Chiapas - “Enciende como el fuego, lucha sin pesimismo. Grita, vocifera ¡Libertad!”

Dal Foro en defensa del territorio y la madre Tierra

1 / 1 / 2020

Sono passati pochi mesi da quando il presidente Andrés Manuel López Obrador ha annunciato che una delle priorità del suo governo è la realizzazione del megaprogetto del “Corredor Transismico”, con la solita provocazione di garantire lavoro e benefici per la popolazione, proponendo di fatto una largo cammino di umiliazione e sofferenza. E su tale cammino di umiliazione e schiavitù un pensiero è emerso dalle profondità dei cuori dove nell'oscurità della notte si è diffuso in modo tale che altri pensieri si svegliassero dicendo loro che l'umiliazione, la schiavitù e il disprezzo non faranno mai parte di questa vita. Oggi risulta determinante urlare insieme, di rabbia, di coraggio, di indignazione, contro i progetti di morte del malgoverno, vivendo la idea di “realtà” come la terra, il lavoro, la giustizia, la democrazia e la libertà.

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Nelle giornate del 21 e 22 di dicembre migliaia di compagni e compagne si sono riunite al Foro en defensa del territorio y la madre Tierra nel nuovo Caracol Jacinto Canek, il primo micro spazio-territorio urbano Liberato, dove si sognano mondi possibili da vivere. Tale incontro nasce dalla necessità di riflettere su quello che “hace volver de nuevo al corazón”, dalla consapevolezza di incontrarsi, di creare reti con le persone e le lotte di distinte latitudini del mondo, attraverso una riflessione profonda, rideclinando e riconsiderando le decisioni e i progetti politici personali e collettivi. La riflessione parte dalla nostra parola come società, che si converte in modo subalterno per un sistema egemonico di conoscimento, col fine di spogliarsi da certi schemi appresi in tale sistema. Solo in questo modo è possibile riscoprire i canali del pensiero che si convertono in esempi di autonomia, nella quotidianità della vita comune. La possibilità di trasmettere o elaborare un concetto di ermeneutica interculturale, mostrando altri modi di coesistere nel mondo, di vedere la vita, di essere, di sentire e pensare. Si tratta di prefigurare in maniera collettiva certi desideri e ideali che si concretizzano passo dopo passo. L’obiettivo è creare nuovi processi di collettivizzazione, innalzando il potere dell’immaginazione o di prefigurazione. L’assemblea come forza della parola, soprattutto quando parliamo di territorio, poiché le persone sono territori specifici che necessitano di sentire delle parole che riscaldano i nostri cuori.

In queste due giornate, centinaia di persone hanno deciso di incontrarsi, di organizzarsi, di condividere e denunciare i crimini dell’occupazione territoriale e la repressione ambientale con la firma dei malgoverni corrotti che colpiscono i popoli dell’America Latina e di tutto il mondo. “È fondamentale creare un fronte comune internazionale”, propongono i compagni di Guerrero, contro i progetti di morte neoliberali del “cambiamento”, contro il governo messicano della quarta trasformazione (o quarta involuzione), che di rosso ha soltanto il sangue delle compagne e dei compagni che hanno dato la loro vita in difesa del territorio e della madre terra. “Sappiamo che società spagnole, italiane e cinesi sono coinvolte nei processi di industrializzazione, nella costruzione di mega progetti di morte”, però non basta conoscere il nemico, bisogna sapere amare e per troppo tempo il potere ha cercato di costruire l’altro, senza sapere quello che desideriamo, rimanendo all’oscuro di tutto quello che necessariamente ci fa star bene. Per tale ragione è fondamentale coltivare la “terra” del tessuto  sociale ogni minuto, senza rimorsi, rimanendo immortali in quei ricordi così lontani ma che non cambieranno mai.

Un movimento antisistemico e articolato con proposte locali e planetarie come risultato storico di una costruzione e riconfigurazione della coscienza umana.

Possiamo identificare a grandi linee quattro assi temporali che incorniciano l’anima di questo incontro: da un lato, i temi che fanno riferimento al passato, dove troviamo le denunce che vengono fatte sulle vessazioni di cui erano oggetto i popoli indigeni nell'era coloniale; i maltrattamenti subiti nelle “haciendas” e nella depredazione delle loro terre, così come le storie rivoluzionarie e gli eroi caduti nella battaglia, che funzionano come una reiterazione ideologica verso l'identità ribelle di questo movimento. In secondo luogo, troviamo pezzi che riflettono in modo più riflessivo questioni più attuali come l'educazione, il lavoro collettivo, la resistenza e l'autonomia, il recupero della medicina tradizionale, oltre alla costante richiesta di rafforzare l'organizzazione.

“Le nostre radici sono profonde e nessuno ci dirà cosa fare o come lottare, dopo più di 20 anni abbiamo conquistato la nostra autonomia e siamo l’alternativa per la costruzione di un mondo migliore”, dichiarano le compagne zapatiste del Caracol Morelia. Il sistema dominante ha paura di tali forme organizzative e le censura ma non sarà mai sufficiente. Allo stesso modo, un'altra serie di lavori annunciano il futuro e le responsabilità da accettare concretamente, come le azioni da intraprendere di fronte all'idra capitalista, l'organizzazione che sta affrontando l'espropriazione delle transnazionali, il rifiuto delle politiche neoestrattive che cercano di attuare dallo stato-nazione; Oltre al suo costante affronto al potere e alla distruzione che la modernità capitalista rappresenta nella sua fase di accumulazione per espropriazione, che ha anche gli strumenti forniti dall'immaginario centro-occidentale per sequestrare il territorio dai popoli del mondo.

Bisogna opporsi all’iper-individualizzazione della modernità capitalista, maturando l’idea e la necessità di una lotta collettiva per sollevare la dignità dei popoli. “Si, se puede!”, solo sé realmente lo vogliamo, lo immaginiamo e per tale significato è necessario ascoltare e conoscere le altre lotte, non pensare al beneficio personale che ci divide nel ciclo della nostra autonomia.

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