Cile - La tomba dei diritti umani

9 / 2 / 2021

Cinque colpi di pistola al petto, a freddo e in pieno giorno, a un semaforo dove stava facendo il suo spettacolo tra le auto in coda e i passanti, sconvolti e impauriti. È morto così venerdì scorso, assassinato senza motivo da un carabinero, Francisco Martínez Romero, giovane artista di strada a Panguipulli, cittadina nella regione di Valdivia.

Tutto è successo in pochi minuti, quando una pattuglia ha deciso di fare un controllo al giovane che, fermo al semaforo stava esibendosi nel suo numero di giocoleria con dei coltelli. Strumenti di lavoro che hanno messo in allarme i carabineros ma che in realtà sono innocui non avendo filo ed essendo appunto dei semplici strumenti di lavoro utilizzati dai “malabaristas” (così sono chiamati gli artisti di strada) per intrattenere le persone. Il carabinero Juan González Iturra si è fatto sotto al giovane in modo aggressivo puntandogli subito contro la pistola e gli eventi sono precipitati: prima con un colpo di “avvertimento” lo ha ferito, poi a seguito del tentativo del giocoliere di allontanare il pericoloso agente, altri quattro colpi in rapida sequenza che non hanno dato scampo all’artista callejero. Le immagini video provenienti dall’abitacolo di un auto in coda al semaforo sono agghiaccianti: Francisco cade colpito a morte in mezzo alla strada mentre il carabinero si dilegua invece di prestare soccorso e i passanti rimangono attoniti di fronte all’esecuzione.

Di chi fosse Francisco, i media raccontano poco o nulla, puntando il dito invece sulla “colpa” di vivere in strada e di guadagnarsi da vivere in modo informale. Soprattutto però è ingiustificata la sua decisione di disobbedire all’ordine dei carabineros di mostrare i documenti. La criminalizzazione e la colpevolizzazione proseguono insinuando una possibile schizofrenia, come se avere una malattia mentale giustificasse l’assassinio.

Cile

In un paese segnato da profonde ferite e le ormai perpetue violenze dei carabineros, l’assassinio di Francisco ha scatenato un’ondata di proteste e indignazione in tutto il paese. A Panguipulli, già qualche ora dopo l’assassinio moltissimi giovani sono scesi nelle strade a protestare per quello che considerano un’esecuzione sommaria extragiudiziale in piena regola. In serata, i manifestanti colmi di rabbia hanno incendiato il locale commissariato e un edificio della municipalità. Sconcertante a questo proposito la reazione del sindaco di Panguipulli, il socialista Rodrigo Valdivia, secondo cui, il carabinero avrebbe agito per legittima difesa. Il sindaco poi ha lanciato un appello perché finissero le “violenze” delle proteste ribadendo che per lui l’importante è che la città torni il più velocemente possibile alla normalità, che «il traffico torni a circolare». Anche a livello nazionale la propaganda di stato si è messa in moto criminalizzando la vittima e le successive manifestazioni di protesta e legittimando l’uso eccessivo della forza da parte dell’assassino, anche per un semplice rifiuto di mostrare i documenti, e della conseguente repressione in tutto il paese. Il sottosegretario del ministero dell’Interno ha dichiarato che il paese ha bisogno di pace e che sono inaccettabili le violenze dei manifestanti che hanno dato alle fiamme la municipalità di Panguipulli e molte altre strutture dei carabineros, prese di mira dalla rabbia dei manifestanti.

Le proteste hanno invaso tutto il paese il giorno seguente: gli scontri più duri sono avvenuti a Concepción, Valdivia e nella capitale Santiago dove a migliaia sono scesi in piazza protestare. Da nord a sud, da Arica a Temuko, passando per Antofagasta, Maipú e tante altre città, sono stati lanciati diversi presidi di solidarietà, tutti attaccati dalla repressione, questa sì violenta, dei carabineros. A Santiago in Plaza Ñuñoa durissima la repressione con il consueto lancio di prodotti chimici dagli idranti dei “guanacos” che si è abbattuto su chiunque fosse sceso in strada, artisti di strada e famiglie con minori comprese. Proteste, barricate e duri scontri e arresti arbitrari anche a Concepción dove sono stati fermati numerosi “malabaristas” che manifestavano in solidarietà con il giovane assassinato dietro allo slogan “el arte callejero no es delito”.

E invece, proprio come succedeva durante la dittatura, gli artisti di strada vengono ritenuti pericolosi per l’ordine costituito e costantemente perseguitati dalle autorità, che hanno carta bianca per intervenire, come sempre più spesso si vede, anche con l’uso sproporzionato della violenza consapevoli dell’impunità di cui godono. Il carabinero Juan González Iturra ha sparato consapevole di poterlo fare perché la prassi prevede proprio questo: repressione con ogni mezzo necessario di qualsiasi elemento che esca dai canoni della normalità imposta. Ora, lo stesso carabinero è in stato di fermo, ben protetto dai suoi colleghi in un commissariato ma, come succede spesso, il fermo dei carabineros o dei militari che uccidono inermi e innocenti cittadini e vìolano ripetutamente i diritti umani non è sinonimo di futura giustizia.

Cile

Sempre più il paese governato da Piñera è la tomba dei diritti umani e somiglia in modo inquietante alla dittatura da cui trae evidente ispirazione nelle modalità di gestione dell’opposizione sociale e politica. Repressione e violenze che sono le conseguenze delle disuguaglianze imposte da un sistema neoliberista tra i più crudeli del continente che tra l’altro costringe molti giovani proprio a guadagnarsi da vivere reinventandosi come artisti di strada, artigiani o ambulanti. La speranza perché questo periodo buio finisca passa necessariamente dalla lotta popolare da una parte e dall’altra dalla capacità che avrà di imporre un’assemblea costituente libera e autonoma dal sistema dei partiti che, da destra a sinistra, in questi trent’anni post dittatura hanno garantito la continuità del sistema neoliberista.

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