We are the tide. You are only G(20): la piattaforma politica verso le mobilitazioni di 9 e 10 luglio a Venezia

30 / 6 / 2021

La piattaforma politica di We are the tide. You are only G(20) verso le giornate di mobilitazione a Venezia (9-10 luglio) contro il G20 della finanza, scritta nel corso dell'assemblea in presenza a Marghera dello scorso 20 giugno. Sono tre gli assi principali attorno a cui ruota la piattaforma: reddito, welfare, beni comuni; ambiente, clima, territorio; transfemminismo.

“We are the tide. You are only G(20)” lancia due giornate di mobilitazione il 9 e 10 luglio a Venezia in occasione del G20 su finanza e banche.

Due giornate in cui i percorsi finora delineati nelle assemblee pubbliche troveranno forma e produrranno discorso partendo dalle contraddizioni e dalla violenza che le scelte finanziarie esercitano sulle vite di tutti e tutte noi.

Due giornate di discussione e contestazione di un summit che vede riuniti gli artefici delle politiche economiche che hanno portato non soltanto allo smantellamento del welfare e della sanità pubblica - con le evidenti conseguenze nell'anno appena trascorso -, ma complessivamente a un impoverimento della popolazione, alla precarizzazione di lavoratori e lavoratrici, allo sfruttamento del lavoro riproduttivo, all'estrazione di valore dalla natura, alla definizione di zone di sacrificio, alla discriminazione dei corpi razzializzati.

Il programma, in via di definizione, prevede per la giornata di venerdì 9 luglio un dibattito che si articoli lungo gli assi di ragionamento affrontati dalla piattaforma (e riportati in seguito), mentre sabato 10 luglio, in occasione della chiusura dei lavori del tavolo del G20, è stata lanciata una grande manifestazione sulla riva delle Zattere, luogo simbolo della resistenza della città, in cui provare a costruire anche una lunga catena umana fino a punta della dogana.

La manifestazione accoglierà i temi, le performance e le pratiche di tutte le realtà che hanno aderito alla piattaforma "We are the tide. You are only G(20)".

In una città militarizzata, in cui la zona rossa viene applicata indiscriminatamente non solo in prossimità dei luoghi fisici in cui si tiene il summit, ma all'intero centro storico, dare voce e forma a un'alternativa dal basso, alle rivendicazioni di chi da anni subisce le scelte di una manciata di ministri e governatori delle banche è fondamentale, dare una risposta che sia all’altezza della violenza che le politiche finanziarie globali è urgente.

Di seguito i report dei tre tavoli preparatori che si sono tenuti domenica 20 giugno durante l'assemblea nazionale.

Reddito, welfare, beni comuni

Viviamo in un mondo in cui il livello di violenza esercitata da chi avrebbe l'ambizione di governare i processi economici e finanziari su chi questi processi li subisce si sta alzando sempre di più.

La gestione della emergenza sanitaria e la gestione della fuori uscita ne sono esempi lampanti: durante la pandemia si è deciso che alcune fasce della popolazione sarebbero potute essere sacrificate, si è deciso che alcuni aspetti della nostra formazione come quello della formazione potevano essere messi in disparte per garantire continuità ad altri settori più funzionali in termini di produzione di ricchezza.

Allo stesso modo quello che vediamo all'orizzonte in termini di politiche economico sociali non è rassicurante: la fuori uscita dalla pandemia sarà evidentemente fatta pagare alle fasce più deboli.

Questo si evidenzia nella scellerata gestione della distribuzione dei vaccini, che vede interi paesi completamente abbandonati in balia del diffondersi del virus, così come nella campagna mediatica in corso contro il reddito di cittadinanza, preludio di una possibile riduzione degli strumenti di welfare.

Non di meno gli scenari di guerra, dalla Palestina all'Afghanistan e in molti paesi dell'Africa, così come la gestione criminale dei migranti, che vengono lasciati morire in mare o torturati ai confini dell'Europa, fino ad arrivare alle aggressioni subite dai lavoratori FedEx fuori dai cancelli dei magazzini di San Giuliano Milanese e di Lodi e l'omicidio di Adil fuori dai cancelli della LIDL di Biandrate dimostrano come l'estrazione di valore dalla vita, oltre che dal lavoro, non conosca limiti: non si tratta di una devianza del sistema capitalistico, ma della sua intrinseca natura vorace, assolutamente irriformabile.

