Esto somos, aquí seguimos - Il mese prima della partenza

La prefazione de il libro "La settima chiave", a cura di Militant A.

26 / 2 / 2021

Oggi, le comunità zapatiste propongono alla “Otra Europa desde abajo”, di intrecciare nuovamente le nostre vite e le nostre lotte, ma questa volta saranno loro a rimettersi in cammino attraversando l’oceano e venendo a cercare “ciò che ci unisce e non ciò che ci divide”. A distanza di vent’anni, rivivere i ricordi della marcha non può essere solo uno sterile esercizio di memoria ma deve necessariamente penetrare nella realtà in cui viviamo. Sono passati vent’anni, ma quella storia non è finita, niente è andato perduto, ma tutto si è sedimentato nella memoria, tutto si è costruito sopra quella esperienza. Proponiamo oggi un testo che risale al 13 gennaio del 2001, durante un meeting al Centro Sociale Rivolta, a prestare la voce e la penna è Militant A, che attraverso semplici parole spiegava l'importanza di prendere parte alla spedizione in Chiapas.

13 gennaio 2001, CSO Rivolta - Marghera - Italia

Militant A - «Decido di partire. Assemblea nazionale delle tute bianche al Rivolta di Marghera, accerchiati dalle raffinerie. Ci sono compagni e compagne dei centri sociali di tutta Italia, associazioni come Ya Basta!, gruppi musicali come il mio, c’è il sorriso beffardo di Don Vitaliano. Più di duecento persone che hanno in comune una buona disposizione a innovare tattiche e strategie di dissenso nella globalizzazione. Attenti a ciò che si muove. A come si muove. Al movimento. Attenti al vento che soffia nel mondo. Chi siamo? Gli schiavi. I ribelli. La dignità nell’impero. Siamo i disobbedienti, le fila con gli scudi di plexiglass che fronteggiano le polizie per prendere parola».

Appena arrivato lì, i compagni mi chiedono di fare un concerto la sera stessa. Rispondo che piuttosto mi piacerebbe ascoltare il loro di concerto e già sento gli strumenti accordarsi. I “Veneti” fanno gli onori di casa naturalmente e per quattro ore di fila parlano praticamente solo loro.

“Dopo Seattle qualcosa cambia, si muove, a livello europeo ci sono nuove possibilità di radicali e ragionamento, siamo un esercito di volontari che si scioglie e si ricompone, non di professionisti che si ripete automaticamente nel suo ruolo a ogni summit mondiale fino a consumarsi. Dobbiamo concentrarci su obiettivi prioritari e decidere l’intensità, il flusso comunicativo, l’impegno, la scelta di dove e come”.

Durante tutto l’anno avevamo invaso insieme i treni della mezzanotte. In viaggio, sui binari dell’Italia e dell’Europa, c’eravamo sporti negli abissi e avevamo visto il buio molte volte. Su quei treni della libertà salivamo sempre per averli occupati o pagata metà della metà della metà. Contenti di ritrovarci, di essere in tanti. Contenti di essere diretti laddove funzionari imperiali definiscono i loro comandi. Contenti di prepararci al prossimo assedio. Ai prossimi assalti. C’eravamo incontrati alla stazione di Ponte Galeria, a Roma, per chiudere il centro detenzione clandestini. A Bologna, alle sei di mattina, con reti giganti e secchi d’acqua per disinnescare i lacrimogeni, resistere nei vicoli bloccare i delegati diretti all’assemblea dell’OCSE. Al porto di Genova, conferenza sulle droghe, con un cannone rivolto ad un proibizionista che ci guardava isterico e indignato.

Davanti al Vaticano, quando il papa benediceva Haider, il fascista, sotto l’albero di natale e il castello diventava un campo di battaglia.

“L’esercizio del comando non è concluso e definito, è in continua evoluzione. Ci sono alcuni avvenimenti che segnano passaggi d’epoca. Nel mondo tante persone hanno capito che disobbedire è possibile […]. Quando pratichiamo la disobbedienza civile sveliamo le contraddizioni che sono alla base di questa società, il nostro obiettivo è quello di mostrare il potere per quello che è, bugiardo assassino, privarlo della sua autorità, privarlo della sua funzione divina di voler decidere su tutto. Decidono sì, ma con la forza.

La disobbedienza non ha limiti, non è la moderazione, il tatto, non è una tecnica di conflitto morbido, è uno stato mentale creativo, è fantasia, è scelta legata al consenso, crea conflitto e anche consenso, è gesto che si diffonde, che coinvolge, che fa tornare a essere protagonisti”.

Le parole dei “padovani” interrompono nel torrente dei miei ricordi e mi gettano nel cuore dell’assemblea. Bussando a porte che nel mio cuore sono già aperte.

“Noi dobbiamo cercare altre persone che ci dicano cosa fare nel mondo. Non dobbiamo pretendere di definire tutto e dare una linea noi, è importante viaggiare. È il senso di essere dentro la globalizzazione, lasciando alla storia di rispondere alla complessità delle cose. Dobbiamo essere uno strumento leggero, agile, unirci per obiettivi, passare dal contropotere all’azione global e ritorno” […]. “Lo zapatismo è strategico a livello culturale, è una miscela esplosiva da costruire in Europa e le metropoli sono la nostra selva. Camminiamo liberi in armonia, ma insieme disegniamo una mappa, orientiamo la bussola, tracciamo delle linee comuni. Una è quella di andare alla marcia indigena e camminare con i fratelli e le sorelle dell’EZLN”.

La passione muove le persone. Prima tocca alle gambe, scalpitanti, irrequiete di correre la loro strada. Poi tocca alle mani, ansiose di usare il mondo. Poi, ancora, sono gli occhi audaci a brillare di sguardi in fuga. La passione muove, muove le persone. Così, mi metto il lista per il prossimo viaggio, metto la mia quota base per il biglietto e le spese comuni. Partiremo in tre scaglioni. L’EZLN ha chiesto che ogni gruppo sia autosufficiente, e alcuni si troveranno sul posto già a metà febbraio a organizzare la logistica. In ogni luogo dove pernotteremo c’è promesso “almeno un pasto al giorno”, attraversando montagne di tremila metri e pianure sotto il sole tropicale. Equipaggiamento essenziale: tenda, sacco a pelo, disinfettante per l’acqua, medicinali vari (soprattutto contro la dissenteria).

Nelle riunioni preparatorie viene spesso sottolineato che durante il tragitto dovremo osservare le regole delle comunità indios. Quindi, tra l’altro, niente alcool, neanche birra. Niente droghe, neanche canne.. “Niente canne?”. La cosa getta alcuni nello sconcerto. Sarà comunque una partenti purificatoria (scopriremo solo dopo che il ritmo della carovana “sconvolge al naturale”).

Andiamo in Messico. Andiamo per fare da osservatori e, se necessario, essere scudi umani. Andiamo non contro, stavolta, ma per partecipare alla globalizzazione alla rovescia che si va mettendo in cammino.

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** Pic Credit: Massimiliano Dittadi, Associazione Ya Basta! Êdî bese!, 24 febbraio 2001, “Marcha del Color de la Tierra”.

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