Cosa fare in caso di attacco all’Iran?

5 / 1 / 2020

Anche se c'è da sperare che non sia necessario, dobbiamo prepararci alla possibilità una guerra tra Usa e Iran, perché in caso di escalation, il nostro ruolo dovrà essere quello di opporci con i mezzi necessari, anche contro il posizionamento internazionale del nostro Stato.

La decisione di Trump di uccidere i capi iraniano e iracheno delle milizie sciite fondamentaliste in Iraq – che non erano eroi né persone rispettabili, ma soggetti votati all’oscurantismo e alla repressione quando erano in vita – ha creato uno scenario pericoloso. L'Iran si sentirà in dovere di rispondere per il suo prestigio internazionale e per quello del regime verso i suoi sostenitori. Gli Usa hanno già inviato navi da guerra e uomini verso il Golfo persico e preparato attacchi su 52 postazioni iraniane. Trump ha detto, senza senso della vergogna, che si tratta anche di luoghi di significato "culturale". L’arroganza del presidente statunitense non ha limiti.

Il numero di 52 obiettivi è quello degli ostaggi statunitensi sequestrati dagli studenti di Teheran nel 1981, in tutt'altra epoca storica, secondo una logica decrepita che offende non solo i sostenitori del regime attuale, ma l'orgoglio di un numero molto maggiore di iraniani. Già durante la sua rivendicazione dell'attacco a Qassem Soleimani Trump ha fatto riferimento, inoltre, soltanto alle presunte “vittime statunitensi” del generale iraniano (ossia truppe d’occupazione Usa in Iraq prima del 2011), inquadrando il tutto, coerentemente con il suo "America first", esclusivamente nel confronto muscolare tra due apparati politici e militari, tra due Stati, e non certo su un piano di rispetto per le vicende dei popoli della regione.

Il presidente americano dice di non volere la guerra, ma ci sono alcune cose da tenere in conto. La prima è che nel 2018 ha sostituito l'ex segretario di stato Rex Tillerson con Mike Pompeo, l'attuale, che è noto per essere un rappresentante delle lobby statunitensi che spingono per la guerra all'Iran. Non a caso la retorica anti-iraniana è aumentata durante la seconda parte del mandato, proprio da quando c’è Pompeo, e gli Usa si sono ritirati dall’accordo sul nucleare siglato da Obama, restaurando sanzioni economiche pesantissime per l’economia iraniana e smarcandosi dall’Unione Europea su questo punto.

La seconda cosa da considerare è che l'azione contro Soleimani e i suoi commilitoni provocherà delle reazioni istituzionali non di poco conto in Iraq. Ora le due principali coalizioni in parlamento a Baghdad, quella sciita più moderata (Saairun) - all'inizio appoggiata dai comunisti (poi usciti) - e quella sciita estrema (Fatah), espressione degli interessi iraniani, hanno votato oggi per l'espulsione delle truppe Usa dall'Iraq. Se questo avvenisse gli americani non avrebbero grossa scelta, dovrebbero andarsene. Finora la loro presenza aveva sempre avuto la legittimazione dell’invito del governo iracheno, analogamente a quella russa in Siria. Se restassero, dopo questa decisione del parlamento, la loro illegalità li renderebbe così deboli politicamente da essere a grosso rischio di attacco “legittimo” potenzialmente da chiunque, con esiti imprevedibili. Non c’è da dubitare che Pompeo sia al lavoro per scongiurare questo scenario, ma non sarà facile come un tempo.

Nella giornata di ieri la parte più assertiva e migliore del popolo iracheno, riunita in piazza Tahrir a Baghdad e nelle altre piazze in rivolta nel paese, ha rifiutato, ovviamente, di partecipare ai funerali di Soleimani. Il generale delle forze Al-Quds aveva infatti diretto nell’ombra, per tre mesi, la repressione delle proteste, provocando attraverso le milizie fondamentaliste filo-iraniane, nelle diverse città e soprattutto a Baghdad, morti (circa 600) e feriti (migliaia). In risposta al rifiuto dei manifestanti a rendere onore al loro macellaio, le milizie hanno di nuovo sparato contro di loro.

