» da quelli che si sono seduti in cattedra, cui non ha fatto da cornice l’atteggiamento di Michele Bugliesi. Nello stesso pomeriggio del 20 novembre, il rettore ha rilasciato alla stampa un’unica dichiarazione, nella quale si dichiarava deciso a sporgere denuncia per interruzione di pubblico servizio nei confronti di quelli che ha definito una sparuta manciata di «incivili», la cui azione risultava evidentemente «violenta». Non si è arrischiato a entrare nel merito dell’episodio e a difendere le scelte di Ca’ Foscari: scelte razionalmente ingiustificabili, perché volendo spigare le motivazioni che hanno condotto un’università pubblica ad avviare un master in co-tutela con le forze armate e a ospitare un ciclo di lectio magistralis sotto il titolo di «Militaria» il rettore sarebbe incorso in giustificazioni assai poco sostenibili. 

Quale sia l’obiettivo di queste iniziative è infatti l’interrogativo che sta alla base della nostra azione, che ci ha portato a contestare non solo l’appuntamento di alcuni giorni fa, ma il clima generale in cui questo è avvenuto: un contesto che ha visto il progetto di reintroduzione della naja obbligatoria, la proposta di garantire agli universitari un certo numero di CFU in cambio di sei mesi di leva, la propaganda militarista e securitaria propugnata dal Ministro degli interni Matteo Salvini. La critica è a un sistema dell’istruzione che si sta facendo sedurre dalle strategie comunicative dell’Esercito Italiano, che ha creato un format adatto a ogni età: dal Lupetto Vittorio, un personaggio illustrato che insegna ai più piccini che essere soldato è il modo migliore per servire ed essere utile ai propri concittadini, ai programmi di Alternanza Scuola/Lavoro che permettono agli studenti medi di entrare in contatto con le attività e gli ambienti militari, fino a progetti formativi come quello oggetto di discussione che hanno «l’obiettivo di fornire loro [scil. agli studenti] una conoscenza degli aspetti militari, giuridici ed economici, legati alle attività del comparto Sicurezza e Difesa».

L’unico corpo studentesco ad essere rappresentato in quell’aula di Ca’ Dolfin è stato quello oppositivo, il che ha messo in luce l’inadeguatezza di questi contenuti, pure strenuamente difesi dal Rettore e, ancor più, dalle dichiarazioni pubbliche di sostegno che hanno seguito il suo comunicato stampa. Il rettore, che sembra comparire tra i papabili da candidare per il PD alle comunali del 2020 contro la coalizione di Brugnaro, ha ottenuto infatti l’appoggio di Alex Bazzaro, classe 1987, deputato della Lega e membro del team di comunicazione di Matteo Salvini: dettaglio non irrilevante, dal momento che all’indomani della condanna alla pubblica gogna da parte del vicepremier di tre ragazze minorenni, ree di avere un cartello in cui, con un certo colore, gli auguravano la stessa fine di Mussolini, la strategia adottata da Bazzaro è (mutatis mutandis) la stessa. Una fotografia pubblicata sui propri canali social accompagnata da una didascalia che rifacendosi ai più beceri stereotipi ci relega allo status di studenti nullafacenti la cui media è probabilmente inferiore al 20 e di 4 gatti dei centri sociali, scatenando la reazione dell’agguerritissimo “popolo di Facebook”, che come da scaletta ha espresso la speranza che venissimo cacciati «a calci in culo», manganellati, trattati come Stefano Cucchi etc. etc. Il riferimento alle vicende del geometra romano non è casuale, ma dipende dalle dichiarazioni di un’altra ospite seduta in sala il 20 novembre: Luciana Colle, vice sindaca leghista (seppur non nota ai vertici del partito) della giunta Brugnaro, che non più tardi di un mese fa si era lasciata andare con accuse infamanti e offensive nei confronti di Ilaria Cucchi, la cui tenacia aveva da poco “regalato” la verità sulla morte di suo fratello, ucciso da uomini in divisa. 

