Iran nel caos - Proteste contro il caro benzina, linea dura contro i manifestanti

21 / 11 / 2019

Un commento di Paola Rivetti (qui l'audio dell'intervista) che spiega la difficile situazione che sta attraversando l'Iran dopo la decisione del governo di aumentare il prezzo della benzina. La protesta è scoppiata in diverse località. Le autorità, nel tentativo di soffocare la voce dei manifestanti, bloccano Internet. Trapela poco ma è ormai certo che gli scontri sono violenti e ci sono "diversi morti". 

Le proteste sono iniziate venerdì scorso 15 novembre, la ragione è l'annuncio da parte del governo del taglio al sovvenzionamento del prezzo della benzina, rincarato così del 300%. Ad accompagnare il taglio al sovvenzionamento, c'è anche il taglio alla quantità di benzina a cui, mensilmente, gli iraniani hanno accesso. Nei piani del governo, i soldi risparmiati serviranno a formare una cassa per sostenere con trasferimenti diretti milioni di famiglie.

Le proteste si sono velocemente diffuse nel paese. Dalla domenica 17 novembre, il governo e le forze di sicurezza iraniane hanno optato per un quasi totale oscuramento della connessione Internet, di fatto rendendo quasi impossibile la diffusione di notizie dall’interno dell’Iran all’esterno. L’oscuramento è raggirato dai contatti telefonici che tuttavia restano limitati e non permettono la diffusione di immagini e video.

Il numero delle persone ferite, arrestate o persino uccise durante le proteste è incerto, ma secondo il servizio in persiano della BBC, Amnesty International ha dichiarato che, in totale, dall’inizio delle proteste, il numero dei morti avrebbe superato il centinaio. La mossa di oscurare le connessioni Internet suggerisce che il regime è determinato a usare la violenza per reprimere le proteste senza lasciarne testimonianza, o per lo meno senza lasciarne per ora. Resta da vedere cosa accadrà in futuro: la connessione Internet verrà ristabilita, col rischio che i video e le testimonianze di oggi possano liberamente circolare domani per il mondo? Una possibilità è che questa sia l’opportunità’ perfetta per l’implementazione del cosiddetto Internet nazionale, ovvero di una rete Internet chiusa a cui il regime lavora da diversi anni. L’ironia è che una delle promesse elettorali di Rouhani nel 2013, quando fu eletto per la prima volta, fu proprio di non implementare l’Internet nazionale.

Ci sono una serie di elementi da considerare, per un’analisi delle proteste attuali in Iran. Il primo elemento è che, come accadde per le proteste tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, la periferia del paese e le sue città sono il cuore pulsante delle rivolte. Nel 2017-2018 fu Mashhad, nel nord est del paese, a inaugurare un ciclo di proteste che durò per un mese, diffondendosi poi nel resto dell’Iran. Anche nel caso delle proteste in corso, sappiamo che le città del Khuzestan (una zona a sud ovest dell’Iran, a maggioranza araba), la città di Shiraz e di Mashhad sono state le prime a mobilitarsi e restano il fulcro del movimento. La capitale Teheran sembra più lenta a “raggiungere” le altre città. Le ragioni di questa diffusione geografica sono probabilmente da cercare in due fattori: il primo è la pressione che le zone del sud e dell’est hanno vissuto negli ultimi decenni, in primis per il degrado ambientale e le sue conseguenze economiche e sociali. Il secondo fattore ha a che vedere con il ruolo che nel 2009 la città di Teheran svolse. Allora, quando un movimento enorme contro la ri-elezione di Ahmadinejad a presidente della repubblica, sconvolse per mesi la vita politica della Repubblica islamica, Teheran fu il palcoscenico della crisi e la repressione che seguì fu molto violenta. Il “ritardo” di Teheran è forse una conseguenza di lungo termine di quella repressione.

Il secondo elemento di analisi è la ciclicità delle rivolte. Negli ultimi anni infatti si sono riprodotte in Iran una serie di proteste poco organizzate, senza leader e senza una forte struttura organizzativa che hanno però regolarmente avuto luogo. Non si tratta di un vero e proprio movimento; le proteste appaiono invece come delle rivolte spontanee, che sono estremamente politiche se contestualizzate in questa dinamica di contestazione ma che non hanno una organicità o una chiara programmaticità.

Il terzo elemento è quello della discontinuità: le proteste infatti si sono radicalizzate in breve tempo se paragonate alle proteste degli ultimi decenni. Pur originandosi dalla richiesta di fare un passo indietro sul prezzo della benzina, le proteste e i suoi slogan si sono presto mossi nella direzione di criticare la guida suprema, indicando appunto una radicalizzazione. Si tratta di una radicalità che per il momento non avanza richieste programmatiche chiare.

Stiamo assistendo quindi a delle proteste anti-regime? Il regime cadrà? Io credo che questa sia una lettura semplicistica ma la rapidità della radicalizzazione del movimento di protesta, e la paura con cui il regime sta reagendo sembrano suggerire che in Iran vi sia uno scontento molto profondo che le istituzioni stanno gestendo male. E che potrebbe quindi crescere.

Il regime è ovviamente in difficoltà anche per la sua posizione precaria sulla scena internazionale, stretto tra le proteste in Iraq e in Libano (che hanno un carattere esplicitamente anti-settario e dove l’Iran è considerata una potenza settaria), la situazione in Siria e la guerra in Yemen – senza parlare della pressione che arriva da Washington e dalle sanzioni. Il regime ha imparato dall’esempio siriano che la repressione paga e che la comunità internazionale è lenta, inefficiente e indecisa. Resta da vedere cosa succederà e quali saranno le implicazioni, nel breve e lungo periodo, della repressione che sta avvenendo in Iran. 

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