La miccia di Trump nella polveriera mediorientale

Intervista a Paola Rivetti

8 / 1 / 2020

Abbiamo intervistato Paola Rivetti, ricercatrice alla Dublin City University rispetto agli ultimi eventi che potrebbero sconvolgere l’assetto geopolitico del Medio Oriente e del mondo intero. Non solo l’uccisione di Soleimani ma anche il fermento che negli ultimi mesi stiamo osservando in diversi Paesi dell’area. L'intervista è stata fatta prima dell'attacco avvenuto nella notte tra 7 e 8 gennaio contro due base statunitensi situate on Iraq.

Perché l’escalation tra Usa e Iran sta avvenendo in questa fase?

Ci sono una serie di motivi a riguardo. Il primo riguarda sicuramente le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America, che si terranno il prossimo 3 novembre, che rimette la politica interna statunitense al centro delle questioni globali.

Ci sono, però, anche dinamiche di lungo periodo; non dobbiamo dimenticare che la presenza statunitense in Iraq dura da quasi due decenni, ma può retrodatarsi addirittura alla Prima Guerra del Golfo del 1991. Molto datata è anche la presenza iraniana in Iraq, per ragioni geografiche e di vicinanza culturale e religiosa, che si è paradossalmente rafforzata proprio dopo l’invasione statunitense del 2003. L’Iran è stato in grado, in questi ultimi due decenni, di “giocare” con i vuoti di potere e le difficoltà che l’occupazione statunitense ha creato, al fine di “infilarsi” nelle pieghe di questa presenza.

Queste ragioni di lungo periodo hanno una propria sistematicità. Non dobbiamo dimenticare il contesto regionale, che in questo momento è di fortissima contrapposizione tra “imperialismi” diversi e in competizione tra loro, che creano una situazione problematica ed esplosiva.

Qual è il legame esistente tra le recenti mobilitazioni che hanno investito alcuni Paesi del Medio Oriente con l’attuale crisi geopolitica?

C’è un legame fortissimo tra le due cose. Possiamo considerare la presenza di questi movimenti politici – che sono estremamente radicali e, in potenza, rivoluzionari – proprio come una risposta all’ordine che tenta di stabilirsi nell’area dal 2003. Non è un caso che l’assassinio di Qasem Soleimani arrivi in un momento di grandi tensioni sociali e politiche, in Iraq, nello stesso Iran, ma anche in Libano e in Siria. 

Sottolineo che queste proteste nascono in contrapposizione sia alla presenza degli Stati Uniti - che ha visto crescere anche il ruolo dei suoi alleati storici in Medio Oriente, vale a dire Israele, Arabia Saudita ed Egitto – sia a quella iraniana, fattasi sempre più prepotente, in particolare in Iraq e Siria. 

La costruzione di un ordine regionale, che scaturisce dall’intervento in Iraq nel 2003, si regge sul dualismo creatosi tra gli Stati Uniti e i suoi alleati da un lato e il cosiddetto “asse della Resistenza” dall’altro, composto da Iran, l’Hezbollah libanese e Assad. Le popolazioni in Medio Oriente si stanno ribellando proprio per sovvertire questo ordine regionale e l’assassinio di Soleimani è avvenuto nel momento in cui gli spazi di contestazione si stavano irrobustendo e organizzando, al fine di bloccare lo sviluppo di un potenziale rivoluzionario. 

Queste proteste hanno mosso una critica molto feroce anche alle istituzioni basilari del moderno Stato-nazione, ad esempio la rappresentanza politica o la cittadinanza. Questi due istituti, che sono tipici dello Stato moderno, perdono di qualsiasi significato in una condizione di semi-occupazione militare, più o meno permanente, che sfocia in un neo-colonialismo, se non addirittura in un neo-imperialismo, come nel caso degli Stati Uniti in Iraq. Per questo abbiamo una critica, estremamente radicale, alle basi dello Stato-nazione, per come lo conosciamo oggi.

Quale scenario può scaturire dopo il recente voto del Parlamento iracheno sul ritiro delle truppe statunitensi, e non solo, dal Paese?

