Guerra d’aggressione - Il massacro perpetrato da Arabia Saudita ed Emirati in Yemen non è una proxywar contro l’Iran

Di Sheila Carapico

19 / 11 / 2018

In seguito alla rinnovata offensiva della coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contro il porto yemenita di Hudayda, traduciamo questa analisi di Sheila Carapico, professoressa di scienze politiche alla University of Richmond. L’efferato assassinio del giornalista Jamal Khashoggi da parte del regime saudita ha danneggiato l’immagine del principe Mohamed Ben Salman più della Guerra in Yemen, di cui quest’ultimo è il principale artefice, nonostante tale guerra abbia causato decine di migliaia di vittime (le cifre sono discordanti) e una carestia che mette a rischio la vita di milioni di persone. Si tratta di un paradosso, ma è meno sorprendente se si pensa alla quantomeno carente copertura mediatica sulla Guerra in Yemen. Se gli appelli umanitari sono importanti, è necessario anche analizzare questa guerra politicamente, nel quadro dell’offensiva delle monarchie reazionarie del Golfo contro le mobilitazioni popolari che hanno scosso lo status quo mediorientale nel 2011 e le cui complesse ramificazioni continuano fino ad oggi. La versione originale dell’articolo è stata pubblicata da Informed Comment.

L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti – oltre a interferire su quali giornalisti possano visitare quali zone dello Yemen, e quindi su quali storie possano raccontare – hanno investito in pubbliche relazioni, lobbying, think-tank e consulenti politici per plasmare la narrazione sulla loro guerra in Yemen. Titolisti, opinionisti, Wikipedia, corrispondenti all’estero e persino alcuni sedicenti esperti presentano tale conflitto asimmetrico come se si trattasse di una “proxy war”. Le nazioni sunnite guidate dall’Arabia Saudita starebbero combattendo contro l’Iran scita e i suoi alleati regionali, ci raccontano. In tal modo, il peggior disastro umanitario artificiale del mondo appare come un anonimo danno collaterale.

La parola “proxy”, erroneamente accompagnata dall’etichetta “guerra civile” tra un “governo riconosciuto dalla comunità internazionale” e “una milizia appoggiata dall’Iran”, legittima l’ingiustificato e gratuito intervento in Yemen da parte di Arabia Saudita ed Emirati. Diversi titoli e articoli in merito sono esempi di giornalismo carente e della tendenza a ripetere acriticamente luoghi comuni. Ma non lasciatevi ingannare: le generose somme di petroldollari che girano per Washington DC producono sistematicamente una narrazione che giustifica l’eccidio e l’inedia di yemeniti che non sono nemmeno “sciti”, tutto in nome dell’arginare l’influenza dell’Iran, gonfiata ad hoc in tali racconti.

Una proxy war è uno scontro tra due potenze concorrenti che non lottano direttamente tra loro. Le potenze rivali, invece, armano, allenano e sostengono parti terze in paesi più piccoli affinché si combattano a vicenda. I tipici esempi della Guerra Fredda sono le guerre (civili e non) in America Centrale e nell’Africa meridionale, in cui forze comuniste o socialiste battagliavano contro i clienti degli Stati Uniti. Nel grande antagonismo tra superpotenze – l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti – il campo di battaglia era il cosiddetto terzo mondo. Alcune fonti (tra cui Wikipedia) descrivono la Guerra di Corea e quella del Vietnam come “proxy war”, giacché l’obiettivo degli americani era quello di sconfiggere “proxy” comuniste. Tuttavia, tali conflitti – che portano il nome dei paesi in cui l’esercito americano intervenne – sono più spesso e più correttamente caratterizzati come interventi diretti da parte degli Stati Uniti, o come casi di imperialismo americano. Come molti interventi USA all’epoca della competizione bipolare, essi riflettevano la volontà di proteggere stati alleati da rivoluzioni popolari, perpetuando la continuità di regimi clienti.

Le dinastie di Arabia Saudita ed Emirati – appoggiate da Stati Uniti e Gran Bretagna –, e gli analisti che lavorano per loro, sostengono che il loro nemico in Yemen sia una proxy delle Guardie della Rivoluzione Islamica in Iran. La conclusione è che le monarchie del Golfo starebbero legittimamente resistendo contro l’influenza iraniana – o scita – nella penisola. Ergo, quaranta mesi [ora 45 mesi] di bombardamenti implacabili e di embargo sarebbero giustificati in quanto autodifesa.

