Il Regno Unito in quarantena

25 / 3 / 2020

Il 24 marzo anche il Regno Unito ha dichiarato la quarantena per tutto il paese, con uscite consentite solo per lavorare, fare la spesa, motivi di salute o altre gravi necessità e la possibilità di fare esercizio all’aperto una volta al giorno in gruppi non più grandi di due persone. Si conferma quindi il cambio di rotta del governo, che nel giro di pochi giorni è passato dall’immunità di gregge al potere della polizia di arrestare sospetti malati di Covid-19.

Il 13 marzo 2020, il Primo ministro Boris Johnson rilasciava la prima conferenza stampa dopo l’aumento dei casi di Covid-19 nel paese. Com’è noto, il leader dei Tories si limitò a chiedere a coloro che avessero sintomi di auto-isolarsi per sette giorni, aggiungendo laconicamente che “molte famiglie perderanno propri cari prima del tempo”. In parallelo, si comunicava che i casi di Covid-19 nel paese si aggiravano probabilmente attorno ai 10,000, anche se solo 590 erano quelli individuati tramite test. Non era tuttavia il caso di preoccuparsi, infatti la strategia del governo si basava sull’ormai famosa “immunità di gregge”. Come spiegava lo stesso giorno un consulente scientifico del governo in un’intervista alla BBC, “the only way”, l’unico modo per combattere il virus era lasciare che la maggioranza della popolazione si lasciasse contagiare (“a nice big epidemic”) per sviluppare l’immunità di gregge, di modo da riservare l’isolamento esclusivamente ai più vulnerabili.

Inutile descrivere la perplessità, o meglio lo sgomento, di chi aveva seguito l’evoluzione della pandemia in Italia e – senza avere profonde cognizioni di epidemiologia, condizione che d’altronde accomuna la grande maggioranza dei comuni mortali – si trovava a constatare una divergenza nell’opinione degli esperti ancora più radicale di quelle viste fino a quel momento. Naturalmente, l’impressione di molti a sinistra fu che il governo Tory era pronto a correre rischi enormi in termini di vite umane pur di non mettere in discussione il funzionamento dell’economia. Durante il weekend del 14-15 marzo, migliaia di persone si accalcavano in eventi di massa, compresi concerti al chiuso da 10.000 persone, come nelle date degli Stereophonics a Cardiff e Manchester. Ma lunedì 16 marzo il governo invertiva la rotta, chiedendo ai cittadini di evitare i contatti non essenziali e di lavorare da casa se possibile, vietando gli eventi di massa e poi chiudendo scuole, bar, ristoranti, cinema, palestre e altri spazi dedicati ad attività ricreative. Le malelingue potrebbero osservare che l’immunità di gregge – con le sue potenziali centinaia di migliaia di vittime poi stimate dall’Imperial College – era “the only way” per non affossare il “business as usual”.

Nel frattempo, iniziava l’assalto ai supermercati. Entrare in un supermercato e vedere intere corsie vuote (soprattutto carta igienica et similia, cibo in scatola, surgelati, riso e pasta) fa effettivamente correre un brivido lungo la schiena. Da quanto ho avuto modo di intendere, nel Regno Unito si sono avute resse e mancanze temporanee di alcuni generi alimentari su scala visibilmente maggiore che in Italia. Questi fenomeni hanno dato adito a narrazioni mediatiche e governative moralizzanti, che attaccano l’egoismo di coloro che comprerebbero più di quanto hanno bisogno senza riguardo per gli altri e per le distanze di sicurezza. Tuttavia, se ci sono stati di comportamenti individuali inaccettabili come gli abusi nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori dei supermercati, la temporanea penuria sembra essere più che altro dovuta all’estrema centralizzazione del sistema di distribuzione del cibo nel Regno Unito, basato su filiere molto lunghe e grandi hub di logistica just in time, come documentato in un’interessante inchiesta del collettivo Angry Workers. Secondo questa analisi, gli scaffali si svuotano anche se la gente compra solo leggermente più del normale, cosa che ha creato una spirale di panico e ulteriori grandi acquisti, che però sembra per il momento essere in via di normalizzazione.

Le catene della logistica alimentare non sono certo l’unica struttura sociale messa a nudo dall’emergenza Coronavirus. Anzi, una caratteristica della pandemia è proprio quella di scoprire alcuni aspetti nevralgici di come le nostre società funzionavano “prima”. Infatti, oltre alla giravolta di governo che ha senz’altro comportato inutili perdite di tempo, ci sono alcune condizioni strutturali che fanno pensare che il Regno Unito non sia purtroppo immune da un ulteriore deterioramento della situazione. Se già sapevamo che la ricerca sanitaria, la sanità pubblica e i meccanismi di sicurezza sociale erano insufficienti, ora lo tocchiamo tutti con mano. Nel Regno Unito, i letti di ospedale per “acute care” sono circa 2 ogni mille abitanti, mentre in Italia sono leggermente di più, 2,6, e in generale il sistema di sanità pubblica britannico è più debole di quello esistente nelle regioni italiane più colpite dalla pandemia.