Qui ci addentriamo nel gioco degli scenari geopolitici, che contiene sempre qualcosa di non misurabile. 

In seguito al voto del Parlamento, c’è già stata un’escalation nel confronto tra Iran e Stati Uniti, anzi possiamo dire che il voto faccia proprio parte di questa escalation costante. È notizia di domenica 6 gennaio, quella dell’attacco, probabilmente da parte iraniana, a delle caserme dove sono di stanza truppe statunitensi. 

Quello che probabilmente succederà nei prossimi giorni o settimane, è un’ulteriore crescita della tensione. Abbiamo sentito che Donald Trump ha annunciato la sua volontà di imporre nuove sanzioni all’Iraq, che tra l’altro ha già dato da questo punto di vista, come tanti altri Paesi della regione, tra cui l’Iran. Bisognerà vedere cosa succederà al di là del livello regionale e al di là della strategia “mordi e fuggi” attuata dall’Iran.

Sarà interessante capire che ruolo decideranno di avere la Russia, la Cina e l’Unione Europea. Io personalmente credo che l’Unione Europea dovrebbe fare qualcosa - oltre a chiudere i confini e guardare la gente morire nel Mediterraneo - per tentare almeno di contenere l’escalation statunitense, vero “cavallo matto” della situazione. Qualcosa in tal senso dovrà fare anche l’Italia, sul cui territorio sono presenti non poche basi statunitensi.

L’altro attore fondamentale, come accennavo prima, è la Russia, che verosimilmente giocherà a rafforzare la propria credibilità di attore internazionale moderato e a favore della stabilità, come è riuscita a fare in Siria e nella sua relazione con la Turchia. È probabile che questa equidistanza da Stati Uniti e Iran possa essere anche la politica della Cina, che con l’Iran intrattiene rapporti economici scevri da interessi geopolitici evidenti. 

Nessun Paese al mondo può essere disposto a perdere, o a veder peggiorare, il proprio rapporto con gli Stati Uniti per “salvare” l’Iran. Però è anche vero che una guerra, o un’escalation incontrollata nel confronto militare, avrebbe delle conseguenze disastrose per tutti, anche se per il momento difficili da perimetrare. E speriamo che quest’ultimo fattore dia una motivazione in più a questi attori per intervenire in maniera determinante e decisa.

Quale può essere invece il ruolo attivo da parte dei movimenti sociali in tutto il mondo, Italia compresa, in una fase in cui il movimento contro la guerra non gode, da diversi anni, di buona salute?

Una cosa sicuramente da evitare è cadere in facili dicotomie e in una visione binaria in cui tutto quello che non è imperialismo americano è buono. Credo che il ruolo dei movimenti sociali in Italia, in Europa e in tutto il mondo, sia quello di chiamare e pretendere la fine della politica aggressiva imperialista, totalmente scellerata, che Donald Trump sta mettendo in campo. Dall’altro lato bisogna proteggere e far presente con forza che le istanze delle popolazioni in Libano, Egitto, Iraq e Siria contro le ingerenze statunitensi, ma anche contro la presenza iraniana, sono tutte richieste legittime e assolutamente da sostenere.

Questa è la prima cosa da mettere in chiaro. La guerra contro l’Iran va evitata ma certamente  la soluzione non è assimilare l’Iran a un attore antimperialista o la cui politica estera sia positiva e da sostenere: Soleimani non è un eroe antimperialista bensì un macellaio sulle cui mani troviamo il sangue dei ragazzini di Piazza Tahrir a Baghdad, dei siriani, degli yemeniti, e delle persone che a novembre hanno protestato a Teheran e in altre piazze iraniane.

È proprio questo tipo di confusione che il movimento contro la guerra in Italia, ma non solo - su cos’è l’imperialismo e su quale antimperialismo adottare - negli ultimi anni è in difficoltà. Noi dovremo ripartire da quello che ci dicono le nostre compagne e i nostri compagni a Baghdad, a Beirut, a Teheran: ripartire dalla loro voce e dare dignità a quello che ci dicono. Qualsiasi politica che cerca di togliere autodeterminazione e minare l’autodeterminazione politica ai nostri compagni e alle nostre compagne non è una politica da sostenere.

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