Cile - L'inquietante ritorno al pinochetismo per domare la rivolta

21 / 10 / 2019

Il fuoco della rivolta che ha colpito Santiago del Cile in questi giorni si è propagato in tutto il Paese nella giornata di sabato. Come recitava infatti uno dei tanti cartelli dei manifestanti, non è soltanto l’aumento del biglietto della metropolitana il problema, ma il sistema neoliberista che costringe a vivere con poco milioni di cileni e che ha messo in crisi anche i ceti medi. Così, se il costo mensile della metro si attesta intorno al 10% del totale dello stipendio medio, anche l’aumento di altri costi (come quello del l’elettricità che ha portato al sanzionamento del palazzo dell’Enel incendiato nei giorni scorsi), stanno portando al collasso la già ridotta capacità di acquisto delle famiglie.

Quella cilena è una situazione molto simile a quella vista e documentata in Ecuador, terminata nella sua fase più acuta appena una settimana fa, quando l’eliminazione del sussidio sui carburanti e il conseguente rialzo del prezzo avevano fatto scattare la protesta che nel giro di poche ore si era trasformata da una vertenza specifica a una vera e propria insurrezione generalizzata in tutto il paese contro le politiche economiche neoliberiste ispirate dal Fondo Monetario Internazionale, da parte del governo di Lenín Moreno. Allo stesso modo questa settimana il rialzo del prezzo della metropolitana di Santiago ha dato il via alla protesta degli studenti cileni che per primi subiscono il rincaro; una protesta che si è trasformata rapidamente in una nuova insurrezione dapprima nella capitale Santiago e poi, a macchia d’olio nelle altre città del paese: Arica, Iquique, Antofagasta, La Serena, Valparaiso, Chillán, Concepción e Valdivia, tra le altre, sono state teatro di mobilitazioni radicali durate fino a notte inoltrata nella giornata di sabato.

Proseguendo con le similitudini, anche le reazioni dei governi sono grosso modo le stesse: se da una parte parlano di pochi violenti, di vandali, di conciliazione, di mani tese ai manifestanti e di dialogo, dall’altra la realtà è una sola: repressione. Dura, durissima, come ci avevano abituato nel secolo scorso le dittature. Il copione è lo stesso: a grandi proteste che si trasformano in rivolte vere e proprie, i presidenti reagiscono demandando alle forze di polizia e all’esercito il compito di riportare l’ordine. È avvenuto così anche in Cile, dove il presidente Piñera già venerdì aveva proclamato lo stato d’emergenza nella città di Santiago. Il colpo d’occhio della capitale militarizzata, coi blindati a percorrere l’Avenida di fronte al Palacio de la Moneda ha colpito l’opinione pubblica e riportato alla memoria un passato non ancora dimenticato. Ma al di là del colpo d’occhio sicuramente inquietante, l’impiego delle forze armate è stato terribile per chi in queste ore è sceso in piazza per lottare per i propri diritti. Nella giornata di sabato, 3 persone hanno perso la vita in un incendio di un supermercato della catena Walmart alla periferia della capitale, centinaia i feriti e almeno 300 le persone arrestate. Sono documentate inoltre ferite da proiettili di gomma, minacce e aggressioni ingiustificate a manifestanti indifesi e utilizzo di gas lacrimogeni anche dentro alle stazioni della metropolitana per disperdere i manifestanti. Come in Ecuador dunque, il governo neoliberista “dialoga” con la popolazione con l’unico modo in cui un governo di destra può dialogare: con la repressione. A fianco di questa battaglia c’è poi la battaglia della comunicazione, con i media mainstream impegnati a nascondere la durissima repressione e le continue violazioni dei diritti umani da una parte e dall’altra a gridare allo scandalo per i saccheggi dei centri commerciali o per qualche vetrina infranta o ancora per i danni causati alle stazioni della metro, divenute in questi giorni campi di battaglia. Proprio per questo non stupisce l’incendio subito dalla sede del quotidiano più vecchio del paese, El Mercurio, a Valparaiso, che già durante l’era di Pinochet aveva avuto un ruolo determinante nella propaganda a favore della dittatura. Da parte sua il governo sostiene questa linea, aggredendo l’opinione pubblica con le accuse contro i violenti, omettendo i massacri nelle strade e allo stesso tempo promuovendo il dialogo per farsi vedere vicino alla gente.

