Pochi e sommari controlli alla frontiera dopo la sospensione dei treni e l’iniziativa della campagna Welcome

Ventimiglia - La frontiera mobile dell’Europa che non c’è.

Continuano i treni della dignità. In molti raggiungono la Francia. In tanti cercano la rotta contraria

19 / 4 / 2011

Salgono, scendono, esibiscono i documenti e vengono registrati su pezzi di carta che si perderanno tra i mille altri su cui sono scritti frettolosamente i nomi di chi ha attraversato il confine italo-francese di Ventimiglia. Oggi i treni della dignità sono stati diversi, in molti, moltissimi, sono riusciti a raggiungere quella tanto desiderata Francia che solo domenica aveva eretto un muro invalicabile sul confine. Passa anche chi è senza permesso, tanto sono larghe oggi le maglie del controllo infraeuropeo. Ma il confine li seguirà, non si dimenticherà certo di loro alla scadenza dei tre mesi di "soggiorno" o al primo controllo, quando il segno di quel confine europeo marchiato sulla loro pelle nel mare del Sud tornerà a diventare uno stigma.
I pochi respinti invece fanno ritorno a Ventimiglia. Sono senza un soldo in tasca e neppure possono contare sulla finzione di un pezzo di carta che possa dimostrare la disponibilità di un luogo in cui stare oltre la frontiera, così come dicono le regole di Schengen, che chiedono la dimostrazione della ragione del soggiorno, e soprattutto della sua durata. Pura ipocrisia. Per questo, fin da subito, in rete con i movimenti d’Oltralpe, sta prendendo forma una rete di solidarietà che, a partire dalle necessità "burocratiche" fino ai ricorsi contro i respingimenti, cercherà di supportare il passaggio del confine.

Tutti sanno che i migranti sono sempre passati, anche quando di permessi temporanei non c’era traccia, anche quando Maroni ancora faceva la voce grossa pensando che quella sollecitazione sul confine del Mediterraneo, fosse come tante altre l’ennesima operazione su cui costruire l’emergenza. Ma qualcosa è andato storto.

Così oggi ci troviamo con il Ministero dell’Interno italiano, quello del partito degli spari e dei fora dei ball a fare la parte del paladino della libera circolazione europea e con il suo collega francese a ripagarlo con la stessa moneta usata da Maroni a Lampedusa o ai porti dell’Adriatico.

Non è un caso che proprio in queste ore si registri un numero di respingimenti più alto contro i migranti che cercano di raggiungere l’Italia dalla Francia per presentare la domanda del permesso, piuttosto che dall’altra parte, in un gioco di rimpalli che fa di quella frontiera, inutile, soppressa, ormai abbandonata da anni di acquis Schengen, il simbolo di una Europa tanto rigida quanto fragile.

Ed è proprio questa l’Europa che domenica i governi francese ed italiano ci hanno mostrato. Quella dei confini permeabili, mobili, a servizio della politica, che si oltrepassano al buio, nel silenzio, nella clandestinità anche quando in mano hai un permesso di soggiorno. "Senza troppo clamore di cono", puntando il dito contro il treno della dignità. E non è un caso. Perché mentre è accettabile che i migranti varchino i confini in ogni modo, salvo poi ricadere eventualmente in un destino clandestino, fatto di lavori a nero e ricatti, è inaccettabile per questa Europa che i confini possano essere oltrepassati alla luce del sole, con la testa alta e lo sguardo degno di chi non vuole piegarsi alla sua violenza. Puoi andare oltre il varco con un passeur o rischiando la vita arrampicato su un monte, ma non è permesso interrompere lo spettacolo ipocrita di cui si nutre il palcoscenico della politica, la finta bagarre tra Italia e Francia (a proposito a Ventimiglia non erano la CRS francese ma i reparti anti-sommossa della Polizia italiana a erigere frontiere).

La Francia insomma ha mostrato il suo nervo. L’Italia ha messo i reparti a protezione di questa scena che deve rimanere esclusiva delle diplomazie e dei giochi di tattica nell’assetto politico europeo.

Rimane il fatto che oggi sono tutti più dolci, preoccupati di ricucire uno strappo consumatosi non tanto tra gli uffici diplomatici, ma tra le loro parole e la realtà che il treno della dignità ha toccato con mano.

Nicola Grigion

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