Il G20 di Venezia, città che rappresenta in questi termini molte delle forme di sfruttamento evidenziate (dalla monocultura dell'industria del turismo, fortemente inquinante all'economia della rendita), in questi termini, ci mette di fronte alla possibilità di intrecciare percorsi di lotta. Vogliamo opporre delle parole d'ordine semplici, attorno alle quali si possano riconoscere tutte le persone che stanno pagando e pagheranno i costi della pandemia:

-Reddito universale incondizionato per tutt*, per uscire dal ricatto del lavoro sfruttato e sottopagato, per una ripartenza che non sia strumento di arricchimento per poch* sulle spalle di tant*;

-Rimessa al centro dei beni comuni e delle comunita': non siamo più disposti ad accettare che le nostre vite e i nostri territori vengano sacrificati sull'altare del profitto. E' necessaria un cambiamento radicale nei paradigmi di produzione e di spesa, che metta in discussione cosa viene prodotto, come viene prodotto, dove viene prodotto e quanto viene prodotto: è necessario rivedere l'idea stessa di lavoro, come strumento utile a se, agli altri e ai nostri territori in una logica di cura comune;

-Potenziamento del welfare e delle forme di cura, in forma pubblica e comunitaria: la pandemia sta diventando un ennesimo passaggio verso la completa privatizzazione del welfare e dei servizi. Non possiamo accettare che ciò accade, non è accettabile che bisogni fondamentali come la salute, la formazione o l'accesso alla casa possano essere subordinati ad una logica di profitto, riproducendo quindi i meccanismi di sfruttamento o di accesso differenziale ad essi: i diritti o sono per tutt* o non sono diritti!

Consapevoli della sfida che abbiamo di fronte, e che l'orizzonte delle lotte non può che essere quanto meno europeo, crediamo che il G20 di Venezia per rilanciare le lotte, incanalare la nostra rabbia nei confronti di chi ha causato il disastro in cui siamo immersi, riallacciare i fili che tengono insieme tutte le componenti che hanno sempre pagato e che continueranno a pagare gli effetti del sistema finanziario e sociale in cui viviamo.

Ambiente, clima, territorio

Dal tavolo di lavoro ambiente e clima è emerso come, anche durante il periodo di pandemia, si siano portati avanti quelle pratiche e quei progetti estrattivisti che da anni condanniamo nei nostri territori.

Le grandi opere, l'inquinamento legato ad un sistema di produzione e consumo insostenibile ed estrattivista, la finanziarizzazione della crisi climatica sono alcuni degli elementi che riteniamo sia fondamentale far emergere nelle giornate del G20 della finanza a Venezia.

Nella discussione è stato ribadito più volte la necessità di adottare un cambio di prospettiva, in cui lo scontro tra capitale e lavoro venga sostituito da quello tra capitale e vita, proprio alla luce della mercificazione e sfruttamento che sta avvenendo di quest'ultima.

Fondamentale risulta anche far emergere l'elemento del debito, specialmente legato alle politiche come recovery fund e PNRR, come elemento che ricadrà su di noi senza portare alcun beneficio, ma andando ad alimentare ulteriormente tutti quei meccanismi e progetti che estraggono profitto dalle nostre vite e devastano i nostri territori.

Bisogna che la transizione ecologica affronti il tema dei beni comuni e dell'ormai famoso "omnia sunt communia", e la nostra presenza durante le giornate del g20 deve portare questo elemento, andando anche a ricostruire quei legami di socialità persi durante la pandemia.

La lotta alla crisi climatica non può essere d'opinione, ma deve svolgersi nei territori, con una presenza forte nelle contraddizioni locali e una visione ed una partecipazione nelle lotte globali.

Questo ci ha riportato alla discussione della proposta fatta in plenaria, che è stata accolta. Si è infatti ritenuto che sia necessario ci sia una pluralità di pratiche, che riporti la complessità della lotta climatica anche nei termini del transfemminismo, dell'antirazzismo e dell'antispecismo.

