I "demoni" cinesi e i "mostri" del razzismo

Intervista a Simone Pieranni su coronavirus

6 / 2 / 2020

Luca Scholl ha intervistato, per Radio Sherwood e Globalproject, Simone Pieranni - giornalista de Il Manifesto e fondatore di China Files - sugli effetti sanitari, sociali, economici e politici del coronavirus, in Cina e nel resto del mondo.

In Italia si è scatenata un’ondata di sinofobia rispetto all’attuale “ondata” di coronavirus. Si tratta di una cosa contingente o possiamo inserirla in un contesto più ampio?

La prima cosa che ho pensato in questi giorni è il fatto che, negli ultimi anni, la comunità cinese era quasi considerata  una “comunità modello”, se rapportata ad altre comunità di “migranti”. Questo perché c’erano altri “nemici” da additare e su cui far valere forme di razzismo, che – come sappiamo – sono state fomentate in questi anni da diverse forze politiche, in primis la Lega. Sembra, adesso, che tutti i pregiudizi latenti nei confronti dei cinesi - riguardante ad esempio le condizioni igieniche dei loro locali o alcune abitudini e tradizioni, come quella di mangiare animali vivi – abbiano trovato una sorta di stura.

Questo è dovuto, più che a ciò che sta succedendo in Cina, al modo in cui viene affrontato il coronavirus in Italia sul piano dell’informazione, che spesso oltrepassa i limiti della stessa decenza. Una quantità enorme di bufale e fake news sono state riprese dai media mainstream e sono state diffuse anche dalla televisione in trasmissioni di punta, arrivando di fatto a milioni di persone. Questo sta determinando il fatto che un’intera “etnica” venga additata come causa della diffusione di un virus che in questo momento preoccupa tutto il mondo.

Come si è mossa finora la Cina, e in particolare il presidente Xi Jinping, appena riapparso in pubblico dopo giorni di “latitanza”?

Possiamo dire che la Cina abbia affrontato questa emergenza sanitaria quasi “da copione”, purtroppo. Così com’è capitato in concomitanza di altre emergenze, la più nota è quella della Sars nel 2002, le autorità locali e nazionali tendono a dare notizia delle emergenze con un certo ritardo. Bisogna però dire che, in questo caso, il ritardo è stato molo inferiore rispetto a quello del 2002.

Va detto che, a questo comportamento nei confronti della propria popolazione, tanto nell’informare quanto nel prendere le adeguate misure preventive, è corrisposto un atteggiamento puntuale e apertissimo nei confronti della comunità scientifica. La Cina ha comunicato tempestivamente all’Organizzazione Mondiale della Sanità l’esistenza di un ceppo anomalo di polmonite e ha comunicato via via le scoperte che i vari istituti ospedalieri facevano sulla base dei ricoverati, fino al punto di isolare il virus. Cosa che ha fatto la Cina, nonostante in Italia è girata la notizia che a isolare il virus fosse stata un’equipe dello Spallanzani.

Nonostante questo, va rimarcato ciò che dicevo prima, ossia che al proprio interno la Cina ha nuovamente mancato l’occasione di muoversi nei tempi giusti. Sono stati tirati in ballo moltissimi aspetti, come la censura o il segreto di Stato, quando invece si tratta semplicemente di una tara del sistema di governance cinese che fatica moltissimo ad avere oliati rapporti tra “centro” e “periferia” e succede molto spesso che le autorità locali non comunichino per tempo a quelle centrali alcune problematiche, perché temono una serie di conseguenze nefaste per la loro attività e carriera politica.

Va anche detto che di fronte a casi anomali di polmonite, prima di creare panico in un Paese con una popolazione di 1 miliardo e 400 mila persone, forse è anche giusto pensarci due volte. In ogni caso, il difetto è stato ammesso più volte dal governo cinese.

C’è stato un momento di svolta quando il premier Li Keqiang è andato a Wuhan, in concomitanza con la prima presa di parola di Xi Jinping, che poi ha riparlato pochi giorni dopo definendo il coronavirus «un demonio», tra l’altro rifacendosi a una serie di tradizioni millenarie cinesi che vedevano nella peste e in questo tipo di epidemie l’esplicitazione di fenomeni demoniaci. Dopo queste esternazioni Xi Jinping è sparito per 2 o 3 giorni – sulle reti sociali cinesi si è anche ironizzato in maniera macabra sulla possibilità che fosse anche lui contagiato – per poi reintervenire in pubblico sottolineando come il principale obiettivo della Cina in questo momento sia il contenimento del coronavirus.

Teniamo anche presente che in questo momento in Cina una quindicina di città – numero che aumenta ogni giorno –sono in quarantena; significa che, ora come ora, una popolazione numericamente come quella italiana è in quarantena. Si tratta di misure che hanno consentito di recuperare la fiducia da parte della popolazione, perché sono state rapide e immediate. Ma sono misure che si può “permettere” solo un Paese guidato da un partito unico.

Uscendo da quelli che sono i rischi strettamente sanitari, quali sono i rischi per la Cina sotto il profilo economico e politico?

