Ceuta - Tarajal, il limite della guerra ai migranti sospeso tra due continenti

Dal 2015 si svolge una marcia che chiede giustizia per la morte di 15 migranti. Il contributo della campagna #Lesvoscalling

11 / 2 / 2020

… come da quel posto si può mai vedere il mondo … (F. Guccini, Il Pensionato, 1976)

"Aquì en frente muere mucha gente!", è la frase urlata, ripetuta quasi come un mantra ossessivo, nel lungo pomeriggio della VII Marcha Por la Dignidad che ha percorso il litorale dalla città-colonia spagnola alla frontiera col Marocco. Siamo dall’altra parte del Mare Nostrum, ancora a mezzo tra Africa ed Europa, la città-stato occupa il piccolo lembo di terra che costituisce l’estremo Nord del continente africano.

L’iniziativa, ormai ricorrenza nel calendario delle mobilitazioni spagnole, fissa la memoria della più grande tragedia migratoria della rotta occidentale e si pone tra le più forti critiche all’operato della Guardia Civil spagnola.

La postura strafottente dei troppi agenti impiegati, sorrisetti e sguardi di sfida, il nastro coi colori spagnoli annodato al manganello, il costante infiltrarsi nel corteo anche con automezzi sono da leggere anche essi come una forma di presa di parola politica nella giornata.

Cerchiamo di ripercorrere la vicenda e situare tanto la strage quanto lo sviluppo dell’iniziativa nel quadro complesso della città-colonia di Ceuta.

I fatti e il processo

La mattina del 6 febbraio 2014 un gruppo di migranti tenta di oltrepassare il confine tra Marocco e Spagna lungo il mare, alla spiaggia di Tarajal. Le guardie di frontiera marocchine li costringono in mare, gli spagnoli aprono il fuoco sparando più di 300 proiettili di gomma, alcuni lacrimogeni, provocando di fatto l’annegamento di 15 persone a poche bracciate dal bagnasciuga.

Subito si innesca una forte polemica sulla legalità dell’azione della Guardia Civil, i proiettili di gomma sono "armi antidisturbo“ e non rientrano nel protocollo in questo caso.

Il processo, nel quale una rete di associazioni e avvocati come Coordinadora de Barrios si costituiscono parte civile, subisce ogni tentativo di insabbiamento da parte delle autorità. Inoltre, nelle varie udienze parlamentari susseguitesi dopo i fatti, il Ministero degli Interni (all’epoca dei fatti c’era il governo Rajoy) e la Guardia Civil cambiano spesso versione: prima negano l’utilizzo di proiettili di gomma, poi ne ammettono l’utilizzo moderato.

Verranno smascherati da un video di un testimone che riprende più di 300 spari, tra l’altro sparati direttamente mirando sulle persone in mare (secondo il protocollo i proiettili di gomma non andrebbero mai sparati direttamente sui corpi). In un ultimo ridicolo tentativo di difesa, gli spari vengono giustificati come "legittima difesa" da parte degli agenti, ma non è ben chiaro come delle persone disarmate che nuotano verso la riva, in bilico tra la vita e la morte, possano costituire un pericolo.

Nel novembre del 2019 il caso è stato archiviato dal tribunale di istruzione numero 6 di Ceuta: secondo il giudice María de la Luz Lozano l’udienza contro i 16 agenti della Guardia Civil non poteva proseguire perché solo spinta dall’accusa popolare (i familiari delle vittime erano e sono tuttora nei loro paesi d’origine), dal momento che la Procura e la difesa dello Stato ne avevano chiesto l’archiviazione per mancanza di "cause che giustifichino l’azione della giustizia".

Di fronte a queste vergognose vicende di insabbiamento, le sette edizioni della Marcha hanno costruito un elemento di resistenza concreta e di affermazione della verità, aprendo allo stesso tempo uno spazio di relazione ed espressione che tende ad assumere una sua propria fisionomia.