Segue questa strategia il passo indietro di Piñera di sabato sera che in diretta televisiva ha dichiarato il ritiro dell’aumento sul prezzo del biglietto della metro, promettendo di voler dialogare appunto coi manifestanti. Ma mentre dichiarava questo, nelle strade la repressione si faceva più feroce in tutto il paese. Con lo stato d’emergenza il compito della sicurezza e dell’ordine pubblico è passato in mano ai militari, in particolare, è stato incaricato di dirigere lo stato d’emergenza il generale Javier Iturriaga Del Campo [1], conosciuto come un “hombre duro”, nonché figlio di Dante Iturriaga Marchese, accusato di aver consegnato prigionieri ai centri di tortura durante la dittatura e nipote di Pablo Iturriaga Marchese, responsabile della sparizione forzata del sacerdote italo-cileno Omar Venturelli e co-responsabile della repressione politica nell'area di Temuco.

E proprio il generale Iturriaga, sabato sera ha decretato il coprifuoco nella capitale dalle 10 di notte alle 7 del mattino, e in seguito, con l’estensione dello stato d’emergenza in gran parte del paese, il coprifuoco è stato proclamato anche nelle altre città dove la rivolta al governo si è fatta più radicale. In totale sono sei le città in stato d’emergenza e tre di queste sono sotto il coprifuoco totale. Come detto, con l’emanazione dello stato d’emergenza lo Stato pone le Forze Armate come garanti dell’ordine pubblico, impone ai cittadini di richiedere salvacondotti per uscire e limita gravemente i diritti civili, oltre a determinare abusi e violazioni dei diritti umani nel momento in cui per difendere l’ordine pubblico, vengono repressi i manifestanti.

Come già avvenuto la settimana scorsa in Ecuador il ricorso a questi strumenti anti democratici non ha fermato la rivolta che anzi, nella giornata di domenica si è radicalizzata ulteriormente. L’insurrezione si è propagata in quasi tutte le città del paese dove ormai il grido che si alza dalle piazze è “Piñera fuera ya” (Piñera dimettiti). Nelle strade l’esercito e i carabineros si sono scatenati: già dal pomeriggio circolavano denunce di veicoli delle forze armate che investivano i manifestanti: in Plaza Italia una persona è rimasta gravemente ferita mentre a Lampa un’altra persona è stata uccisa. Con il passare delle ore in rete sono apparse numerosissime denunce di soldati che sparavano ad altezza uomo e i feriti da arma da fuoco si contano a centinaia. Il bilancio della giornata è tragico: 7 persone sono state uccise, altre 10 sono rimaste gravemente ferite e sono in pericolo di vita (tra queste anche due minorenni) e a decine sono rimaste ferite dai proiettili dei soldati.

Come se non bastasse, in serata il presidente Piñera ha emanato un durissimo comunicato in cui ha dichiarato guerra ai manifestanti, definendoli «un nemico potente, implacabile, che non rispetta niente e nessuno, disposto a usare la violenza e la delinquenza senza nessun limite» e annunciando che da oggi, giorno dello sciopero nazionale, ci saranno quasi dieci mila soldati a presidiare le strade. Nel ringraziare infine il generale Iturriaga per il prezioso lavoro svolto dai militari a difesa delle istituzioni, Piñera ha annunciato l’allargamento dello stato d’emergenza a quasi tutto il paese ha concluso il suo intervento con un inquietante «non è più tempo di dubbi e ambiguità» che fa presagire un ulteriore soffocamento delle proteste con violenza e violazioni dei diritti umani. È molto probabile che la strategia del governo di ricorrere alla repressione e soprattutto all’utilizzo dei militari nelle strade, faccia rapidamente precipitare la situazione producendo una rivolta ancora più radicalizzata, anche per quello che significa, per il popolo cileno, il ritorno dei militari nelle strade. Da una vertenza sul prezzo del biglietto della metropolitana, si è passati a una rivolta generalizzata la cui richiesta principale è le dimissioni del presidente.

Le vicende cilene di questi giorni, come quelle ecuadoriane della settimana scorsa, dimostrano che nel continente latinoamericano non solo il progressismo è in crisi, ma anche il neoliberismo, con la crescita delle disuguaglianze sociali, delle negazioni e violazioni dei diritti, della repressione è entrato in una fase di instabilità che potrà portare a profondi sconvolgimenti politici nei prossimi mesi.

[1] http://www.laizquierdadiario.cl/Javier-Iturriaga-El-hombre-duro-del-ejercito-familiar-de-violadores-de-DDHH

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