Verona, carcere Montorio. Le morti invisibili

Detenzione e/o pena capitale

2 / 11 / 2009

Anche Montorio, come altri luoghi simili in Italia, è sede di esecuzione capitale.
Venerdì sera, 30 ottobre, nell'infermeria del carcere Domenico Improta, 29 anni, si è suicidato, dopo ripetuti tentativi non riusciti.

Da gennaio 2009 ad oggi sono più di 146 i detenuti morti nelle carceri italiane.
Sempre più spesso il carcere diventa luogo in cui, pur non essendo prevista dal nostro codice penale, si esegue la pena capitale. Direttamente o indirettamente.
Quotidiane storie di violenza, sopraffazione. Morti "sospette" come quella di Stefano Cucchi. Di Aldo Bianzino. Di Stefano Frapporti.

È sufficiente leggersi la biografia delle persone morte in carcere. Qualche piccolo reato, per alcuni. Nessun reato, per altri: o meglio, comportamenti sociali e individuali trasformati in reato. A questo hanno condotto le politiche sulla sicurezza. Carceri che definire sovraffollate è un'eufemismo. E conseguente aumento di violenza tra detenuti e contro i detenuti (è di oggi la notizia del dialogo registrato tra guardie: "Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto..."). Questa è la sicurezza per chi governa. Punizione e controllo, non solo del reato ma anche della nuda vita dei cittadini-sudditi.

Fumare una canna di troppo. Tenere un po' di sostanza in più rispetto a quella considerata per uso personale. Fare un'infrazione stradale.

Per fatti così in Italia si va in carcere.
In Italia, per comportamenti così, c'è la pena di morte.

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