Israele non può nascondere l'occupazione mettendo a tacere (o uccidendo) i giornalisti palestinesi

22 / 11 / 2019

La campagna di solidarietà globale a seguito dell'accecamento di un fotografo palestinese da parte delle forze di sicurezza israeliane è un promemoria che Israele non sarà in grado di impedire ai giornalisti palestinesi di raccontare la storia dell'occupazione.

Di Omri Najad (link all’articolo originale: https://bit.ly/2CXCopG)

Traduzione di Dario Fichera

Venerdì scorso, il fotografo palestinese Moath Amarnih è uscito per documentare una protesta degli abitanti di Surif (nei pressi di Hebron, ndr) nella Cisgiordania occupata. Era la seconda volta in due settimane che cercavano di manifestare contro il furto della loro terra da parte dei coloni. Poco dopo l'inizio della protesta non violenta, alcuni giovani hanno iniziato a lanciare pietre contro gli agenti di polizia di frontiera della zona.

La polizia ha risposto con lacrimogeni e proiettili di gomma, e Amarnih - che stava fotografando gli scontri da una collina vicina - è stato colpito da un proiettile negli occhi che lo ha reso cieco. Amarnih è stato colpito da un proiettile Ruger da 0,22 pollici, probabilmente destinato a uno dei manifestanti o è sparato a terra e poi rimbalzato verso la testa di Amarnih. In quel momento Amarnih indossava un gilet con la scritta “PRESS” ben visibile.

Subito dopo quest’evento, dozzine di giornalisti palestinesi e israeliani hanno aderito a una campagna di solidarietà con Amarnih, fotografandosi con un occhio coperto.

I residenti di Surif hanno, nelle ultime due settimane, manifestato contro l’innalzamento di una recinzione attorno a un ampio tratto delle loro terre agricole, che ha lo scopo di espandere il vicino insediamento di Bay Ayin. Il ferimento di Amarnih mette in evidenza la leggerezza con la quale le forze di sicurezza israeliane puntano - spesso sparando - le loro armi ai fotografi palestinesi in Cisgiordania ed a Gaza.

Nel marzo 2019, un comitato investigativo del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto sull'uccisione, da parte dell’esercito israeliano, di manifestanti disarmati ai confini di Gaza nel 2018 (Grande Marcia del Ritorno, ndr). Secondo il rapporto, le forze israeliane hanno ucciso due fotografi di Gaza, mentre altri 39 giornalisti sono stati feriti da cecchini . Queste ferite sono state causate nonostante fosse altamente probabile che i cecchini li avessero riconosciuti come giornalisti, grazie al fatto che indossassero delle giacche antiproiettile con la scritta “PRESS”. I cecchini israeliani continuano a sparare contro i giornalisti che documentano le proteste.

Il/la fotografo/a e la sua macchina fotografica sono spesso visti come nemici da regimi oppressivi in tutto il mondo. In Israele-Palestina, lo scorso anno, le forze di sicurezza hanno sparato proiettili di gomma contro dei giornalisti che a dei giornalisti che erano in servizio per l’agenzia stampa francese AFP nei pressi di Ramallah e, allo stesso modo, in luoghi come la Siria e Hong Kong, le forze di sicurezza usano violenza contro i giornalisti, in particolare i fotografi.

I media israeliani vogliono mettere a tacere ogni critica durante le offensive militari. Ad esempio, nell'ultima "tornata di violenza" a Gaza , ai telespettatori è stata presentata una realtà distorta che mostra la Striscia come un luogo in cui vivono solo militanti che lanciano missili, senza nomi o volti. Ed ancora, quando sentiamo parlare di Gaza, vediamo video di missili lanciati contro Israele. Come se nella stessa Gaza non ci fossero persone, bambini o in generale “la vita”. Solo razzi.

Così, otto membri della famiglia A-Swarkeh sono stati uccisi a di Deir al-Balah. L'IDF ha ammesso di ritenere che l'edificio bombardato fosse vuoto, dopo che il portavoce in lingua araba dell'IDF ha affermato che l'esercito stava prendendo di mira il comandante di un'unità missilistica della Jihad islamica. In pratica, l'esercito ha bombardato un edificio fatiscente che fungeva da casa per una famiglia povera. Una famiglia che includeva bambini di età compresa tra 12 e 13 anni e due neonati.

Impedire ai fotografi di svolgere il proprio lavoro è necessario per la repressione continua dei palestinesi. Gli attacchi e le uccisioni perpetue di innocenti sono legittimati, tra l'altro, dalla mancanza di documentazione, dalla creazione di un immaginario in cui non esiste l’umanità “dall'altra parte”. La telecamera è vista dalle forze di sicurezza come un obiettivo, in modo da non consentire al pubblico israeliano di vedere cosa sta accadendo.

L'attacco ad Amarnih rivela il tragico e simbolico bisogno di Israele di nascondere le ingiustizie che commette, di nascondere “lo stivale sul collo” di milioni di palestinesi. Ma aver reso cieco un fotografo non cancellerà l'ingiustizia del regime. Attaccare i fotografi non riuscirà mai a nascondere gli espropri di terra, le espulsioni, le uccisioni o un'esistenza in cui il sangue di alcuni vale più di quello di altri.

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