Cronache di ghiaccio e di fuoco. La Siberia brucia, il nostro pianeta brucia e a qualcuno va bene così

9 / 8 / 2019

La nostra casa è in fiamme. Letteralmente. In questi ultimi due mesi, che passeranno alla storia come il giugno e il luglio più caldi della storia del pianeta Terra, se ne andata in fumo una area più vasta del Portogallo: più di 100 mila chilometri quadrati. Anche di più, a dare retta alla sezione russa Greenpeace che afferma senza peli sulla lingua che il presidente Vladimir Putin non racconti tutta la verità quando parla della portata degli incendi.

Improvvisamente, di fronte alle terrificanti immagini di enormi ghiacciai trasformati in laghi, abbiamo scoperto tutti che la nostra Terra è molto, molto più fragile di quello che pensavamo o, meglio, speravamo. 

I ghiacci che pensavamo eterni della Groenlandia, del Canada, dell’Alaska e della Siberia si sono trasformati in fuoco, complice un aumento della temperatura su queste regioni che va dagli 8 ai 10 gradi rispetto alle medie registrate tra il 1981 e il 2010. Non ha mai fatto tanto caldo nelle terre artiche. Basta la semplice caduta di un fulmine per scatenare un incendio di proporzioni bibliche.

I disastri peggiori sono avvenuti in Siberia, terra che i russi hanno sempre considerato un territorio di conquista e di sfruttamento. Al momento in cui scrivo, ci sono oltre 180 focolai ancora attivi e, da quasi un mese, un incendio grande come la città di Londra continua ad avvampare senza che nessuno pensi a come intervenire.

I cieli di Krasnoyarsk, Kemerovo e di altre città siberiane sono neri di fuliggine. Il fumo sta arrivando anche a Mosca ed è soltanto una notizia di pochi giorni fa che Putin abbia dato ordine alla protezione civile di intervenire in qualche modo. 

Ma perché tanta indifferenza di fronte ad un disastro di queste proporzioni? «Gli incendi? Sono fenomeni naturali qui da noi. Combatterli è inutile! Sarebbe come affondare un iceberg per rendere più tiepida la temperatura del mare in inverno» ha dichiarato il governatore della regione di Krasnoyarsk, Aleksandr Uss, cercando di gettare acqua sul fuoco (in senso metaforico, ovviamente) davanti alle denuncia degli ambientalisti. A parte il paragone con l’Iceberg che è palesemente idiota, anche se l’avesse voluto, il governatore Uss non aveva nemmeno i mezzi per intervenire. Una legge nazionale russa vieta infatti la mobilitazione della protezione civile se i costi non valgono la candela. Come dire che prima di spegnere un incendio bisogna buttare giù due conti per vedere se l’intervento costa più del valore della “merce” che sta bruciando. E pazienza se gli incendi siberiani hanno sparato nell’atmosfera - sino ad ora - oltre 100 milioni di gas climalteranti! L’equivalente delle emissioni di un anno di Svezia e Norvegia insieme. Gas che, manco a dirlo, contribuiranno al riscaldamento del pianeta così che il prossimo anno ci saranno ancora più incendi. 

«Soltanto adesso, con un ritardo di almeno un mese e mezzo, il presidente Putin ha deciso di intervenire dichiarando addirittura di aver mobilitato anche l’esercito - mi ha raccontato al telefono una amica giornalista ed attivista ambientalista di San Pietroburgo che mi ha pregato di mantenerle l’anonimato - Una decisione arrivata sulla spinta dell’opinione pubblica mondiale, considerando che anche Trump lo ha chiamato, offrendogli il suo aiuto, perché i fumi sono arrivati anche in Alaska. Ma è tutto da verificare l’impegno del nostro presidente su questioni come queste che riguardano la tutela ambientale». 

Ma perché tutta questa indifferenza davanti ad un disastro di queste proporzioni? «Non è affatto indifferenza ma complicità. Non possiamo portare prove certe ma, secondo molti attivisti siberiani, non tutti gli incendi sarebbero naturali. La Siberia è da tempo una terra di conquista per il capitale cinese che ha investito in grandi progetti di estrattivismo. Gli incendi giocano tutti al loro interesse. Senza contare l’industria del legno che è quasi completamente appaltata ad aziende di Pechino. Ci sono più segherie cinesi che orsi, oramai. Il disboscamento illegale, gestito in collaborazione con la mafia russa, è una piaga consolidata nelle regioni di Krasnoyarsk e Irkutsk. Questi incendi permettono di avviare immediatamente riforestazioni di intere aree con piante non autoctone ma a più alto valore commerciale. Insomma, mafia e capitalismo si sono alleati per causare disastri ambientali cui aggiungere altri disastri ambientali e trasformare tutto in merce da vendere al mercato globale. Il tutto con l’appoggio più o meno coperto del governo di Mosca». 

Putin non combatte la mafia russa? “Come no? Più o meno come il vostro Salvini combatte la mafia italiana”.

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