Il mostro alle porte: il Coronavirus nel pianeta degli slum

15 / 3 / 2020

La traduzione, fatta da Lorenzo Feltrin, di un articolo di Mike Davis sull’attuale crisi sanitaria globale, scritto per il blog haymarketbooks.

I

Con il Covid-19, il mostro è infine alle porte. I ricercatori stanno lavorando giorno e notte per comprendere il fenomeno ma hanno di fronte tre enormi ostacoli. Primo, la persistente scarsità o non disponibilità di test ha sconfitto le speranze di contenimento. Ciò impedisce inoltre di produrre stime affidabili su parametri chiave quali il tasso di riproduzione, le dimensioni della popolazione contagiata e il numero di infezioni benigne. Il risultato è un caos nei dati.

Come succede con le influenze annuali, il virus sta mutando mentre attraversa popolazioni con diverse composizioni di età e di immunità acquisite. La varietà di virus che gli americani più rischiano di contrarre è già leggermente diversa rispetto a quella originale di Wuhan. Ulteriori mutazioni potrebbero essere insignificanti, ma potrebbero anche alterare la distribuzione della virulenza che attualmente sale con l’età: i neonati e i bambini piccoli hanno poche probabilità di contrarre gravi infezioni mentre gli ottuagenari rischiano polmoniti mortali.

Anche se il virus rimane stabile, mutando poco, il suo impatto sugli under-65 può avere effetti radicalmente più gravi nei paesi poveri e nei gruppi socialmente marginalizzati. Consideriamo per esempio il caso dell’influenza spagnola del 1918-19, che si stima abbia ucciso tra l’1 e il 2 per cento dell’umanità. A differenza del Coronavirus, essa era fatale soprattutto per i giovani adulti, perché il loro sistema immune più forte reagiva eccessivamente all’infezione rilasciando “tempeste di citochina” mortali ai danni delle cellule polmonari. Com’è noto, l’originale virus H1N1 trovava terreno fertile negli accampamenti militari e nelle trincee di guerra, dove falcidiava decine di migliaia di giovani soldati. Il collasso della grande Offensiva di primavera tedesca nel 1918, e di conseguenza l’esito della guerra mondiale, è stato attribuito al fatto che gli Alleati, a differenza dei loro nemici, poterono sostituire le loro truppe ammalate con rinforzi americani.

Tuttavia, raramente si sottolinea che il 60% dei decessi su scala globale è avvenuto nell’India occidentale, dove le esportazioni di cereali verso la Gran Bretagna e i brutali sequestri di derrate coincisero con una grande siccità. La conseguente scarsità alimentare spinse milioni di poveri al limite della morte di fame. Caddero vittime di una sinistra sinergia di malnutrizione – che abbassò le loro risposte immunitarie al contagio – e dilaganti polmoniti batteriche e virali. Nel caso dell’Iran, all’epoca occupato dalla Gran Bretagna, anni di siccità, colera e scarsità alimentari, seguiti dall’arrivo della malaria, causarono la morte di un quinto della popolazione secondo le stime.

La storia pregressa – in particolare per quanto riguarda le conseguenze sconosciute delle interazioni tra malnutrizione e contagi – è monito sul fatto che il Covid-19 potrebbe prendere una forma diversa e più mortale negli slum dell’Africa e dell’Asia meridionale. Il pericolo per i poveri del mondo è stato quasi totalmente ignorato da giornalisti e governi occidentali. L’unico articolo che ho visto sostiene che, siccome la popolazione dell’Africa occidentale è in media la più giovane del mondo, la pandemia avrà probabilmente un impatto contenuto. Sulla base di quanto accaduto nel 1918, questa estrapolazione non ha senso. Nessuno sa che cosa succederà nelle prossime settimane a Lagos, Nairobi, Karachi o Kolkata. L’unica certezza è che i paesi ricchi e le classi dominanti si dedicheranno a salvare sé stessi a detrimento della solidarietà internazionale e degli aiuti medici. Muri e non vaccini: potrebbe esserci un principio più infame per il mondo del futuro?

II.

Tra un anno, forse guarderemo con ammirazione al successo della Cina nel contenimento della pandemia e con orrore al fallimento degli Stati Uniti (sto facendo l’alquanto incerta assunzione che i dati trasmessi dalla Cina sul rapido declino dei contagi siano corretti). Naturalmente, il fatto che le istituzioni Usa non siano in grado di tener chiuso il vaso di Pandora non è affatto una sorpresa. Fin dal 2000, abbiamo visto ripetute crisi del sistema sanitario.

Per esempio, la stagione dell’influenza del 2018 ha sommerso gli ospedali di tutto il paese, rendendo manifesta la scioccante scarsità di letti ospedalieri dopo vent’anni di tagli motivati dal profitto (la versione sanitaria della gestione just-in-time degli inventori). Allo stesso modo, le chiusure di ospedali privati e di beneficienza e la scarsità di personale infermieristico – anch’esse motivate dalla logica di mercato – hanno devastato i servizi sanitari per le comunità marginalizzate e le aree rurali, trasmettendo il fardello a ospedali pubblici carenti di fondi e a servizi sanitari della Veteran Affairs. Tali strutture non sono in grado di gestire a dovere normali influenze stagionali, quindi come affronteranno l’imminente sovraccarico di casi critici?

