Afghanistan – La resistenza femminista della Rawa

La Revolutionary Association of the Women of Afghanistan, nata nel 1977, si occupa di empowerment femminile attraverso pratiche di mutuo aiuto

19 / 8 / 2021

Con l’annuncio della ritirata delle truppe statunitensi e alleate il 14 aprile scorso dalla forever war, la guerra eterna, i talebani hanno velocemente conquistato una dopo l’altra tutte le province dell’Afghanistan, lasciando dietro di sé una scia di distruzione, morte e devastazione. Con la conquista della capitale Kabul il 15 agosto, si conclude l’operazione Enduring Freedom iniziata il 7 ottobre 2001, tradendo definitivamente quella promessa di libertà usata persino nel nome della missione come un ariete utile a invadere un Paese. Un tradimento che non giunge inaspettato, a meno che di credere ancora che la libertà si possa insegnare o, ancora peggio, “esportare” a un popolo che non l’ha chiesto.

In questi le immagini di Kabul hanno una potenza difficile da ignorare anche per chi di solito non si interessa di geopolitica e conflitti armati: adolescenti poco più che bambine prelevata a forza per strada dai talebani, uomini che si aggrappano alle ruote degli aerei pur di avere una flebile speranza di scappare: è l’eredità della più inutile delle guerre, il cataclisma che tutti si aspettavano ma di cui nessuno oggi vuole prendersi la responsabilità. Come sempre, sono le donne a pagare il prezzo più alto dei conflitti, esponendosi a rischi maggiori spesso senza la possibilità di salvare.

Anche se i talebani hanno promesso che i diritti delle donne saranno rispettati, tutto fa pensare che non sarà così: durante il regime dei talebani le donne non potevano lavorare, studiare, né uscire di casa senza un custode, oltre che a essere costrette a indossare il burqa. Come raccontano tante testimonianze, l’invasione statunitense non ha messo fine a tutto ciò: la mentalità patriarcale – soprattutto quando radicata con tanta violenza – non è qualcosa che si può cancellare da un giorno all’altro, e forse nemmeno in vent’anni. Ci sono stati senz’altro dei miglioramenti: il burqa non è più un obbligo e le bambine hanno cominciato ad andare a scuola, ma l’Afghanistan continua a essere un Paese dove l’87% delle donne ha subito violenza sessuale o fisica almeno una volta nella vita. 

Di fronte alle immagini e video terribili che circolano in queste ore, la tentazione di ergersi a salvatori dei civili afghani è dietro l’angolo. E infatti sono subito partiti appelli, preghiere e raccolte fondi per “salvare” le donne afghane, donne che per tutta la vita hanno subito l’atteggiamento paternalistico dei loro mariti e parenti, degli invasori e delle organizzazioni internazionali. Ma esistono anche altre realtà di lotta autonoma femminista come la Rawa, Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane), nata nel 1977. Questa organizzazione si occupa di empowerment femminile attraverso pratiche di mutuo aiuto e negli anni ha criticato tanto la misoginia dei talebani quanto l’imperialismo statunitense dei “signori della guerra”, promuovendo un’idea di liberazione che non coincide necessariamente con il modo in cui la intende l’occidente.

Oltre a sostenere associazioni come Rawa, la nostra responsabilità più grande sta ora nell’accoglienza delle migliaia di rifugiati e richiedenti asilo che sono riusciti a fuggire dal Paese. È necessario aprire subito corridoi umanitari per permettere a chiunque di mettersi al sicuro velocemente. È il minimo che l’Occidente può fare per ricompensare un danno che tutti oggi cercano di negare.

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