Transfemminismo

Il capitalismo neoliberista ha costruito un mondo dove alcune vite sono considerate "usa e getta": vite messe a lavoro - sfruttato e gratuito - per permettere la riproduzione di un modello produttivo estrattivista e della sua violenza; vite che non riflettono la norma eteropatriarcale su cui questo modello si fonda e si riproduce.

Dopo aver vissuto un anno e mezzo di pandemia, abbiamo potuto leggere con ancor più chiarezza la costruzione diseguale delle società in cui viviamo. Abbiamo visto come l'emergenza sanitaria - riconducibile allo sfruttamento massivo ed intensivo dell'ambiente - si sia trasformata immediatamente in crisi sociale ed economica, acuendo tutte quelle discriminazioni strutturali su cui è basato il modello sociale e produttivo dominante.

La retorica dei lavori essenziali ha mostrato, ancora una volta, la violenza del capitalismo: da una parte ha reso chiaro quanto la riproduzione sociale nel nostro paese - e non solo - sia "razzializzata" e "femminilizzata"; dall'altra ha mostrato senza remore o timori una politica asservita alle decisioni di Confindustria, alla produzione come unico obiettivo di crescita a discapito delle vite di lavoratrici e lavoratori (messe doppiamente a rischio, sia dalla pandemia che dalle poche tutele in termini di sicurezza e reddito).

Le scelte intorno alla cosiddetta ripresa (o ripartenza) hanno mostrato come la vita di lavoratrici e lavoratori valga meno del proseguimento ininterrotto di un sistema di sfruttamento produttivo, pronto ad uccidere chi cerca di rivendicare diritti e tutele.

La pandemia ha reso inoltre evidente il carico di lavoro di cura all'interno delle mura domestiche, un lavoro che è raddoppiato (se non triplicato) nei momenti di chiusura delle scuole ed è stato quasi del tutto demandato alle donne.

Nel 2020 oltre 90 mila lavoratrici in Italia hanno visto i propri contratti scadere o non essere rinnovati. Il lavoro sommerso ed informale – che non ha avuto alcun sostegno economico in quanto “non riconosciuto” – è in prevalenza femminile, anche a causa della necessità di conciliare la cura del nucleo familiare, e con lo sblocco dei licenziamenti la situazione sicuramente non potrà che peggiorare!

La stessa campagna vaccinale - unica soluzione messa in campo a livello governativo per l'uscita dalla pandemia insieme alle limitazioni legate alle ordinanze e ai decreti - si fonda su assi di diseguaglianza.

Quante - e quali - sono le persone che non hanno accesso al vaccino per via di documenti mancanti, di precarietà lavorativa, di mancanza di alloggio?

Quante lavoratrici nella cura di soggetti fragili non sono riuscite a vaccinarsi e si ritrovano costrette in case padronali senza poter vedere nessuno per non mettere a rischio i propri assistiti? Quante invece hanno perso il lavoro - e quindi si trovano in una condizione di precarietà anche rispetto alla possibilità di rimanere nel nostro paese - per un vaccino non concesso?

La stessa sanatoria che aveva portato alla ribalta del discorso pubblico l'essenzialità di alcuni corpi (corpi migranti) per la riproduzione degli stili di vita e dei bisogni di coloro che "stavano a casa", si è rivelata un fallimento e un'ulteriore forma di sfruttamento e ricatto.

La privatizzazione del Sistema Sanitario Nazionale ha dimostrato come la concezione della salute in ottica neoliberista abbia acuito il collasso delle strutture sanitarie di fronte all'emergenza pandemica. Anche nel campo della salute si sono riflessi gli stessi assi di diseguaglianza che definiscono e strutturano la nostra società, determinando un accesso differenziale a cure e sostegno medico. I reparti e i servizi "sacrificabili" sono stati quelli rivolti alle interruzioni di gravidanza e alla salute sessuale, ad esempio ritenendo non essenziale l'accesso alle cure ormonali per le persone in transizione.

È solo grazie alle pressioni e al lavoro di singole esperienze impegnate nei territori e di reti informali di movimenti e soggettività che questi diritti sono stati garantiti.

