Come i diritti che risalgono all’età della pietra

Diario dalla carovana dei “Pueblos contra el Terricidio”.

4 / 2 / 2020

“Lof Kurache” significa “gente della pietra”, pietre di cui sono fatte le montagne scure e imponenti che sovrastano le pianure della Patagonia; le stesse pietre che sono l’unica arma possibile contro la repressione poliziesca delle autorità argentine. 

Una comunità che parla anche solo attraverso gli occhi dei suoi componenti di montagne e di lotta: questo territorio è stato recuperato due mesi fa, il 25 dicembre 2019, proprio all’alba dell’insediamento del nuovo governo. Il recupero dei territori è la pratica principale di resistenza mapuche, perché essere mapuche significa essere parte integrante del territorio ancestrale a cui si appartiene: ecco perché  è necessario rioccupare le terre che da sempre sono abitate dalla propria famiglia. 

Lo dice molto chiaramente Nahuel, membro del Lof, che insieme alla sua compagna Laura, i figli e i genitori ha strappato circa duemila ettari di terreno a “ Compania Tierra del Sur”, che altro non è che Benetton. 

La storia di questa famiglia è strettamente intrecciata a quella di Rafael Nahuel, che fu ucciso durante un’imboscata della gendarmeria. Gli spararono alle spalle, un po’ come successe a Santiago Maldonado, ritrovato proprio da queste parti nei pressi del Rio Chubut. 

Se Santiago, però, è diventato un simbolo internazionale, la storia di Rafael non è riuscita a scavalcare il filo spinato che delimita le proprietà di Benetton. 

Nella stanza in cui, seduti in cerchio, parliamo e condividiamo le nostre esperienze di lotta, la memoria di Rafael è viva, non solo per ciò che rappresenta la sua morte, ma anche perché fu Lautaro, fratello di Nahuel a soccorrerlo. Lautaro è anche l’unico testimone dell’assassinio, e, paradossalmente, adesso è anche accusato di esserne l’autore. Da due anni vive clandestinamente, sa bene che presentarsi in tribunale sarà inutile: non esiste giustizia per i mapuche. 

Oppresso dalla giustizia argentina è anche Facundo Jones Huala, cugino di Laura, lonko di Pu Lof en Resistencia del Departamento del Cushamen, unico prigioniero politico mapuche.

Riconoscersi mapuche non è una scelta facile, la vita che ne consegue è precaria, sempre in allerta perché i controlli della polizia sono costantemente dietro l’angolo. Il padre di Nahuel racconta che tutti i loro spostamenti vengono controllati dalle forze dell’ordine, in agguato ogni volta che li vede uscire per comprare cibo, batterie o altri beni di prima necessità. C’è molta gente che è rimasta senza lavoro per aver appoggiato la lotta mapuche. 

Se con Mauricio Macri la repressione era violenta, esplicita, evidente, il nuovo governo Alberto Fernandez proverà a distanziarsi da questi metodi ma solo a fini di immagine: i mapuche sanno - e temono - che chi detiene il potere si inventerà comunque nuove modalità di repressione. «Hanno mantenuto come modello economico quello capitalista, che necessariamente non è funzionale al nostro modo di vivere».

Capitalismo fa rima con estrattivismo: di recente è stato approvato il progetto “Navidad” che dà il via a una serie di interventi nelle aree minerarie che sono nella “zona di sacrificio” che in realtà corrispondono ai territori abitati dai mapuche. Nel Lof sanno che una volta spianata la strada alle miniere, sarà la volta del petrolio. Lo sfruttamento della terra non si fermerà. Spariranno i fiumi e i laghi. È per questo che si organizzano, e continuano a lottare, ogni giorno, con ogni mezzo necessario. 

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