Racconto di una giornata di azioni attorno a cui costruire l’alternativa alla guerra tra poveri e reclamare nuovi diritti.

Francia - European Strike

Anche in Francia precari e disoccupati hanno creato il loro sciopero sociale.

17 / 11 / 2014

 La grande giornata del 14N, che ha innescato in italia un processo interessantissimo di soggettivazione e lotta, ha alla sua base un assunto fondamentale: per precari, disoccupati, lavoratori intermittenti, lavoratori “classici” ma precarizzati, migranti, donne e uomini sfruttat*, il terreno minimo su cui costruire un’unità d’azione è l’Europa. L’Unione Europea per come è costruita oggi non è altro che la fine di uno spazio condiviso per i popoli europei, la moltiplicazione delle frontiere: frontiere di reddito, di nazionalità, etniche, di genere, frontiere imposte dalla mancanza di diritti, in tre parole, confini di classe. In questo senso la crescita dei consensi al Fronte Nazionale francese (e l’incipit di un’ascesa della Lega “italica” di Salvini) si inserisce perfettamente nei progetti della governance tecnocratica.

Proprio perché attorno all’unità del precariato europeo si è costruita questa mobilitazione, non faremo un resoconto rituale del 14N francese, ma cercheremo di raccontare la giornata dentro le tensioni di una fase politica complicata per l’esagono, consapevoli che queste tensioni riguardano tutti.

Ci volete precari, ci avrete inflessibili

(La  call della CIP: ci volete precari, ci avrete inflessibili).

Precari, intermittenti e disoccupati della CIP hanno svolto azioni a Lille e Valence, hanno occupato il polo dell’impiego a Lione, bloccato con un muro l’ingresso al polo dell’impiego di Amiens ed occupato la sede dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) a Parigi (diretta della giornata europea sul sito della CIP - IdF). I lavoratori intermittenti sono una realtà in mobilitazione in Francia da oltre dieci anni, ad inizio 2014 hanno rilanciato una forte protesta contro il nuovo accordo sull’assicurazione di disoccupazione: una riforma che causerà l’abbassamento generale delle allocazioni e renderà sempre più difficile l’accesso alle fasce “alte” (cioè appena decenti) di sussidio.

Con le azioni di venerdì, la CIP ha rilanciato la strategia di pressione e blocco sugli organi di sfruttamento e controllo dei lavoratori, sulle istituzioni che propagandando l’austerità e un futuro senza diritti. Alle invasioni dei poli dell’impiego, si è affiancata l’occupazione dell’OCSE a Parigi, una di quelle agenzie sovra-nazionali che progettano l’attacco ai diritti, diretta ispiratrice dell’ultima riforma francese e il cui segretario generale José Angel Gurría plaudiva alcuni giorni fa al Jobs Act renziano.

Oltre al blocco materiale dei lavori dell’ente, durato buona parte della mattinata, l’occupazione è riuscita ad imporre l’organizzazione di un dibattito mediatizzato tra rappresentanti dell’OCSE e della CIP. La conquista di un palcoscenico dove confrontarsi direttamente sui temi del salario minimo, del redditto, delle riforme europee, è un tassello importante dello sciopero sociale. Da anni i precari denunciano che la violenza delle riforme va di pari passo con la distruzione di ogni catena democratica. I blocchi, gli scioperi, lo studio dei dati tecnici ed il lavoro continuo di comunicazione sono anche un modo per riconquistare il diritto ad un dibattito pubblico, per riportare verso il basso processi decisionali oggi in mano a pochi “esperti”, burocrati che nella narrazione del potere “non hanno alternative” ma solo equazioni da risolvere. Non è così, le alternative ci sono, le abbiamo studiate ed elaborate grazie alla condivisione di desideri e saperi, e adesso dovete ascoltarci.

I nostri corpi contro la barbarie

Durante l’azione di Parigi si sono registrati momenti di grande tensione, quando un centinaio di poliziotti sono intervenuti per circondare l’edificio ed isolare alcuni occupanti che si trovavano sulla porta d’entrata. Dopo quasi un’ora la direzione ha deciso di gestire direttamente la trattativa, scongiurando un intervento più pesante, anche a causa del particolare status di organizzazione internazionale. Abbiamo comunque assistito all’ennesimo esempio di un preoccupante utilizzo della forza pubblica nelle città francesi.

Dopo la morte del 21enne Remi Fraisse, assassinato da una granata assordante della gendarmerie nel corso di una manifestazione contro la diga di Sivens il 26 novembre, si sono susseguite in Francia numerose manifestazioni contro le violenze della polizia: tutte duramente represse, con utilizzo di armi non convenzionali (flashball e ancora granate), numerosi feriti ed arresti. Ogni manifestazione ha in più dovuto subire la criminalizzazione dei media mainstream, sempre proni alle veline delle questure e pronte a gridare “al violento” per la presenza di semplici strumenti di difesa come i caschi. Per alcuni giorni abbiamo visto la cancellazione “de facto” del diritto di manifestazione. Ad essere in gioco è stata la stessa agibilità democratica dei movimenti.