Nel frattempo la violenza maschile contro le donne e la violenza omolesbobitransofoba si è rivelata nella sua strutturalità e pervasività. Donne e persone LGBTQIA+ si sono ritrovate costrette all'interno delle mura domestiche assieme a persone abusanti (con la scusante della salvaguardia della salute collettiva). Il lavoro incessante e ininterrotto dei centri antiviolenza non ha ottenuto il riconoscimento e l'ascolto da parte della politica dei palazzi - vergognosamente immobile nel dibattito parlamentare in merito al ddl Zan - pronta a concertare a ribasso sull'esistenza stessa delle persone LGBTQIA+ con le peggiori anime conservatrici del panorama politico italiano insieme ai ai movimenti no-choice e al Vaticano.

A fronte di tutto questo, le soluzioni governative – del governo dei cosiddetti “competenti” - previste dal Recovery Plan e dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in merito al contrasto alle diseguaglianze e alla violenza di genere, risultano ancora una volta riconducibili alla retorica dell'empowerment femminile, dell'uscita individuale e competitiva dalla crisi.

Ma per ogni tetto di cristallo rotto, un'altra donna si troverà a pulire i cocci, e sarà probabilmente una donna razzializzata.

L'altra faccia dell'investimento finanziario “di genere” proposta da summit come il G20 – con il suo tavolo di lavoro specifico Women20 – propone un'estrazione di valore dalle reti sociali e comunitarie messe in campo dalle donne, e il giogo del debito per la realizzazione delle progettualità delle stesse.

Invece che intraprendere politiche atte a socializzare e valorizzare il lavoro di cura e di riproduzione sociale, questo viene inscritto in meccanismi di finanziarizzazione che continuano a saldare in maniera molto concreta le donne nel ruolo sociale di "fautrici della cura". Il lavoro di cura e riproduzione sociale - dentro e fuori casa - continua ad essere considerato "naturalmente femminile" e gratuito. Il Family Act fa della maternità l’unico legittimo canale di accesso a sussidi miseri e razzisti, mentre il governo italiano e le istituzioni europee continuano a finanziare governi dittatoriali e assassini, per esternalizzare e chiudere i propri confini nell'idea di preservare una sovranità nazionale e bianca.

La stessa scelta dei “fab five” nominati da Draghi per l'applicazione e il controllo del Recovery Plan mette chiaramente in luce quali siano le priorità del governo: il mercato come fulcro della società, i profitti delle imprese come cartina tornasole del benessere sociale e il privato come garanzia di efficienza e solidità a scapito del pubblico. La scelta di mettere a controllo dei fondi europei economisti liberali e negazionisti del cambiamento climatico ci dà la cifra di come ancora una volta la sussistenza del capitalismo sia determinata dallo sfruttamento indiscriminato di vite e risorse ritenute “gratuite e a disposizione”.

Nel mese di luglio a Venezia avremo di fronte a noi i venti ministri dell'economia e della finanza che si arrogheranno il diritto di decidere sui nostri corpi, sul nostro diritto all'autodeterminazione, sulle nostre vite, sul nostro presente e futuro.

A questi 20 “potenti”, a un sistema che produce - e si riproduce su - diseguaglianze e discriminazioni, noi tuttə vogliamo opporre comunità di cura, solidali e resistenti, in cui nessunə sia lasciatə indietro, nessunə sia lasciatə solə.

Rifiutiamo un accesso alle stanze del potere che riproduca le stesse discriminazioni che hanno definito il modello capitalista in cui siamo tuttə inseritə. Fino a che tuttə non saranno liberə, nessunə sarà liberə!

Nelle giornate del G20 vogliamo costruire una mobilitazione che sia attraversabile da tuttə, dove ognunə abbia la possibilità di esprimersi in base alle proprie possibilità, bisogni e sensibilità.

Una giornata in cui poter, tuttə insieme, cospirare e rivendicare con forza diritti, tutele, libertà di scelta e autodeterminazione, che mostri il volto violento del capitalismo neoliberista, che contrapponga all'astrattezza della finanza la concretezza dei corpi su cui questa agisce.

Saremo corpi indisponibili alle politiche di sfruttamento, alla violenza dei confini, alla violenza istituzionale.

Indisponibili alle costrizioni di una zona rossa atta a preservare quel sistema di violenza che da troppo tempo opprime e uccide in nome del profitto.

Saremo marea!

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