L’ultima dichiarazione di solidarietà al rettore, cui viene suggerito di continuare a testa alta nella denuncia, viene dall’esperienza di Elena Donazzan, assessore all’istruzione della regione Veneto, nella cui autobiografia vengono rievocati, con una certa nostalgia, la militanza nell’MSI e l’affetto nei confronti del camerata Nicola Pasetto, il “deputato picchiatore”, venuto fortunatamente a mancare nel 1997 dopo un passato di squadrismo, aggressioni con spranghe e crick. La stessa Donazzan che nel 2015, all’indomani dell’attentato a Charlie Hebdo, divulgò in tutte le scuole del Veneto una circolare islamofobica incitando a una presa di posizione anti-musulmana e all’adozione di precauzioni nei confronti dei fedeli di Allah. Stando a quando dice, l’assessora si sarebbe «assicurata che si proceda a identificazione e denunce conseguenti».

Questo appoggio da solo dovrebbe far riflettere il rettore Bugliesi sull’assurdità delle proprie posizioni: la difesa del militarismo, la convinzione dell’opportunità di una collaborazione università/esercito, l’assunzione di provvedimenti repressivi e lesivi del nostro diritto allo studio. Ma la criminalizzazione di qualsiasi forma di dissenso, anche argomentata e assennata come quella praticata da Li.S.C. (che è un collettivo studentesco, non un centro sociale) appartiene a qualsiasi forza politica istituzionale, prona nella difesa del monopolio statale della Gewalt. Non nutriamo nessuna aspettativa su un uomo che agisce binariamente nella tutela di un’identitarismo e di un sistema di valori che, come uomo di scienza, dovrebbe aberrare: propaganda in pompa magna nelle aule della nostra università e ricorso ad espedienti repressivi tipici delle stesse forze propagandate nei confronti di ogni legittima manifestazione di disapprovazione. Nel replicare al suo comunicato stampa abbiamo ribadito che non vogliamo che le nostre rette, tra le più alte d’Italia, siano usate per un indottrinamento securitario e militarista. Abbiamo rivendicato il diritto all’occupazione e al dissenso come unico mezzo a nostra disposizione per contrastare l’iper-visibilità che l’università dona a contenuti inammissibili. Contenuti che vorremmo critici, analitici, e non cattedratici, presentati senza alcun moderatore. Contenuti come quelli che abbiamo portato in aula noi studenti, sia martedì che in occasione di altri due appuntamenti che abbiamo organizzato, uno sulle pratiche di lotta di un movimento come Black Lives Matter e l’altro sui contenuti del DL Salvini. Appuntamenti cui la componente studentesca ha reagito con entusiasmo e grande partecipazione, a testimonianza del fatto che le narrazioni che trovano approvazione e suscitano interesse tra gli studenti non sono i fantocci di retoriche patriottiche o i tentativi a destra di insegnare obbedienza e abnegazione, ma stimoli costruttivi e radicali, che puntano a una critica complessiva e produttiva del “Sistema mondo”.

Se il magnifico intende davvero procedere con denunce e limitare la nostra libertà di attraversare uno spazio che siamo regolarmente autorizzati a vivere, ci troverà preparati. La tattica del divide et impera che ha messo in campo contrapponendo gli «incivili» di Li.S.C. agli studenti di un altro collettivo che hanno recentemente occupato la sede di San Sebastiano non ci coglie impreparati. Il tentativo di distinguere tra contestatori “buoni” e “cattivi”, in una logica da amico/nemico, non rappresenta un inedito. Tuttavia, provare a mettere gli studenti gli uni contro gli altri quando si tratta di questioni basilari come il rifiuto dell’interazione esercito/università o la rivendicazione di spazi per gli studenti è una mossa stolta, che odora di disperazione. E se il rettore avrà dalla sua il plauso della Lega (e fa già ridere così), dalla nostra troverà l’intelligenza di una comunità studentesca pronta a schierarsi contro qualsiasi dimostrazione machista di forza.

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