A cinque anni dalla liberazione, cosa ci insegna ancora Kobane

27 / 1 / 2020

Una donna alata, simbolo di libertà, illumina le porte di Kobane, cuore del Rojava, regione curda del Nord-Est siriano. C’è una piazza dedicata ai martiri, i caduti della furente battaglia che nel luglio del 2015 portò alla liberazione della città occupata dai miliziani dello Stato islamico.

Sono trascorsi cinque anni dalla liberazione di Kobanê. L'eredità di quella fondamentale vittoria diventa più forte ogni anno che passa, nonostante il fatto che i popoli del Nord della Siria si trovano a dover affrontare battaglie sempre più ardue e continue aggressioni da parte delle forze reazionarie turco-jihadiste. Anzi, forse proprio per questo.

La battaglia strategica di Kobanê ebbe luogo in quella importante città del Rojava tra il 15 settembre 2014 e il 26-27 gennaio 2015, quando fu liberata con un immenso sacrificio di vite umane come prova della brutalità e dell'efferatezza di cui la guerra civile siriana e dalla guerra con Isis ormai ci ha abituato.

La sconfitta dei mercenari Daesh, i quali avevano fatto un grosso investimento nel tentativo di conquistare la città, fu in effetti un punto di svolta nella lunga guerra combattuta in Medio Oriente e segnò anche la perdita dell'iniziativa militare dell'autoproclamato Califfato Nero.

L'eroica resistenza di Kobanê, guidata dalle sue organizzazioni locali di autodifesa, composte da giovani uomini e donne, fu per mesi notizia da prima pagina.

Una notizia che dalla prima pagina, è arrivata ai titoli di coda se vediamo il silenzio assordante che aleggia ora sulla questione curda.

Una resistenza popolare che ha attirato l’attenzione del mondo, poi affievolita nonostante la regione di Rojava sia tuttora sotto attacco. Non più dall’Isis, ma dalla Turchia, presente da agosto 2016 con le proprie truppe nel nord della Siria e impegnata in una serie di operazioni che all’inizio del 2018 hanno portato all’occupazione e lo sfollamento del cantone di Afrin, uno dei tre cantoni pilastro del confederalismo democratico di Rojava. E che ha visto, da ottobre del 2019, ancora un'invasione turca.

La battaglia di Kobanê è stata sicuramente vinta dalle donne, su diversi piani.

Non possiamo dimenticare il sacrificio di Arin Mirxan, che immolandosi contro una banda di jihadisti permise ai compagni e alle compagne di riorganizzarsi e non far cadere nelle mani nemiche la collina di Mistenhur, luogo strategicamente fondamentale per la difesa della città.

È quella battaglia che ha sancito la nascita delle YPJ, un'organizzazione separata con l'obiettivo di consentire alle donne di prendere il loro posto in questa rivoluzione come forza distintiva in Medio Oriente.

Un’unità di difesa popolare femminile che ha avuto un ruolo centrale nella rivoluzione curda. Donne che hanno lottato contro la società patriarcale del Medio Oriente, ma che hanno lottato per tutte le donne del mondo. Diventando simbolo e baluardo di eguaglianza. 

Se oggi ricordiamo con ammirazione l'esito della battaglia di Kobane non possiamo però dimenticare che la democrazia nel nord Siria è sotto attacco.

L'idea di una regione libera e democratica, inclusiva e partecipata, mette paura a tutti quei regimi che vedono nella privazione dei diritti e nella violenza il loro modus operandi principale. Ma forse fa comodo anche allo stesso Occidente, conscio dell’incompatibilità di quel modello con i crismi del neoliberismo. Sostenere la rivoluzione del Rojava e del Nord Siria significa infatti sostenere la prospettiva di un mondo migliore.

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