La ribellione di Hong Kong risveglia in Cina i fantasmi dell’Ucraina

5 / 9 / 2014

Rabbia, frustrazione ma anche la voglia di sfida dei momenti decisivi attraversano oggi il movimento democratico di Hong Kong che nei giorni scorsi ha dovuto incassare il rifiuto netto della Repubblica popolare cinese (Rpc)  alle sue richieste di libere elezioni. Questa opposizione, in realtà assai composita, da qualche mese si è simbolicamente riunita sotto la sigla di Occupy Central with Love and Peace, creata nel gennaio del 2013 per lanciare una “campagna di disobbedienza civile non violenta” che faccia pressione sul governo locale e quello cinese per ottenere che il Territorio autonomo ad amministrazione speciale abbia nel 2017 libere elezioni a suffragio universale per la scelta del capo dell’esecutivo. Strumento estremo della battaglia, il cui avvio in grande stile è avvenuto nella seconda metà del 2014, è l’occupazione simbolica, fino alla minaccia del blocco, di Central, distretto finanziario e degli affari. Evidente il richiamo al movimento omonimo di Wall Street voluto dai tre attivisti di lungo corso che lo hanno fondato, il professore di diritto all’Università di Hong Kong, Benny Tai Yiu-Ting, il pastore battista Chu Yiu-ming e Chan Kin-man, professore di sociologia all’Università cinese di Hong Kong.

Ma la campagna non è riuscita a scalfire la determinazione della Cina, dal 1997 deus ex machina del Territorio, “riconquistato” alla Gran Bretagna a suon di duri negoziati tra Deng Xiaoping e Margaret Thatcher. Il 31 agosto il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo ha detto la sua ultima parola. Il “suffragio universale” promesso e sempre rinviato ci sarà ma in salsa cinese. I candidati, non più di due o tre, saranno scelti da una commissione elettorale di 1200 membri formata sul modello di quella che già ora elegge il Governatore, addomesticata e composta da persone gradite a Pechino e a una serie di interessi “forti” che governano Hong Kong. Inoltre, passeranno solo coloro che si assicureranno più del 50% degli assensi, con un inasprimento delle regole attuali, che ammettono anche percentuali del 12,5% dei consensi per la selezione delle candidature. Una porta in faccia a qualunque possibilità dei filo democratici di avere un proprio candidato, vista la prevedibile composizione dell’organismo.  D’altra parte, come non si stancano di ripetere i comunicati della Rpc, il capo del governo di Hong Kong deve essere un “patriota” che “ama il paese e Hong Kong”, in quest’ordine di priorità, perché in ballo è la credibilità della formula “un paese, due sistemi” riservata, nei sogni di Pechino, anche a Taiwan.

La reazione degli attivisti è stata dapprima di sconforto, persino di autocritica da parte di uno dei suoi leader, Benny Tai, il quale ha ammesso in una dichiarazione a Bloomberg che Occupy Central non è riuscita a fare breccia nella muraglia cinese e soprattutto nelle pragmatiche coscienze degli abitanti del Territorio (Vai all'articolo). Ma lo sbandamento è durato poco e la contro offensiva è partita subito. E’ stato lo stesso Tai il 3 settembre ad annunciare che la decisione cinese segna “la fine del dialogo” e che nelle prossime settimane Occupy farà partire un’altra ondata di azioni che includono “l’occupazione totale di Central”. Tra la fine di settembre e i primi di ottobre, presumibilmente, Hong Kong sarà dunque di nuovo teatro di proteste, manifestazioni, sit in, iniziative pubbliche..

In ebollizione sono soprattutto gli studenti universitari costituitisi in diverse organizzazioni. L’unione studentesca dell’Università di Hong Kong il 4 settembre ha rivolto un appello agli studenti perché sottoscrivano la “Dichiarazione di sciopero studentesco” nella quale si chiedono elezioni libere nel 2016 e nel 2017. Lo sciopero è definito “il nostro ultimo avvertimento al regime”. Se non avranno risposta procederanno ad “azioni di disobbedienza più forti”. Vai all'articolo

L’Unione spera che alla sua proposta di azione aderiscano una dozzina di università. Da un fronte diverso ma collegato, Alex Chow, segretario generale della Federazione degli studenti di Hong Kong, parla di un boicottaggio coordinato che dovrebbe prevedere alcuni eventi pubblici, incluse assemblee nelle strade. Non si tratta solo di svuotare le classi, ha dichiarato il leader studentesco, ma “di imparare all’esterno. Gli studenti dovranno anche costringere la società a rendersi conto della pericolosa situazione che dobbiamo affrontare”. Vai all'articolo

 I professori sono divisi, Alcuni, pochi, si sono schierati apertamente con gli studenti e hanno dichiarato che non li sanzioneranno se dovessero scioperare. Altri, come il corpo insegnante dell’Università Battista, hanno preso posizione contro.

L’obiettivo di questa nuova ondata di proteste è spingere il governo del Territorio a premere su Pechino per maggiori concessioni. Speranza malriposta, visto che l’attuale capo dell’esecutivo, Leung Chun-ying, da vero patriota, ha accolto la decisione cinese come “un grande passo in avanti per lo sviluppo della società di Hong Kong”.