Il piano economico è quello dove ci saranno i pericoli maggiori. Già la Sars aveva frenato parecchio l’economia cinese, anche se era una cosa completamente diversa da quella odierna. Secondo alcune ricerche si calcola che il PIL cinese potrebbe essere intaccato da 1,5 ad addirittura 4 punti. Cifre che, considerando che la Cina sta crescendo a 6,1 – che per noi sono cifre incredibili, ma per la Cina è la fase di crescita più lenta degli ultimi 30 anni -, potrebbero dire molto, anche perché sappiamo che la legittimità del Partito Comunista in Cina si fonda proprio sulla capacità di allargare continuamente il benessere economico a fasce di popolazione sempre più ampie. Nel momento in cui dovesse venir meno quel “patto di prosperità” che lega cittadini e partito, probabilmente ci potrebbero essere anche ripercussioni di natura politica.

Le conseguenze economiche non riguardano, però, solo la Cina. Nel momento in cui la popolazione cinese è bloccata sul proprio territorio, anche l’industria del turismo ne risentirà tantissimo, considerando che i cinesi sono la popolazione che viaggia di più e che tendenzialmente è più high spendig, cosa che potrebbe comportare dei problemi, ad esempio, al made in Italy.

Infine la Cina, per quanto sempre più spinta verso la produzione di alta tecnologia e innovazione, è ancora un ingranaggio mondiale per l’industria globale, tanto che martedì 4 febbraio la Hyundai ha chiuso le sue fabbriche locali proprio per mancanza di componentistica proveniente dalla Cina. Quindi quanto più sarà fermo il Paese tanto più ci sarà un rischio per tutta l’economia globale. Ed è anche per questo che Xi Jinping ha chiesto di ripristinare le attività economiche, se pure parzialmente.

Dal punto di vista politico, è talmente imperscrutabile il mondo politico cinese che in questo momento è davvero difficile fare delle previsioni. Di sicuro la leadership di Xi Jinping, che abbiamo spesso considerato essere intaccabile, può subire ripercussioni: bisognerà vedere se il Partito Comunista riuscirà ad arginarle e a guidarle come fa di solito. È chiaro che se tutto si dovese concludere in maniera “positiva” – che significa contenere al massimo il contagio e gli effetti del virus - Xi Jinping si intesterà il successo e può anche essere che ci si dimentichi di questa prima fase di difficoltà, tra l’altro imputabili – come detto – più all’autorità locale di Wuhan che al governo centrale.

Vedendole dal tuo “occhio privilegiato”, quali sono le reazioni che ti hanno stupito da parte della popolazione cinese, sia in Cina che nel resto del mondo?

Su questo aspetto, perdonatemi se generalizzo un po’, gran parte della popolazione cinese nutre poca fiducia nei confronti delle comunicazioni ufficiali del governo. Poi, il fatto che le attività del Partito Comunista e del governo consentono a ogni persona di vivere ogni giorno meglio rispetto a quello precedente, fa sì che questo aspetto passi in secondo piano. Allo stesso tempo è anche vero che, nel momento in cui il governo centrale cinese riprende in mano la situazione, si riesce a ristabilire un rapporto fiduciario. Rapporto che fa leva anche sul concetto di “mobilitazione”, un intero “popolo” che segue la direttiva di risolvere il problema del coronavirus e che alimenta un sentimento collettivo di orgoglio. Leggevo su un sito cinese il racconto di una persona proveniente da un villaggio vicino  Wuhan, il quale diceva che, dopo i primi momenti di scoramento, tutto questo sta rinsaldando quei legami, all’interno delle comunità e dei villaggi, che si erano forse un po’ persi con il “progresso”, che muta le relazioni all’interno delle comunità.

Per quanto riguarda la mia esperienza, io ho amici a Wuhan che ovviamente sono al limite della sopportazione, perché vivere in quarantena, con tutte le attività chiuse, comporta anche il cedimento della pazienza. Per quanto riguarda invece le persone che abitano in città più lontane da Wuhan, si cerca il più possibile di condurre una vita “normale”, con tutte le precauzioni del caso.

Infine, rispetto ai cinesi che vivono in Italia, credo si siano accorti improvvisamente di essere entrati nel mirino di un sentimento razzista, che a questo giro tocca a loro. Alcuni hanno reagito con molto stupore, perché non se lo aspettavano, altri stanno provando a tirare dentro quelle comunità di italiani che ruotano attorno alle “chinatown” delle varie città, per provare a sensibilizzare tutti al fine di avere un comportamento tollerante nei confronti di una popolazione che nulla può rispetto al fatto che il virus sia partito proprio dalla Cina.

Prendiamoci un momento di boutade: qual è la bufala più divertente che hai sentito sul coronavirus?

Secondo me la più divertente è quella che tira in ballo Bill Gates, perché – come si dice – “arriva dopo”, ma quando arriva è sofisticatissima. La fondazione di Bill Gates avrebbe finanziato un centro di ricerca immunologico inglese, che avrebbe preparato il vaccino contro il coronavirus già da tempo e avrebbe sprigionato il virus proprio per farsi pagare il vaccino. In realtà l’ente di ricerca esiste, ma si occupa di animali, quindi non c’entra niente con il coronavirus.

La cosa clamorosa consiste nel fatto che Bill Gates avrebbe finanziato questo centro per fare in modo che venga sterminata la popolazione terrestre allo scopo di salvare il pianeta dai cambiamenti climatici. Siamo all’apoteosi totale, non so cos’altro ci potessero mettere dentro a questa bufala.

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