Elezioni in Svizzera – Trionfa la destra anti-immigrati

19 / 10 / 2015

Domenica 18 ottobre si sono tenute in Svizzera le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Federale, composta da 200 membri del Consiglio Nazionale (Camera bassa) e 46 del Consiglio degli stati (Camera Alta).

L’esito della tornata elettorale ha rispecchiato in gran parte le previsioni della vigilia, facendo registrare la larga vittoria del partito di destra populista UDC/SVP (Union Démocratique du Centre/Schweizerische Volkspartei). La formazione guidata da Toni Brunner ha raggiunto infatti il 29,4% dei voti, segnando uno scarto positivo del 3,4% rispetto alle elezioni del 2013. L’UDC ottiene non solo il miglior risultato della sua storia (il precedente era il 29% conquistato nel 2007), ma addirittura la più alta percentuale presa da un partito dall’introduzione in Svizzera del sistema proporzionale, avvenuta nel 1919. Anche in termini di seggi l’UDC può cantare vittoria, avendone ottenuti 65, ossia ben 11 in più rispetto al 2013, all’interno del Consiglio Nazionale (anche qui si tratta di un record). Tra i consiglieri eletti fa notizia soprattutto l’affermazione di Magdalena Martullo-Blocher, figlia del leader storico del partito Christoph Blocher, che negli anni ’80 ha contribuito a spostare l’ UDC dalla destra liberale a quella nazionalista e populista, da molti definita la `Le Pen svizzera´.

In generale le elezioni  federali appena passate spostano decisamente a destra il baricentro politico del Paese. Al trionfo dell’UDC si aggiunge infatti la crescita del PLR (Partito Liberal-radicale), formazione di centro-destra che nell’ultimo decennio aveva registrato un costante calo di consensi e che invece sale al 16,3% (+1,2% rispetto al 2013), ottenendo 33 seggi in Camera bassa, 3 in più rispetto alla precedente ripartizione. I commentatori politici svizzeri concordano sul fatto che la fine dell’emorragia elettorale per i liberal-radicali sia stata espressione dello spostamento a destra impresso al partito dal nuovo Presidente Philipp Müller, soprattutto sui temi inerenti all’immigrazione. Se a questi risultati si sommano i 2 rappresentanti della Lega dei ticinesi (il partito legato alla Lega di Salvini) e il seggio ottenuto dal Mouvement Citoyen Romand, le forze di destra e centro destra dispongono per i prossimi quattro anni di una maggioranza di 101 seggi al Consiglio nazionale (che ha un totale di 200 seggi).

Perde seggi invece la sinistra, con il partito socialista che avrà tre consiglieri in meno, nonostante non abbia fatto registrare un calo di preferenze ed abbia mantenuto il secondo gradino del podio, assestandosi al 18,8 % (+ 0,1%). E’ invece in calo l’altra anima della sinistra svizzera, il PES (Partito ecologista), che scende al 7,1% (-0.9%) e perde 4 dei 15 seggi conquistati nel 2013.

I seggi guadagnati dai partiti di destra avranno come effetto immediato quello di ridefinire gli equilibri all’interno del Consiglio Federale (l’organo di governo direttoriale della confederazione), dove con ogni probabilità l’UDC avrà due posti e non più uno solo, a svantaggio di uno dei partiti di centro usciti sconfitti alle elezioni.

Sul piano politico le elezioni in Svizzera si mettono in diretta continuità con quanto accaduto nell’ultimo anno in altri Paesi dell’Europa centrale ed orientale, ossia l’affermazione su larga scala di una vision che individua l’immigrazione come nemica dell’identità nazionale, della stabilità sociale ed economica interna e dell’ordine pubblico. Lo stesso Toni Brunner commenta il successo elettorale dell’UDC come una “presa di consapevolezza da parte degli svizzeri che il massiccio afflusso di migranti e l’assenza di una distinzione netta tra chi è realmente perseguitato e chi fugge dal proprio Paese per questioni economiche, siano i principali problemi da affrontare in questa fase”. Il nuovo assetto politico di camere e Consiglio Federale complica inoltre le negoziazioni con l’Unione Europea in seguito al referendum del febbraio 2014, grazie al quale la Svizzera ha rimesso in discussione tutti i pacchetti degli Accordi bilaterali in vigore con i diversi Paesi dell’UE riguardanti gli scambi commerciali, i trasporti, ma soprattutto i controlli comuni alle frontiere (Shengen) e il diritto d’asilo (Dublino). Berna ha tempo fino al febbraio del 2017 per trovare nuovi accordi con l’Unione Europea rispetto alla circolazione di merci e persone, ma è lecito aspettarsi nuovi passaggi sul piano della politica interna che mettano l’UDC in condizioni di poter trattare con ancora maggiori consensi (si vocifera di un nuovo referendum contro l' "immigrazione di massa").

D’altra parte il quadro politico-elettorale mette in luce anche il fatto che nella sinistra “istituzionale” non esiste un discorso forte in grado di rovesciare i nuovi stilemi sull’immigrazione che stanno sempre più permeando la società svizzera ed europea in generale  e ne è testimonianza la campagna elettorale dei socialisti che ha eluso la questione, più che affrontarla.

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