Dopo l’editto della Rpc, l’iter istituzionale prevede che il governo presenti una proposta di modifica delle procedure esistenti all’Assemblea Legislativa (oggi 70 membri eletti  per metà a suffragio universale e per l’altra metà da corporazioni ed élite industriali e politiche del Territorio secondo quanto stabilito dalla Basic Law, la mini costituzione che governa gli sviluppi istituzionali del Territorio elaborata sulla base di criteri che consentono alla Rpc un controllo decisivo). La richiesta maggioranza dei due terzi dà ai partiti democratici, che dispongono di 27 seggi, solo la possibilità di bloccare l’iter della proposta, ma in tal caso nel 2017 si tornerà ad eleggere il Governatore con la vecchia procedura. E’ in base a questa considerazione che i fautori del bicchiere mezzo pieno raccomandano di prendere quel che Pechino offre perché sarebbe comunque un progresso e indicano a dimostrazione i cambiamenti positivi avvenuti dal 1997, come l’allargamento della commissione che elegge il capo del governo, passata da 400 a 1200 membri, e il progressivo ampliamento della quota di Consiglio legislativo scelta con libere elezioni, passata dal 25 al 50%..  

Per gli oppositori, un simulacro di democrazia come il combinato imposto il 31 agosto sarebbe invece un’umiliazione per i cittadini di Hong Kong. Anche perché l’ultima parola sull’eventuale eletto, pure nel caso della nuova procedura, spetterebbe sempre a Pechino.

Il braccio di ferro tra gli attivisti del Territorio e il governo cinese è una costante dal 1997. L’Amministrazione speciale garantisce agli abitanti libertà di espressione e di manifestazione, diritti finora esercitati soprattutto per manifestare l’insoddisfazione verso la politica del governo e la sua sudditanza alla Rpc soprattutto in due date sensibili per Pechino: il 4 giugno, anniversario del massacro di Tiananmen, e  l’1 luglio, anniversario del ritorno dell’ex colonia britannica alla madrepatria. Le manifestazioni, le proteste e le veglie hanno avuto nel corso degli anni andamenti diversi a seconda del momento politico e dei problemi della città. In alcuni anni partecipavano poche migliaia di persone, in altri si assisteva a imponenti raduni. Nel 2003 una manifestazione di oltre mezzo milione di persone costrinse l’amministrazione del primo governatore, Tung Chee-hwa, a ritirare una proposta di legge sulla sicurezza nazionale che molti temevano avrebbe ristretto i diritti di espressione e manifestazione. L’anno scorso una fiumana di 400mila i manifestanti ha protestato contro le crescenti ineguaglianze sociali e le storture di una situazione economica che rende incerto il futuro delle nuove generazioni (di qui anche l’attuale rabbia studentesca).

L’avvicinarsi del 2017, anno fatidico nel quale Pechino si è decisa a concedere l’introduzione dell’elezione diretta del Governatore, ha acceso un attivismo nuovo che si è polarizzato intorno al movimento di Occupy Central. Il culmine dell’attività è stato l’organizzazione di un referendum non ufficiale tra il 20 e il 29 giugno di quest’anno nel quale i votanti dovevano scegliere fra tre proposte riguardanti le elezioni del 2017. Diverse nei dettagli, tutte e tre erano incentrate sulla designazione popolare dei candidati. Per l’occasione l’anziano cardinale Joseph Zen, vescovo emerito e noto antagonista di Pechino, si è impegnato in prima persona con una marcia di 84 chilometri in decine di distretti per spingere i cittadini a partecipare. (Vai all'articolo)

Alla fine, poco meno di 800mila persone hanno partecipato alla consultazione (gli aventi diritti al voto sono circa 5 milioni). Un risultato che ha sorpreso gli stessi organizzatori, e mandato in fibrillazione il governo locale e quello cinese, che ha definito la consultazione una “farsa” mentre la stampa ufficiale cinese contrapponeva alla volontà dei votanti di Hong Kong quella di 1,3 miliardi di cinesi.

La manifestazione rituale dell’1 luglio ha confermato la criticità del momento, con non meno di 200mila persone in piazza. A manifestare non c’erano solo attivisti pro democrazia ma anche una serie di scontenti, come gli abitanti dei Nuovi Territori nord orientali le cui case saranno distrutte per far largo a due New Town di confine. Già il 4 giugno, la veglia in onore dei morti di Tian Anmen aveva radunato altrettante persone.

Con il tempismo sbagliato che spesso la contraddistingue, perché ottiene il risultato opposto a quello voluto, la Rpc aveva diffuso all’inizio di giugno il Libro bianco annuale nel quale si richiamava severamente all’ordine Hong Kong, ricordando che, pur ad Amministrazione speciale, il Territorio è sotto la giurisdizione piena di Pechino, ultima istanza decisionale nei confronti della sua autonomia. (per il contenuto del documento si veda l'articolo.