In Iraq non c'è oggi una guerra civile perché una fazione, quella religioso-mafiosa filo-iraniana rappresentata dalle milizie e dai loro partiti, è armata, e l'altra, quella democratica in senso lato e, in senso pacifico, “nazionale”, (donne, giovani, salariati sciiti ma anche sunniti e cristiani, ed anche qualche cane sciolto curdo) è disarmata. Inoltre la coesistenza in Iraq di Usa e Iran ha arginato finora, in qualche modo, le azioni e le pretese di entrambi.

La massa di piazza Tahirir ha già detto che preferisce la morte al silenzio. Parliamo di giovani donne e uomini, quelle delle prime linee, che sono cresciuti in un paese in guerra e hanno vissuto l'occupazione americana, l'insurrezione fondamentalista, il potere di Daesh e delle milizie sciite. «È la nostra ultima occasione, la nostra ultima speranza», dicono. «Chiediamo l'intervento dell'Onu, chiediamo l'appoggio dell'opinione pubblica occidentale, chiediamo al mondo di pregare per noi».

Se già la prospettiva di un’ennesima guerra civile in Iraq sarebbe orribile per quel popolo, c'è da dire che queste persone, se anche volessero armarsi (e di certo non lo desiderano), non avrebbero, esattamente come gli insorti siriani o egiziani del 2011, nessuna forza politica indipendente in cui organizzarsi. Ricordiamo che l'eccezione del Rojava, e poi della Siria del nord, fu resa possibile da un movimento armato curdo che aveva alle spalle quarant'anni di guerriglia e azione politica in quattro paesi, e relazioni forti con una diaspora internazionale. I ragazzi di piazza Tahirir non hanno nulla del genere al momento, purtroppo, e le vecchie formazioni di sinistra irachene non avrebbero la credibilità generazionale, la mentalità o il linguaggio per capitanare una rivoluzione armata.

È anzitutto necessario anche per questo, da qui, sviluppare maggiori contatti e un dialogo politico costante con i manifestanti di piazza Tahirir, per prepararci a qualsiasi scenario e coordinare con loro le nostre azioni e i nostri contenuti qui in Italia. Una guerra o una guerra civile darebbe voce e potere, invece, soltanto ai gruppi politici più oppressivi presenti nel paese.

Il nostro sostegno a chi resiste in Iraq significa prendersi cura del nostro futuro e di quello dei nostri figli. Analogamente quel sostegno deve andare a chi resiste in Libano (protesta molto simile a quella di piazza Tahirir, e non a caso attaccata da Hizbollah, che più che essere un gruppo filo-palestinese è un gruppo anti-isreliano perché filo-iraniano) e nella Siria del nord. Dico Siria "del nord” e non “Siria” perché la nostra solidarietà non deve essere generica e superficiale, ma politica, in tutti questi scenari. Il nostro desiderio di rivolta globale contro questo mondo di guerre e oscurantismi, alle diverse latitudini, deve abbandonare gli slogan vaghi che non hanno rispetto per i popoli, trattandoli come blocchi monolitici che vogliono “l’antimperialismo” o “l’esportazione della democrazia”, o ancora limitandoci a un generico supporto “per i civili” (che è inconcludente soprattutto per questi ultimi).

In ciascuno di quei paesi ci sono persone che si battono per idee e valori del tutto incompatibili tra di loro e noi dobbiamo scegliere da che parte stare, dismettendo ogni panno paternalista e pietista (un abito difficile da dismettere per noi europei). In Siria, dove l’invasione turca continua, non si tratta neanche di sostenere “i curdi” contro “i turchi” ignorando magari “gli arabi”, ma le forze democratiche rivoluzionarie (che comprendono turchi, curdi e arabi), che agiscono per ora purtroppo soltanto nel nord del paese, e sono anche sotto attacco e occupazione militare, con la minaccia di essere annichilite.

La nostra azione e la nostra parola per piazza Tahirir, per i manifestanti di Baghdad e di Beirut, deve accompagnarsi a quella per le Forze siriane democratiche che resistono contro la Turchia a Tell Tamir, Ain Issa e Manbij, preparando la resistenza di Kobane. Ci sono anche i nostri amici internazionalisti, anche italiani, a preparare quella resistenza; e rifiutare i fondamentalismi, sia chiaro, significa anche sostenere i siriani, curdi o arabi, che si battono contro i jihadisti ad Afrin, ed anche a Idlib. Perché come era necessario scegliere quando le milizie sciite di Soleimani combattevano con un ruolo preponderante contro l’Isis a Mosul (e tra l’Isis e le milizie sciite, occorreva sostenere queste ultime), così non dobbiamo essere politicamente vigliacchi e affermare che, per quanto il regime siriano sia odioso quanto quello iraniano, i jihadisti filo-turchi che hanno occupato da quattro anni Idlib sono ben peggio del regime, perché impongono ai civili regole e sofferenze se possibile ancora peggiori.