La violenza poliziesca è speculare alla violenza dell’attacco neoliberista. Mentre nuove e più dure riforme del sistema di garanzie per disoccupati sono in cantiere, l’intervento continuo delle forze dell’ordine segna un nuovo modo di gestione del dissenso. Per disegnare una società in cui la ricchezza delle vite è continuamente sotto controllo, c’è bisogno oggi di imporre il silenziamento politico del corpo sociale ed una sua frammentazione. A questo scopo rispondono la repressione, il dilagare dell’ideologia razzista del FN e tutte le dicotomie della guerra tra poveri: bianchi-arabi, centro-periferia, bravi cittadini-ecologisti jihadisti(!!!).

Ecco allora che lo sciopero sociale, la coalizione europea dei precari che vediamo nascere, ha nella pratica di una democrazia radicale un’arma imprescindibile contro questo moderno fascismo. La lotta per i diritti va di pari passo con l’invenzione di un nuovo processo decisionale, e dunque con la lotta per la libertà di movimento e di coalizione.

La costruzione di questa prima giornata di sciopero europeo ha sicuramente segnato un passaggio importante di condivisione orizzontale, di informazioni, pratiche, idee. Un nuovo modo di fare movimento decentrato e reticolare nella sua diffusione, unito nel colpire. Assieme alla creazione di nuovi legami forti che abbattano le frontiere imposte, è necessario rimettere al centro il bisogno diffuso di spazi di discussione, azione e decisione. Spazi dove lo sfruttamento continuo della produzione sociale che vediamo in atto nelle metropoli, sia rovesciato in incontro produttivo di tanti e diversi.

Non si torna indietro dal 14N, anche in una Francia che guarda troppo a destra. Lo sciopero europeo di chi non ha il diritto di sciopero è un fatto reale che costruisce connessioni potenti. All’intelligenza collettiva la battaglia di presidiare gli spazi democratici e aprirne continuamente di nuovi. E’ solo l’inizio. Nous ne lacherons pas, nous ne lacherons rien!

Di seguito il comunicato tradotto della CIP - IdF:

14NOVEMBRE: CONTRO L'AUSTERITÀ DIRITTO ALLA DISOCCUPAZIUONE! OCCUPAZIONE DELLA SEDE OCSE DI PARIGI

Nella giornata europea di azione per i diritti dei disoccupati, occupiamo la sede OCSE perché qui si fabbricano le politiche liberiste e neoliberiste. L'Organizzazione per la Cooperazione e per lo Sviluppo Economico ha come parola d'ordine la privatizzazione dei servizi pubblici e la flessibilità del lavoro, la precarizzazione dell'impiego. Insieme ad altre istituzioni, è all'origine delle politiche di austerità che provocano la demolizione della protezione sociale, il controllo e la criminalizzazione dei disoccupati, il continuo aumento di lavoratori poveri. 

In Francia, sei disoccupati su dieci non percepiscono alcun indennizzo. Continuiamo a denunciare questo scandalo. La nostra attenta lettura dell'accordo Unedic del 22 marzo scorso e la sua applicazione a partire dal 1 ottobre ci fa arrivare alla conclusione che le condizioni d'indennizzo si stanno degradando drammaticamente.

Chi è responsabbile di queste politiche di distruzione dei diritti?

Abbiamo occupato numerose Agenzie del Lavoro, ci hanno detto che sbagliavamo a rivolgerci dove non si fa altro che applicare le direttive Unedic. Allora abbiamo occupato l'Unedic. Il direttore finanziario ci ha spiegato che dovevamo andare a lamentarci dai firmatari dell'accordo "sociale": Medef e sindacati CGPME, UPA, CFDT, CFTC, FO. 

Abbiamo occupato le sedi di alcuni di questi sindacati e abbiamo interpellato i rappresentanti dei sindacati di lavoratori salariati e degli imprenditori, presenti ai tavoli di concertazione convocati dal Primo Ministro.

Nessuno si sentiva responsabile dell'accordo perché appunto si è trattato di un accordo in cui ciascuno accettava di riconoscere nient'altro che le proprie proposte.

Ci siamo rivolti al Ministro del lavoro. Ha trovato evidentemente buono l'intero testo dell'accordo che ha firmato. Probabilmente non può denunciare un accordo considerato  eccellente, frutto del dialogo "sociale" all'Eliseo. 

Abbiamo deciso di saltare la casella Eliseo e rivolgerci direttamente ai 'maìtres à penser' del presidente della repubblica. Per questo siamo qui, all'OCSE.  

Non vi chiediamo di giustificare l'attendibilità delle vostre prospettive. Disoccupati, intermittenti, interinali, precari, noi tutti ne conosciamo gli esiti quotidianamente, la nostra competenza a riguardo si nutre delle nostre esperienze di vita.

Non aspettiamo niente dai preti del liberalismo. Con questo gesto ci auguriamo solamente di rendere evidente il fatto che è possibile venire a cercavi dentro le vostre chiese. E di incitare tutti quelli che subiscono la vostra legge a unirsi per destituire la vostra triste divinità, il mercato.

Alle violenze sociali che ci vengono imposte, si aggiungono la repressione e le violenze fisiche della polizia, sempre più dure. Parallelamente alla nostra azione, si stanno svolgendo molte mobilitazioni contro le violenze poliziesche - le nostre lotte sono identiche.   

Insieme, rifiutiamo di farci schiacciare, insieme rivendichiamo nuovi diritti.

Organizziamoci!

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