Il “Marocco del 20 febbraio”: una cronaca sconosciuta

Reportage dal Marocco di un compagno del Csoa Ex Mattatoio di Perugia

23 / 2 / 2011

di Riccardo Fanò e Jacopo Granci

Rabat - Come annunciato dal Movimento 20 febbraio attraverso Facebook ed internet in generale, domenica scorsa si sono svolte manifestazioni  in tutto il territorio marocchino. Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, le dimostrazioni “per la democrazia e la dignità” hanno coinvolto trentacinque città per un totale di circa 75 mila partecipanti. Sempre secondo il Ministero, al termine della giornata si sono registrati cinque morti, centoventotto feriti e centoventi persone in  stato di fermo. Diverse sono le stime degli organizzatori, che parlano di cinquantatre centri abitati toccati dall’iniziativa e di circa 300 mila aderenti. Nessuna ipotesi è stata avanzata in merito ai contusi e ai manifestanti finiti in arresto. In ogni caso al momento non è possibile disporre di cifre esatte, anche perché non c’è stata copertura mediatica degli eventi prodottisi nelle regioni interne del paese, dove la protesta ha coinvolto interi villaggi ed ha assunto toni più duri. Una protesta proseguita il giorno seguente, tra rivolte popolari, repressione violenta da parte delle autorità e tentativi di suicidio, che non sembra destinata ad arrestarsi nell’immediato.

Domenica 20 febbraio

Fin dalle prime ore del mattino di domenica 20 febbraio alcune migliaia di manifestanti si sono radunate nei pressi di Bab Lhed, la zona centrale della capitale, rispondendo all’appello lanciato dai giovani del Movimento e sostenuto da diverse organizzazioni della società civile. Nel pomeriggio, circa 10 mila persone hanno sfilato pacificamente lungo l’avenue Mohammed V fino a raggiungere la sede del parlamento. Nonostante la numerosa presenza delle forze di polizia, sia in uniforme che in borghese, non si sono registrati scontri o episodi di violenza. Lo stesso scenario si è ripetuto a Casablanca, dove circa 5 mila persone si sono date appuntamento in piazza Mohammed V e poi si sono mosse nelle vie adiacenti, sotto lo sguardo vigile degli uomini della Sureté nationale. “Il popolo vuole il cambiamento”, lo slogan scandito da una folla composta essenzialmente di ragazzi e famiglie. I cartelli esposti dai manifestanti invocano riforme democratiche e la modifica immediata della costituzione, come proposto dalla piattaforma del Movimento. Ben diversa la situazione vissuta nel resto del territorio, dove non erano presenti i corrispondenti dei media internazionali. Dalla punta nord del paese fino a Laayoune (capoluogo del Sahara occidentale), decine di dimostrazioni sono state represse con violenza dalla polizia ed hanno assunto i toni della rivolta già conosciuti nella precedente esperienza tunisina. A Tangeri, dove si erano già avuti scontri nei giorni precedenti all’appuntamento del 20 febbraio (un commissariato è bruciato nella notte tra venerdì e sabato), le forze dell’ordine hanno preso di mira i manifestanti (come mostra il video) che in serata hanno rivolto la loro rabbia contro le sedi degli istituti bancari (Wafa Cash, di proprietà della famiglia reale) e della società di telecomunicazioni Maroc Telecom. Una decina di membri dell’associazione Attac Tanger, fra le più attive nell’organizzazione della protesta, sono tuttora in stato di arresto. Il bilancio più grave ad Al Hoceima, città di riferimento della regione settentrionale del Rif. Cinque i morti accertati, carbonizzati all’interno di una banca data alle fiamme. Lungo le strade la protesta si è subito radicalizzata, scagliandosi contro i simboli di un potere locale, noto nella zona per la sua corruzione. A bruciare è stata anche la sede del municipio, oltre alle auto della polizia accerchiate dai manifestanti. “Dategliene ancora, così non basta”, è il grido di rabbia che incita la rivolta, come documentano i video diffusi su YouTube. Le forze di sicurezza hanno atteso rinforzi (giunti in serata) per avviare la repressione. Non si conosce ancora il numero dei feriti e dei manifestanti finiti in manette. Le dimostrazioni non hanno riguardato soltanto il porto mediterraneo, ma si sono estese a tutto il Rif, una regione che soffre da decenni l’isolamento economico e politico, dove la realtà sociale (disoccupazione, assenza di sviluppo, emigrazione) è una delle più critiche del Marocco. Nella giornata del 20 febbraio si sono registrati scontri violenti anche nelle città di Sefrou, Larache, Guelmin e Laayoune, dove lo scorso novembre l’esercito marocchino aveva raso al suolo il campo di Gdeim Izek (allestito dagli abitanti della città per reclamare diritti e giustizia sociale), lasciandosi alle spalle almeno dieci morti. A Marrakech la polizia ha represso a colpi di manganello e di gas lacrimogeno le proteste esplose non solo nel centro della città ma anche nei quartieri popolari della periferia. “Ecco i diritti umani di cui si parla tanto in televisione” è il commento di una donna che riprende con il suo telefonino il pestaggio brutale di un manifestante a terra eseguito da un gruppo di agenti anti-sommossa.

