La rivolta dei gilets jaunes

19 / 11 / 2018

Quella che doveva essere una prima giornata di protesta contro il caro-carburanti si è trasformata in una mobilitazione nazionale sorprendente, con migliaia di blocchi della circolazione e una moltiplicazione delle rivendicazioni, contro l’insieme delle misure fiscali del governo e, in generale, contro il presidente Macron. Secondo il ministero dell’interno, 287 mila persone si sono mobilitate il 17 Novembre, con più di 2000 blocchi individuati dalle autorità territoriali. Una folla di gilets fluorescenti ha bloccato le autostrade del paese, in particolare nelle zone rurali e periferiche, oltre che in numerose piccole città, dove al lavoro si va in auto e metà dello stipendio va via in benzina. A Parigi i manifestanti hanno raggiunto l’Eliseo, dove le forze dell’ordine hanno coperto Place de la Concorde di lacrimogeni. Oltre all’intervento della celere, in occasione di molti blocchi, è stata la reazione di alcuni automobilisti a causare il ferimento di manifestanti (409 in totale, di cui 13 gravi), e, nella Savoia, la morte di una donna di 63 anni ; 228 i fermi. Anche lungo il traforo del monte Bianco si registrano scontri, e la situazione continua ad essere tesa.

In queste ore in molti cercano di afferrare la complessa morfologia di questa protesta, dal carattere proteiforme e di difficile lettura. Proviamo a ricostruirla. Lo scorso ottobre, una giovane ragazza, Priscillia, lancia una petizione su Change, a partire da una semplice constatazione: l’aumento progressivo del prezzo del carburante nell’ultimo anno (7,6 c/L diesel, 3,8 c/L benzina), e l’impennata recente, in apparenza non destinata ad arrestarsi, da sommare all’incubo di caselli e autovelox. Di lì a pochi giorni, centinaia di migliaia di firme e una gran proliferazione di eventi e gruppi facebook: il 17 novembre è la data scelta per una mobilitazione generale, con blocchi diffusi dei flussi della circolazione e di alcune stazioni. Sui canali sociali l’ordine del discorso copre un ampio spettro politico, dal nazionalismo cavalcato dal partito della Le Pen, all’iscrizione della protesta nel recente ciclo di lotte sociali. È una delle ragioni per le quali molte delle forze di opposizione hanno esitato, con dichiarazioni misurate, a prendere posizione. A scendere in strada è quindi un movimento senza leader o strutture politiche e sindacali alle spalle, unito dal giallo fluorescente e dalla rabbia verso il governo, capace di tener testa al dispiegamento delle forze dell’ordine, come al solito massivo, e di coordinarsi localmente individuando i punti nevralgici da bloccare.

Ci si chiede se, come in casi precedenti, questa rivolta anti-fiscale finirà per trovare rappresentanza nelle istanze della destra francese o comunque assumere un volto reazionario. Di movimenti anti-fiscali la Francia ne ha visti diversi negli ultimi anni, dai poujadisti degli anni ‘50 ai più recenti «cappelli rossi» in Bretagna, paragoni che in queste ore fioccano ovunque.  Una tendenza contestataria sicuramente legata, nel caso francese, all’insistenza dei governi nell’affrontare il tema delle disuguaglianze unicamente con politiche fiscali. Tuttavia sono diversi gli elementi che, oltre a marcare la differenza con le precedenti, sembrano indicare, per questa protesta, possibilità di soggettivazione altre. Sebbene ad esempio le rivendicazioni dei bonnets rouges (critica dell’ «ecologia punitiva» con cui il governo giustifica l’aumento del prezzo del carburante, spontaneità e apoliticità rivendicate) sembrino riproporsi, non va dimenticato che questo fu lanciato dal MEDEF e dalla federazione dei sindacati agricoli e che ancorava la propria identità alla Bretagna. Allo stesso modo, i sindacati dei trasportatori avevano in larga parte indirizzato le mobilitazioni degli anni ‘80 e ‘90. Soprattutto, non va dimenticato che tale spontaneismo subentra dopo tre anni di costante opposizione sociale, dalla loi travail alla riforma dei trasporti e dell’università: se da un lato la rivolta offre il fianco all’estrema destra, che beneficia anche della legittimità che la retorica sovranista ha acquistato negli ultimi tempi, può incontrare, dall’altro, linguaggi, affetti e forme di organizzazione costruite dal recente ciclo di lotte.

Potrebbe giovare, tra le altre, la forza che i movimenti anti-razzisti hanno accumulato in questi anni, anticorpo reale in una mobilitazione che vede tanti e tante racisé-e-s  immediatamente coinvolti. Certo, sono numerose le aggressioni razziste, sessiste e islamofobe registrate nella giornata di sabato, mostrando tendenze reazionarie tutt’altro che latenti. Di contro, il tricolore e la nazione sembrano lontani dall’assumere un ruolo egemonico nell’enunciazione collettiva della protesta.

Insomma, la partita è aperta, e in molti, nelle organizzazioni autonome e sindacali che hanno animato le lotte sociali in Francia negli ultimi anni, pongono concretamente il problema dell’agibilità di tale spazio politico, nonostante le sue visibili ambiguità. Resta, impossibile da ignorare, un elevato potenziale di antagonismo col governo, in ragione dell’aggressione decisa a un nodo cruciale della macchina produttiva e riproduttiva, i trasporti. Intanto il Primo Ministro Eduard Philippe mantiene la linea.

Il prossimo appuntamento sarà nella capitale parigina, dove venerdì prossimo le strade ritorneranno fluorescenti per l’ «Atto II» della protesta. Nello stesso giorno si terrà un corteo femminista, contro le violenze sessiste e sessuali, al quale da mesi lavorano collettivi e organizzazioni femministe francesi (qui l’appello di Nous aussi). 

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