Questo non significa fare sconti a quei regimi, semmai comprendere che nostro faro devono essere le condizioni concrete di vita delle persone e valori politici definiti anche nella loro capacità di situarsi nelle situazioni di lotta (e purtroppo a volte anche di guerra) concrete, comprendendone la diversità, ma elaborando ogni volta delle sintesi. Altrimenti, quale ruolo pensiamo di giocare nel mondo di oggi?

L'inquietante animosità esibita dell'amministrazione Trump verso il regime iraniano non ha nulla a che fare con chi si batte per la libertà in Medio Oriente, e men che meno in America. La guerra in Iraq non ha portato libertà, ma morte per migliaia di giovani statunitensi e britannici, e lo Stato islamico o l'influenza iraniana per gli iracheni; ha radicato nella società curda irachena lo strapotere di clan legati che oggi permettono all'esercito turco di dare la caccia al Pkk sui monti Zagros, e infine ha portato, grazie all’influsso delle bestialità islamiste su alcuni musulmani, al sangue innocente versato per le strade di Parigi, Londra e nell’Europa intera. Una guerra all'Iran porterebbe alle stesse conseguenze.

In Iran, se è vero che esiste l'opposizione armata del Pjak curdo, analoga a quella delle Ypg in Siria, esistono anche gruppi jihadisti sunniti pronti ad approfittare della situazione. Lo scenario di un disordine armato in Iran sarebbe agghiacciante. L'ipocrisia di chi governa l’America non potrebbe essere più grande. È ben rappresentata, del resto, dai convogli di soldati statunitensi che in Siria, colmi di vergogna a causa del loro presidente, si aggirano nelle zone petrolifere del Rojava e di Deir El Zor senza costrutto, derise e disprezzate dalla popolazione, tenendosi bene alla larga dagli scontri tra i jihadisti (supportati dall'aviazione Nato turca, cui Trump tiene aperto lo spazio aereo) e gli ex alleati militari degli Usa contro l’Isis, le Sdf, impegnate a tenere a bada l’invasione e la nuova insorgenza di Daesh, che essa ha permesso.

Cosa dovremmo aspettarci da un presidente che ha accettato la qualifica di “capitale eterna e indivisibile dello stato ebraico” per Gerusalemme? Che ha affermato che il Pkk è “peggiore dell’Isis”? Che ha usato la politica statunitense in Europa, ossia in Ucraina, per contrabbandare manovre elettorali interne agli Stati Uniti? Soleimani era un oppressore dei popoli, e così deve essere ricordato; ma così deve essere considerato anche Trump assieme a quello che oggi sembra essere il miglior amico degli Stati Uniti (e dell’Italia), quell'Erdogan che, a differenza di Soleimani, non ha neanche il merito di aver combattuto l'Isis, ma semmai di averlo appoggiato senza neanche il coraggio di rivendicarlo; e se è vero che l'influenza di Soleimani sull'Iraq era nefasta, non meno nefasta è quella di Erdogan, al riparo dai missili americani, sulla Siria, ed anche sulla Libia (dove vuole proteggere i fondamentalisti armati della Fratellanza musulmana nascosti dietro l’Onu e Al-Sarraj).

Se lo scenario è complesso, studiamolo. Cerchiamo le fonti sui libri o in rete, ma anche tra i popoli, tra i nostri amici, tra il nostro prossimo anche quando è lontano. Solo così vinceremo. Non demordiamo, non lasciamoci intimorire dalla retorica e dalle armi dei potenti. La nostra opposizione a Trump e alla sua politica estera deve essere totale, ma anche efficace. Non sarà efficace, ancora una volta, se non sarà basata sull’analisi, e accompagnata da una visione politica che abbia per unica guida le donne, i giovani e gli sfruttati che si ribellano alle teocrazie, alle oligarchie e alle prepotenze neo-coloniali o patriarcali che dominano il Medio oriente.

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