Lunedì 21 febbraio

Se nella giornata di domenica 20 febbraio l’immagine veicolata dai media nazionali e internazionali, concentrati nelle città di Rabat e Casablanca, è stata quella di una monarchia capace di garantire il diritto di espressione (fornendo un quadro alterato della realtà), gli eventi prodottisi nel lunedì successivo smentiscono gli sforzi fatti dal regime. Spenti i riflettori sul paese, le manifestazioni sono andate avanti in tutto il territorio e la polizia non ha esitato ad usare la violenza per soffocarle. E’ ancora il Rif ad essere protagonista delle rivolte. Nel villaggio di Imzouren, a pochi kilometri da Al Hoceima, blogger locali riferiscono di almeno due morti registrati durante gli scontri. La repressione delle autorità, secondo le stesse fonti, avrebbe colpito duramente anche la vicina Ait Bouaych, oltre ai centri di Chefchouen e Oujda. Nelle città di Fes e Meknes gli studenti non sono rientrati in aula e sono scesi in strada per protestare contro la reazione violenta del regime abbattutasi nella regione il giorno precedente. Agli universitari della “città santa” si sono uniti gli abitanti dei quartieri sorti attorno ai campus, ma la polizia ha disperso i manifestanti sparando proiettili di gomma e gas lacrimogeno e costringendo gli studenti a barricarsi nelle loro residenze.

In serata la violenza delle forze dell’ordine ha raggiunto anche Rabat. A Bab Lhed, un sit-in di circa cinquanta persone indetto dall’Associazione marocchina per i diritti umani (AMDH) in solidarietà con il popolo libico è stato sgomberato a colpi di manganello. La presidente dell’AMDH, Khadiya Ryadi, è finita in ospedale in seguito ai numerosi colpi ricevuti su tutte le parti del corpo. Tra i feriti anche il caricaturista Khalid Gueddar. A riproporre i sintomi di uno scenario alla “tunisina” (pur con le dovute differenze del caso), oltre al propagarsi delle sommosse popolari in villaggi remoti (un fenomeno già presente in Marocco negli ultimi anni, come dimostrano gli esempi di Sidi Ifni, Taghjijt, Boulmane Dades, Tilmi e Sefrou), è doveroso ascrivere i tre tentativi di suicidio registrati nelle stessa giornata di lunedì 21. Una donna si è data fuoco di fronte al municipio di Souk Sebt (nella regione di Sidi Kacem) dopo essere stata cacciata dalla sua baracca nella bidonville della città.

La bidonville verrà distrutta, come deciso dal piano governativo che non prevede una soluzione di reintegro abitativo per gli sfollati. A Ben Guerir un militare si è immolato cospargendosi di benzina in seguito al licenziamento. Con la stessa modalità, Hocine Saeyieh ha cercato di togliersi la vita di fronte alla sede della provincia di Tan Tan, dopo che le autorità si erano rifiutate di farlo entrare all’interno del palazzo. P.S.: ci scusiamo per non aver potuto seguire gli eventi in maniera più precisa e dettagliata, sia per la vastità del fenomeno sia perché siamo stati arrestati nella notte tra il 19 e il 20 febbraio dalla polizia di Casablanca. Trattenuti senza alcuna spiegazione in commissariato fino alle 9 del mattino, tra interrogatori sfiancanti, intimidazioni e minacce di espulsione, siamo stati rilasciati senza accuse, ma continuiamo a rimanere sotto stretta sorveglianza 24h/24h e vediamo fortemente limitata la nostra libertà di movimento.

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