1.300 richiedenti asilo arrestati in Turchia dopo l’accordo da tre miliardi con l’UE sul controllo delle frontiere

Patrick Kingsley, The Guardian del 30 novembre 2015

2 / 12 / 2015

Pubblichiamo la traduzione dall’inglese di questo articolo uscito su The Guardian il 30 novembre 2015. Fermati anche tre trafficanti insieme a centinaia di siriani, afgani, iraniani e iracheni dopo la promessa del governo di frenare il flusso di rifugiati in cambio di aiuti. Traduzione a cura di: Stefania Ceccarelli.

La Turchia ha dato un netto giro di vite sul traffico di persone, arrivando ad arrestare ben 1.300 richiedenti asilo in una singola operazione nelle ore successive alla promessa del governo di frenare il flusso di rifugiati verso la Grecia in cambio di aiuti finanziari dall’UE.

Stando a quanto riportato da Reuters and the Associated Press, centinaia di siriani, afgani, iraniani e iracheni, e anche tre trafficanti, sono stati fermati lunedì scorso nella campagna vicino alla città turca di Ayvacık, a nord dell’isola greca di Lesbo.

Secondo l’ONU, quest’anno sarebbero state circa 425.000 le persone approdate a Lesbo sui barconi, mentre altre 300.000 sarebbero giunte su altre isole greche dalla Turchia - spingendo così l’UE ad accusare il vicino orientale di non fare abbastanza nel pattugliare i propri confini.

La ripulita compiuta ad Ayvacık è da considerare come il più grande arresto di massa di rifugiati negli ultimi mesi, e giunge in seguito all’accordo stretto domenica scorsa tra l’UE e la Turchia, la quale andrebbe a ricevere €3 mld (£2 mld) in cambio di maggiori controlli alle frontiere.

La Turchia afferma di aver già trattenuto quasi 80.000 potenziali migranti dal 2014 ad oggi e più di 200 tra i principali trafficanti. Ma un’operazione così estesa e ben organizzata come quella di lunedì è cosa assai rara. Recenti servizi del Guardian hanno evidenziato come la polizia chiuda un occhio sul mercato nero di Izmir, dove i trafficanti fanno affari a pochi metri di distanza da due caserme di polizia. Sulle spiagge vicino a Çeşme, che molti utilizzano per raggiungere l’isola greca di Chio, i punti di partenza non vengono controllati e sono perciò accessibili a tutti.

Ma l’arresto di più un migliaio di persone in un solo giorno fa pensare che la Turchia stia aumentando i propri sforzi nella messa in sicurezza dei propri confini in risposta all’accordo con l’UE. Allo stesso tempo, i gruppi in difesa dei diritti umani avvertono che questo sviluppo metterà in pericolo le vite dei rifugiati, i quali si vedranno costretti a tentare strade ben più rischiose per raggiungere l’Europa a tutti i costi.

Melanie Ward, direttrice associata per la politica e la difesa all’International Rescue Committee britannico, ha affermato che l’accordo “è profondamente allarmante perché è innanzitutto ideato per ostacolare il movimento di coloro che cercano rifugio in Europa, un concetto che quindi si oppone ai principi fondamentali dell’UE. Tale accordo non farà che rendere più costoso e pericoloso il percorso di coloro che vogliono continuare il proprio viaggio verso l’Europa, nonostante tutto."

I trafficanti stessi avvertono che è impossibile frenare del tutto un flusso di rifugiati così esteso. Prima dell’inasprimento dei controlli, uno dei trafficanti di Izmir aveva detto al Guardian: “Sono i siriani a decidere se andranno o meno. Le persone che rischiano il viaggio da Damasco, ecco chi fa in modo che questo accada. Chiunque voglia andare, andrà."

La Turchia ospita più rifugiati siriani di qualunque altro paese, con stime che vanno dagli 1.8 ai 2.2 milioni. La maggior parte non ha diritto di lavorare legalmente lì - fattore citato da molti rifugiati come una delle ragioni che li spingono a partire per l’Europa. Uno di questi siriani, deciso a lasciare la Turchia nei prossimi giorni, ci ha detto che questo status quo implica il lavoro nero di molti siriani per mantenere le proprie famiglie, i quali finiscono anche per essere sfruttati dai loro datori di lavoro.

“Ho lavorato per tre mesi e non sono stato pagato neanche una volta,” ha continuato il siriano, che ha chiesto di rimanere anonimo. “È per questo che voglio andarmene - per vivere con dignità.”

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