 Come altrove, disuguaglianza e precarietà renderanno altamente difficile per la maggior parte della popolazione astenersi dal lavoro e far fronte alla crisi economica a venire. Per far fronte al problema, il governo ha annunciato che pagherà l’80% dei salari a quei lavoratori che le aziende altrimenti licenzierebbero. Questo tuttavia dipende dalla volontà di ogni singola azienda di accedere alla misura invece di approfittare della crisi per licenziare ed esclude ampie categorie di lavoratori, come quelli con contratti a chiamata (“zero hours”) e gli autonomi. Inoltre, la chiusura di scuole e la ventura saturazione di alcuni reparti d’ospedale aumenteranno il carico di lavoro di cura, soprattutto per le donne, in una società già fortemente atomizzata.

Un caso emblematico dell’attuale insicurezza rispetto al reddito è quello dei lavoratori di Wetherspoons, la più grande catena di pub britannica. Il proprietario Tim Martin è un sostenitore di Boris Johnson che ne ha però duramente criticato la chiusura di esercizi commerciali non essenziali, distribuendo comunicati nei sui 900 pub dichiarando che la strategia dell’immunità di gregge era più in linea con “i robusti istinti della nazione”. Ebbene, una volta che i pub sono stati effettivamente costretti a chiudere, Martin ha annunciato che i suoi 40.000 dipendenti non avrebbero ricevuto il salario dal 22 marzo in poi, lasciandoli così scoperti almeno fino a fine aprile, quando il programma di sostegni governativi dovrebbe iniziare a essere implementato.

In parallelo, il governo ha emesso un decreto che estende ampiamente i poteri della polizia di detenere individui sospetti di essere portatori del virus, accedere a dati personali di computer e telefoni privati e proibire manifestazioni e scioperi. La cosa inquietante sta nel fatto che tali poteri sono estendibili per due anni, cosa che dà a pensare che le restrizioni dei diritti civili introdotte in un periodo eccezionale – nel quale una serie di misure possono essere giustificate in nome della tutela della salute – possano essere normalizzate in certa misura negli anni a venire. Come in altri paesi, a questa manovra si accompagna una retorica di demonizzazione di comportamenti individuali relativamente innocui (come le famose corse solitarie al parco) rispetto alle grandi concentrazioni di lavoratori e lavoratrici in settori non essenziali e ai gravi ritardi del governo (d’altronde, ancora il 3 marzo Boris Johnson si vantava di aver elargito strette di mano in un ospedale che trattava pazienti affetti da Covid-19).

Di fronte alle tragiche settimane che ci attendono, è utile ricapitolare alcuni punti. Primo, la crisi che si sta dipanando sotto i nostri occhi non è dovuta a uno shock esogeno al modo di produzione. Da un lato, un ulteriore rallentamento economico era già in corso e la miccia per un crollo dei mercati avrebbe potuto essere un’altra, per quanto meno esplosiva di una pandemia globale. Dall’altro lato, come ci dicono gli esperti in materia che adottano una prospettiva critica, la diffusione di allevamenti intensivi e l’avanzamento delle frontiere tra insediamenti umani e “natura” – entrambe tendenze sistematiche di lungo corso – rendono più probabile il trasferimento di nuovi virus dagli animali agli umani. In secondo luogo, la ricerca medica per i vaccini è stata trascurata per favorire lo sviluppo di prodotti più profittevoli per le multinazionali farmaceutiche. Terzo, il virus avrà impatti sanitari e sociali altamente divergenti, specchio delle molteplici linee di disuguaglianza che attraversano le nostre società. Colpirà i lavoratori più dei padroni e, probabilmente, i paesi del Sud globale ancora di più di quelli del Nord. Avrà inoltre effetti più drammatici in quei paesi, come gli Stati Uniti, che non hanno un sistema sanitario pubblico universale. Se le imponenti misure che i governi dovranno varare per far fronte alla crisi sanitaria ed economica non verranno finanziate con una altrettanto imponente redistribuzione delle risorse dall’alto verso il basso, esse verranno recuperate con una ristrutturazione capitalista ancora più dura di quella che ha fatto seguito alla crisi del 2008, ponendo le basi per ulteriori crisi ambientali e sociali e per una distopica erosione dei diritti civili e dei legami concreti di solidarietà sociale.

Tuttavia, una nota positiva che si registra nel Regno Unito è la massiccia attivazione di pratiche mutualistiche, con l’emergere in tempi rapidissimi di una rete di piattaforme online che coinvolgono 2.5 milioni di persone secondo il Guardian, con gruppi Facebook per ogni codice postale e chat collettive in molte strade. Spesso con il sostegno di realtà organizzate preesistenti di varia natura, alcune conflittuali e altre no, questa rete sta mobilitando aiuti materiali concreti e offline per coloro che non possono uscire di casa e che si trovano già in emergenza economica. Nelle loro espressioni migliori, queste realtà stanno negando concretamente l’imperativo distopico della cosiddetta “distanza sociale” per sostituirlo con “distanza fisica [per ora] e solidarietà sociale!”.

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