Francia - Gendarme in Africa

Dopo la Costa d'Avorio, la Libia e il Mali, l'ONU e il vertice africano all'Eliseo sanciscono il ruolo della Francia nei paesi politicamente fragili del continente.

7 / 12 / 2013

 Le grandi linee date alla missione "Sangaris" (dalla lingua Sanga, usata in Centrafrica insieme al francese) sono state espresse da François Hollande in concomitanza con l'avvallo ONU all'invio dei 1200 soldati francesi in RCA annunciati dal ministro degli esteri francese : " Quello che dobbiamo fare è trovare una soluzione umanitaria che passerà da una fase di messa in sicurezza, la quale in seguito sarà finalizzata ad una transizione politica, cosa che sappiamo non sarà facile instaurare in questo paese da, purtroppo, molti anni". 

Gli interventi francesi più recenti che riguardano la zona a nord e a sud del Sahara, e ancora il Centrafrica, ripropongono una specificità neocoloniale francese.  Anche perno di equilibri sia interni, franco-francesi, che multinazionali ed europei. In sintesi, la visione francese è di non rinunciare a correre, con indiscutibile competenza, nella gara che si gioca sul campo dell'espansionismo mirato all'estrazione delle risorse primarie. Corsa non solo, anche se ampiamente, cinese. Dal Niger al Sahel, e nella regione sub-sahariana, le vecchie abitudini dunque resistono, gli Stati crollano come castelli di carte, i  governi eternamente transitori in appalto a bande e banche organizzate, e sostenuti il tempo necessario a firmare accordi transcontinentali.

Dalle 'missioni' del XIX secolo si sa che in gran parte del continente africano esistono due forme di governo parallele, le società 'statali' rappresentate da regni e imperi e le società segmentali organizzate sulla base di clan e lignaggio, le prime fortemente caratterizzate dal punto di vista amministrativo, strutturate burocraticamente, come attualmente esistono nei vari paesi del mondo occidentalizzato. Se fino al passato prossimo, definito precoloniale, i sovrani africani esercitavano un potere assoluto ed estremamente centralizzato delle differenti entità politiche, le periferie dei reami restavano invece ampiamente non controllate, o controllate a distanza con il metodo più efficace per comandare, cioèquello di dividere per meglio regnare scatenando guerre intestine tra capi e clan di villaggi vicini.

Alla fine la Francia, arrivata per conquistare, ha distrutto i grandi imperi sopravvissuti al medio evo ed ha messo in marcia la macchina statale e l'apparato coloniale per governare le società della regione. L'amministrazione coloniale francese non ha mai dominato interamente il territorio in cui ancora oggi interviene con truppe armate. Il comando politico è sempre stato indiretto grazie all'appoggio di dignitari locali, capi di province sia discendenti di antiche aristocrazie che appartenenti alla nuova generazione di funzionari statali delegati direttamente dal potere coloniale.

Negli anni 60 l'accesso all'indipendenza pur funzionando apparentemente con modello 'socialista' come il Mali, Ghana, Guinea, etc. di fatto era portato avanti dall'ex-apparato politico coloniale. Deboli governi manovrati e manipolati che cascavano uno dopo l'altro per essere rimpiazzati da un susseguirsi di regimi militari.

A partire dagli anni 90, con François Mitterand, la pressione francese, nella indiscussa tutela degli interessi nazionali, ha permesso di sostituire, in Senegal e in Mali, i militari con stati democratici. Stato fantoccio ? La realtà è che l'intervento militare come in Mali - oltre a sollevare la figura presidenziale francese molto in crisi nei sondaggi -  ha posto condizioni politiche che evidenziano quanto il governo del Mali contemporaneo non sia affatto centralizzato, e non sia in grado di seguire tale modello che però continua ad essere riproposto... dal XIX secolo.

Esigere uno Stato in Mali e nella maggior parte dei paesi africani è come entrare in  un teatro restando dietro le quinte, si vedono passare le ombre, una messa in scena con la pretesa di far credere che ci sia la rappresentazione per la comunità internazionale e per gli investitori. Un immaginario che dura da quasi due secoli quello di far come se esistessero degli organismi speculari a quelli europei o sottomessi alle stesse regole che si osservano altrove. Ma non in Africa. 

In Centrafrica, in Mali,  in Somalia e nella regione settentrionale della Nigeria, nella Repubblica democratica del Congo, in Camerun e in altri paesi africani non esiste sovranità territoriale. Se e quando esercitata implode.

Allo stesso tempo, gli equilibri politici in Africa, come in altre zone del mondo, sono diretti essenzialmente da intenti predatori e di clientelismo nella ridistribuzione di profitti, di conseguenza evocare il problema della corruzione (tra le altre cose come profilo che caratterizza specialmente i paesi africani) è insensato tanto più che chiunque ormai sa quanto sia indispensabile, in quei paesi, occupare posizioni di potere per poter favorire parenti, amici e conoscenti.

Gli apparati degli Stati africani che si vogliono democratici sono interconnessi a reti mercantili e politiche alimentate da ogni sorta di risorsa presente sul continente, da quella petrolifera a quella mineraria, dall'aiuto umanitario internazionale al narcotraffico. Un modello di Stato e una 'società civile' che non sono da leggere con i parametri euro-occidentali, ma reti che funzionano più sulla decodificazione fatta da Marcel Mauss nel 1924 con l'Essai sur le don che sugli enunciati dei trattati di scienza della politica.  

La ridefinizione delle relazioni sociali e politiche rientra in un quadro di ricomposizione del continente africano in cui emergono forme diverse di appartenenza religiosa più che un conflitto di tipo etnico. I primi a beneficiare di tale contesto, grazie al servizio di ordine pubblico internazionale garantito dalla Francia,  sono le potenti multinazionali che comprano materie prime a basso, molto basso, costo.

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