Assurdità. Senz’altro la milizia Houthi è stata ex post facto sostenuta dall’Iran – non nelle sue molte ribellioni pre-2011 contro il governo di Saleh, ma più di recente. Quando gli Houthi entrarono a Sana’a nel 2014, con il sostegno voltagabbana di Saleh e dei suoi reggimenti, diedero il via a voli regolari tra Sana’a e Teheran. La cosa fece infuriare i governi di Arabia Saudita ed Emirati, che ordinarono il bombardamento delle piste aeree di Sana’a per far chiudere l’aeroporto a tempo indeterminato. Stranamente e irrazionalmente, date le origini interne delle loro rivendicazioni, gli Houthi hanno adottato slogan iraniani come “Morte all’America, morte a Israele”. PressTV e altri canali della propaganda iraniana sostengono la causa Houthi.

Tuttavia, aviazione civile e propaganda non fanno una proxy war. Le prove che gli Houthi stiano ricevendo armi dall’Iran – a dispetto del soffocante embargo aereo e navale guidato dai sauditi e appoggiato dagli americani – sono alquanto scarse. I loro razzi sono vecchi e low-tech, per la maggior parte avanzi dell’epoca sovietica. Non sono stati filmati iraniani in Yemen. Semmai, le accuse di sostegno iraniano ingrandiscono smisuratamente l’influenza di Teheran, e anche questa è una profezia che si autoavvera, non un casus belli. Nessuna ricostruzione ragionevole ha dimostrato che gli Houthi prendano ordini da Teheran, e nemmeno che facciano della Repubblica Islamica il loro modello.

Due incisi a questo proposito. Primo, fino a poco fa i duodecimani persiani non consideravano gli zaydisti nemmeno come sciti. Secondo, la “Guerra Fredda” tra Teheran e Riyadh non è solo una battaglia tra le due grandi correnti dell’Islam ma anche uno scontro tra visione repubblicana vs. monarchica dello stato islamico.

Inoltre, il “governo riconosciuto dalla comunità internazionale” è rimasto comodamente in esilio a Riyadh da marzo o aprile 2015. “Riconosciuto dalla comunità internazionale” è un altro modo per dire che il cosiddetto governo di Abdarrubuh Mansur Hadi – spesso dipinto come un fantoccio – non ha una propria legittimità o una base sociale interna, solo dei protettori nel Golfo. Tali protettori, e soprattutto l’Arabia Saudita, hanno una lunga storia di interferenze contro i movimenti popolari e le spinte democratiche in Yemen. Tra i vari esempi, la dinastia saudita ha sostenuto l’Imamato Zaydista contro gli ufficiali repubblicani nello Yemen del Nord durante la guerra civile del 1962-1970. All’epoca, e forse anche al giorno d’oggi, la paura del repubblicanesimo aveva la priorità rispetto a ogni tipo di antipatia nei confronti dello sciismo zaydista. Le insurrezioni nordafricane del 2011 spaventarono i patriarcati del Golfo, e le proteste popolari in Yemen nello stesso anno – guidate, a proposito, da donne – scatenarono un vero e proprio panico nei palazzi.

L’aspetto più pericoloso della narrazione “proxy war contro una milizia appoggiata dall’Iran” è che essa distoglie l’attenzione da innegabili crimini di guerra. La coalizione guidata dai sauditi sta effettuando un’offensiva contro lo strategico porto di Hudayda nel Mar Rosso, che è fuori uso ormai da tre anni ed è tuttora “occupato” dai ribelli Houthi. Il porto di Hudayda e la provincia di Hudayda sono situati sulla pianura di Tihama, lungo la costa del Mar Rosso. Gli abitanti di Tihama – comunità di pescatori, allevatori, produttori di ceramica e cesteria e agricoltori – hanno sofferto enormemente a causa dei bombardamenti guidati dai sauditi e dell’embargo navale. Sono yemeniti dalla pelle scura, con un misto di antenati arabi e africani. Religiosamente, si identificano con la denominazione shafi’ita dell’Islam sunnita. Socialmente, sono poveri tra i poveri. Politicamente, non nutrono simpatie nei confronti degli Houthi, e meno ancora per l’Iran.

Le vittime della carneficina presente e futura non sono “proxy delle Guardie della Rivoluzione Islamica”. Tra di loro ci sono minori affamati, sotto l’attacco di monarchie straricche, dotate degli armamenti più all’avanguardia che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti possano mettere in vendita.

*** Traduzione a cura di Lorenzo Feltrin

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