Siamo nelle prime fasi di un Hurricane Katrina sanitario. Nonostante anni di avvertimenti sull’aviaria e altre pandemie, gli inventori di attrezzatura di emergenza di base, per esempio i respiratori, non sono sufficienti per processare l’alluvione di casi critici che si profila. I sindacati militanti del personale infermieristico in California e altri stati stanno comunicando i gravi pericoli dati dai rifornimenti insufficienti di strumenti protettivi essenziali come le mascherine N95. Le centinaia di migliaia di badanti e infermieri per servizi domiciliari, con salari bassi e carichi di lavoro elevati, sono ancora più vulnerabili perché invisibili.

Il settore delle case di riposo e dell’assistenza domiciliare che immagazzina 2,5 milioni di anziani americani – per lo più destinatari della misura assistenziale Medicare – è da tempo uno scandalo nazionale. Secondo il New York Times, un’incredibile quantità di pazienti di case di riposo – 380.000 – muore ogni anno a causa della mancanza di buone pratiche igieniche basilari. Molte case di riposo – in particolare negli stati del Sud – trovano più conveniente pagare multe per violazioni delle norme igieniche piuttosto che aumentare il personale e fornirgli la formazione adeguata. Ora, come ha dimostrato il caso di Seattle, decine o forse centinaia di case di riposo diventeranno focolai di infezione e i loro dipendenti sottopagati sceglieranno razionalmente di proteggere le proprie famiglie non andando a lavorare. In tal caso il sistema andrà al collasso e dubito che la National Guard andrà a svuotare i vasi da notte.

In un istante, il contagio ha messo sotto gli occhi di tutti l’estremo classismo del sistema sanitario statunitense. Coloro che possono permettersi buoni piani assicurativi e possono lavorare da casa sono facilmente al sicuro se prendono le dovute precauzioni. I dipendenti del settore pubblico e altri gruppi di lavoratori sindacalizzati con assicurazioni mediche decenti dovranno scegliere tra reddito e sicurezza. Intanto, milioni di lavoratori sottopagati, precari senza assicurazione medica, per non parlare dei senzatetto, verranno abbandonati al loro destino. Anche se alla fine il governo metterà riparo al fiasco dei test, coloro che non hanno un’assicurazione dovranno comunque pagare per essere testati. In generale, le spese sanitarie delle famiglie aumenteranno proprio quando milioni di lavoratori perderanno il lavoro e con esso l’assicurazione medica. C’è forse una dimostrazione più chiara dell’urgente necessità di una copertura sanitaria universale?

III

Ma la copertura sanitaria universale è solo un primo passo. È quantomeno deludente che né Sanders né Warren abbiano condannato la rinuncia, da parte delle grandi multinazionali farmaceutiche, alla ricerca e sviluppo per farmaci antibiotici e antivirali. Sulle diciotto più grandi società Big Pharma, ben quindici hanno completamente abbandonato il campo. Medicine per il cuore, tranquillanti che danno dipendenza e cure per l’impotenza maschile sono le principali fonti di profitto, a differenza dei medicinali contro le infezioni negli ospedali, le nuove malattie infettive e le vecchie e letali malattie tropicali. Lo sviluppo di un vaccino universale per l’influenza – ovvero un vaccino che colpisca le parti immutabili delle superfici proteiche del virus – è possibile da decenni ma non è mai stato una priorità dal punto di vista dei profitti. Ora che la rivoluzione degli antibiotici sta retrocedendo, vecchie malattie ricompariranno assieme a nuove infezioni e gli ospedali diventeranno ossari. Persino Trump si sta opportunisticamente scagliando contro gli assurdi costi delle medicine, ma abbiamo bisogno di una prospettiva più coraggiosa che si prefigga di smantellare i monopoli farmaceutici e provveda alla produzione pubblica di medicine vitali (questo è già successo in passato: durante la Seconda guerra mondiale, l’esercito americano ha assunto Jonas Salk e altri ricercatori per sviluppare il primo vaccino contro l’influenza). Come ho scritto quindici anni fa nel mio libro The Monster at Our Door, The Global Threat of Avian Flu: “L’accesso a medicine vitali, tra cui vaccini, antibiotici e antivirali, dovrebbe essere un diritto umano, universale e gratuito. Se i mercati non forniscono incentivi per produrre tali medicine a costi ragionevoli, il settore pubblico e quello no profit devono prendersi la responsabilità di produrle e distribuirle. La vita dei poveri deve sempre venire prima dei profitti delle multinazionali farmaceutiche”.

L’attuale pandemia dà ulteriore forza a tale argomentazione. La globalizzazione capitalista si manifesta ora come biologicamente insostenibile e un’infrastruttura sanitaria pubblica internazionale è una necessità. Ma tale infrastruttura non esisterà mai in assenza di movimenti popolari in grado di rompere il monopolio Big Pharma e liberare la salute dalla sua condizione di fonte di profitto.

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