Lo sguardo da Ceuta sulle problematiche migratorie

Se il corteo pomeridiano era incentrato sul claim "giustizia e rispetto per le vittime", la mattinata presso l’auditorium del Palazzo municipale ha spaziato dall’aggiornamento sul piano legale al teatro di critica sociale, con una pièce messa in scena da Teatro sin papeles, una compagnia composta da migranti ed attivisti.

Rimettere al centro delle pratiche di ospitalità ed accoglienza l’azione politica per un mondo più giusto e dunque senza frontiere: questa l’indicazione che emerge nella tavola rotonda animata da vari soggetti attivi sul territorio e in tutta Spagna, da la Asociación pro derechos humanos de Andalucía a Paderas por la Vida dal Marocco.

La ricerca di un senso sta in una moltitudine di piccole azioni quotidiane portate avanti con difficoltà in un territorio ampiamente ostile a tracciare il campo della discussione, che si chiude con un elogio, quasi un incitamento ad agire: "piccole azioni, in piccoli posti, possono cambiare il mondo".

A prima vista potrebbe apparire come l’apologia di un minoritarismo che non ambisce a sovvertire i rapporti di forza dentro la società né le strutture del comando e della repressione: ogni espressione va tuttavia collocata e letta dentro al quadro complessivo politico-sociale in cui si sviluppa.

Ceuta, retaggio coloniale dell’Impero che fu

Stretta tra le colonne d’Ercole ed il Marocco, Ceuta non nasconde la sua essenza di colonia. Sei secoli di controllo-autonomia da e verso il Portogallo prima, la Spagna dal 1668, ad oggi hanno plasmato una società di ceto medio-alto, militari di carriera, funzionari statali, mercanti e diplomatici: una composizione sociale intrinsecamente conservatrice che convive, o cerca di nascondere, un’altra città di ceto medio-basso fatta di migranti in attesa e di comunità che vivono ormai lì, in casermoni decadenti. Il governo locale è da anni in mano al Partito Popolare e l’ultimo voto ha visto assegnare una larga rappresentanza a Vox che esprime sei consiglieri in totale e che agisce in perfetta continuità con le posizioni nazionali del partito di ultradestra che fa del blocco totale del flusso migratorio il proprio cavallo di battaglia.

Ceuta è Africa? Spagna? Europa? Approdo, limite, inizio, fine? Il tentativo di incasellare in una categoria semplice lo snodo millenario tra Africa ed Europa, Mediterraneo ed Oceano, tra culture, etnie ed economie oggi tutte strette nella morsa della trasformazione globale del mondo non può che naufragare. Il meticciato scolpito nei volti stride con le immancabili inferriate alle finestre degli orribili casermoni di periferia che costellano la zona costiera.

La paura e l’ostinata volontà di isolamento si stagliano contro l’odore del mare e contro il cielo terso, forse contro la storia stessa di questo strano lembo di terra, certamente contro chiunque si sposti. Una città allo stesso tempo portuale e di confine ma senza territorio, luogo di puro transito, che per natura si oppone al mare, all’Africa, all’Islam, e senza lo spazio per farlo sfoga ora contro migranti, ora contro soggetti solidali, un rancore profondo e quasi inspiegabile.

Migranti, solidali, razzismi e accoglienza alle frontiere d’Europa

La stragrande maggioranza di persone che oggi riescono, nonostante le barriere, ad entrare a Ceuta sono minorenni soli, con alle spalle un percorso di vita ancora breve ma interamente segnato dal migrare, nessun adulto come riferimento, né casa né scuola o altra organizzazione aggregativa. Gli adulti nelle loro vite sono le guardie di frontiera, le polizie, i trafficanti, gli stupratori. Gli educatori dei centri d’accoglienza devono non solo fare i conti con le loro storie difficili e i tempi dei giudici che decideranno del loro futuro, ma sono stretti nella doppia morsa tra la delicatezza del loro lavoro e l’ostilità della popolazione e dell’amministrazione. Non sono rari gli insulti a viso aperto urlati per la strada, più spesso rivolti contro le donne. Il razzismo, qui, non è un fatto legato al colore, ma al posizionamento politico della forma di vita di ciascuno.