Quello che doveva essere un attacco preventivo contro il referendum, lo ha probabilmente favorito, toccando l’orgoglio degli abitanti del Territorio.

Occupy Wall Street, già definito “illegale” e “fuorilegge” è accusato dalla Cina e dai suoi sostenitori di essere “un cavallo di Troia” della sovversione, foriero con le sue richieste di “una società caotica” che danneggerà irreparabilmente l’economia del Territorio e il suo ruolo di centro finanziario. Allargando le imputazioni, si accusano anche le “forze anti cinesi” di usare il movimento per controllare gli sviluppi politici di Hong Kong. Particolarmente veementi gli attacchi alla Gran Bretagna, alla quale viene ricordato di non aver brillato per concessioni democratiche alla popolazione di Hong Kong, quando ne aveva il governo (vai all'articolo). In un articolo pubblicato dal Quotidiano del Popolo il 30 agosto si poteva anche leggere che alcuni “tentano di trasformare Hong Kong in una testa di ponte per sovvertire e infiltrare il continente cinese”. (n)

Viene dunque da chiedersi che cosa Pechino tema davvero. Considerando le forze effettivamente in campo, lo schieramento filo cinese, o comunque non favorevole al movimento, è potentissimo. Non lo dimostra tanto la manifestazione filo governativa e filo cinese, imponente quanto inedita, organizzata il 17 agosto scorso, quanto piuttosto i numerosi editoriali comparsi persino su giornali del  Territorio che non guardano con simpatia (da un punto di vista liberal-liberista) alla “madrepatria”, impegnati ad esortare il movimento a non tirare troppo la corda, a non far morire Sansone con tutti i filistei, a fermarsi in tempo, perché non è così che si gioca la partita. (Vedi l'articolo)

 Lo dimostra anche la singolare ed eloquente iniziativa presa da quattro potentissime società di certificazione e consulenza finanziaria, Deloitte, PwC, Ernst&Young e KPMG, che nei giorni in cui si teneva il referendum hanno pubblicato una lettera-dichiarazione congiunta su tre dei più importanti quotidiani della città nella quale si leggeva che “Se Occupy Central avviene davvero, istituzioni finanziarie come le banche, le agenzie di cambio e il mercato azionario ne saranno irreparabilmente danneggiate. Siamo preoccupati che le imprese multinazionali e gli investitori prendano in considerazione di trasferire i loro uffici da Hong Kong o persino ritirare le loro attività”.   E fossero solo le Big Four. Già a maggio la Camera di Commercio canadese insieme a quella indiana e, udite udite, quella italiana, avevano condannato le proteste di Occupy.(Vai all'articolo)


Alla fine di settembre l’ex governatore Tung Chee-hwaa guiderà una delegazione di tycoons e uomini di affari a Pechino, su invito del capo dei capi cinese, Xi Jinping. (Vai all'articolo)

 Si può escludere sin d’ora che peroreranno la causa dei movimenti pro democrazia anche perché, come notato da alcuni commentatori, la “consapevolezza politica di Hong Kong si risveglia proprio nel momento in cui la sua capacità di influenza sulla Cina è al suo punto più basso”  poiché la dipendenza dal continente è ormai pressoché totale. (Vai all'articolo)


Si potrebbe però sperare che i tycoons rassicurino i loro referenti politici e li consiglino di non perdere la testa, considerando pure che Occupy Central, diversamente dall’ispiratore Wall Street, non esprime una rivolta contro il cuore finanziario della città, non fosse altro perché conta fra i suoi simpatizzanti avvocati, accademici, elementi dell’establishment. Il punto vero è la crisi, economica, sociale e di identità del Territorio, rilevata anche dai sondaggi che né Pechino né i tycoons hanno interesse a vedere e tanto  meno risolvere considerato l’intreccio di interessi che li lega e che costituisce una delle ragioni di rabbia e malumore. Così il fatto che quattro carri armati nei giorni scorsi siano stati parcheggiati nelle strade di Hong Kong in modo visibile non fa ben sperare.

D’altra parte in quest’epoca di sconvolgimenti violenti del (dis)ordine mondiale, è difficile tenere a bada le paure, sempre cattive consigliere. Il 3 luglio scorso, un editoriale del quotidiano ufficiale in lingua inglese Global Times prevedendo che Hong Kong “si troverà ad affrontare nel prossimo futuro un periodo di disordini politici” avvertiva che “se le fondamenta venissero scosse” il Territorio “cadrebbe nel caos, come l’Ucraina e la Thailandia”.  Di nuovo, l’1 settembre, un commento del Quotidiano del popolo esorcizzava i fantasmi. Definendo il movimento democratico “una tigre di carta” argomentava stavolta che “Hong Kong non è l’Ucraina” per cui certo “i poteri occidentali sosterranno i gruppi radicali di opposizione”  ma questo sostegno non avrà la stessa eco del sostegno dato all’opposizione ucraina, considerato l’ampio favore di cui la politica cinese gode nel Territorio. In ogni caso sarà “la forza nazionale della Cina” a garantire che “l’Occidente non interferisca negli affari di Hong Kong”.

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