Lo stigma sociale va ben oltre la criminalizzazione della figura del solidale cui siamo purtroppo avvezzi nell’Europa continentale. Le cronache locali dei quotidiani narrano sequestri di quintali di hashish, merci di contrabbando, evasione dai dazi doganali e una vertenza aperta col governo centrale sulla politica fiscale, vero elemento di autonomia al di là dello statuto formale della città. Un complesso discorsivo rivolto ad una platea di funzionari che porta a identificare come nemico chiunque tenti una strada propria per sviluppare un progetto di vita autonoma. Migrare ed essere dalla parte del migrante suonano come atti intollerabili.

Solidali e lavoratori dell’accoglienza soffrono questa cappa che toglie loro il respiro, tappa la bocca e rende impossibile il riconoscimento reciproco in forma politica. La Marcha por la dignidad, riunendo in questo territorio centinaia di attivisti in prevalenza dalla Spagna e dal Marocco, porta una boccata d’ossigeno e permette finalmente ad alcuni di criticare il proprio lavoro: MSNA, minore straniero non accompagnato, è diventata per questi soggetti una prigione fatta di procedure amministrative - o dalla mancanza totale di indicazioni di lavoro, insomma un puro elemento di potere che tutto contempla fuori che la dignità delle persone, e in particolare la costruzione di un futuro possibile.

Ceuta, bastione delle contraddizioni del nuovo ordine imperiale?

Ma infine, di chi sono le frontiere? Il sinonimo "confine", cum-finis, spiega da sé che il limite appartiene ad entrambe le parti. La frontiera no, è da una parte sola, e tra uno Stato e l’altro c’è la cosiddetta "terra di nessuno". Questo è Tarajal, un lembo di sabbia segnato a ovest da una caricaturale rete metallica smagliata, sovrastata però da tanto di filo spinato lucente, che si interrompe sulla sabbia tre metri prima che si infrangano le onde, mentre la fortezza vera è dall’altra parte: rocce e cemento fin dentro l’acqua, il Marocco prova a contenere chi vorrebbe partire, la linea delle reti dalla terra piega verso est quando incontra l’acqua, seguendo per un tratto il litorale.

Si vede chi fa il lavoro sporco. Qui, per mano del Regno di Spagna, l’Unione Europea ha dovuto esibire il pugno di ferro materializzando le frontiere, assumendosi la paternità di chilometri di reticolati, filo spinato, morti e feriti.

La Spagna appalta di fatto al Marocco il mestiere infame del boia, come continua a fare l’Italia con la (presunta) amministrazione libica di Fayez al Sarraj, come forse sarà rifatto con la Turchia del tiranno Erdogan. Anzi, possiamo dire che l’accordo con il Marocco sia stato l’apripista europeo e il modello dei seguenti trattati. Chissà quante Tarajal sono avvenute a qualche metro da Ceuta, passate in sordina perché sotto la responsabilità del governo marocchino.

Qui l’Africa la si guarda dritto negli occhi, e sostenere uno sguardo che nonostante tutto trabocca di dignità, per chi ha in sé una storia di dominazione, depredazione e violenza dettata dalla sete infinita di risorse. Con Melilla, con cui condivide la storia di colonia dell’Impero spagnolo, Ceuta è il solo confine di terra tra l’Europa politicamente intesa e l’Africa che non proviamo a chiudere in un solo aggettivo.

Carlo V ambiva a estendere quanto più possibile i confini del suo Impero, l’ordine imperiale postmoderno basato su diseguaglianze ed esclusione trova proprio nella proliferazione dei confini il dispositivo politico con cui riprodursi, la Polizia nella guerra quotidiana alle persone disarmate ha soppiantato gli eserciti in conflitto tra loro.

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