La Seconda Guerra Sino-Giapponese: Tra storia e narrazione

17 / 1 / 2017

Per generazioni “la guerra di otto anni di resistenza al Giappone” è stata incisa nella mente degli studenti cinesi attraversi libri di testo, documentari, serie tv che celebrano le gesta dei membri del Partito e via dicendo. Adesso il conflitto, noto all’estero come Seconda Guerra Sino-Giapponese, cambia nome e periodizzazione. 

Pechino ha deciso di attuare una modifica ai testi di storia, facendo risalire lo scoppio della seconda Guerra Sino-Giapponese al 1931, anziché al 1937. Così, per volere della dirigenza guidata da Xi Jinping, l’invasione giapponese della Manciuria del settembre 1931 rappresenterà la nuova data d’inizio, mentre con l’incidente del Ponte di Marco Polo nel luglio 1937, quando le forze giapponesi e cinesi si scontrarono a sud-ovest di Pechino, si avrà l’estensione del conflitto su larga scala. 

Il Ministero dell’Istruzione cinese spiega che la decisione di aggiungere questi sei anni mira a promuovere un’educazione patriottica e a sottolineare il “ruolo centrale” che il Partito comunista cinese ha svolto nell’opporsi al fascismo giapponese.

Lo storico di Pechino, Zhang Lifan, sostiene che tale revisione, benché possa essere giustificata dal punto di vista degli eventi storici, rappresenta la «mentalità da guerra fredda» della dirigenza cinese. 

Negli ultimi anni Xi Jinping si è prodigato per mettere in luce il contributo del Partito nella lotta all’invasione giapponese, anche se diversi studiosi affermano che il grosso del lavoro sia stato fatto meno dai comunisti che dai nazionalisti. 

Eventi storici a parte, ciò che occorre mettere in luce è che questa sembra essere l’ennesima manovra di ricostruzione del passato ad opera di Pechino. Nell’epoca post-Tian’anmen e post-Guerra Fredda la memoria storica è un potente strumento per glorificare il Partito, consolidare l’identità nazionale e giustificare il sistema politico monopartitico della Repubblica Popolare. Lo stesso concetto di «sogno cinese e di grande rinascita della nazione cinese» cela il rancore nei confronti delle potenze occidentali e del Giappone. Xi Jinping, non a caso, ha lanciato per la prima volta lo slogan in occasione di una sua visita ad una mostra che ripercorreva «il centennio di umiliazione» per mano delle potenze straniere, ovvero dalla prima Guerra dell’Oppio fino al 1945. 

Kerry Brown, docente di politica cinese al King’s College di Londra, indica che la revisione dei manuali scolastici rappresenta un ulteriore tentativo da parte del Partito di consolidare la sua legittimità, ma rivela più la sua insicurezza che la sua effettiva forza. 

Se una intensa rivitalizzazione del patriottismo appare agli occhi del Partito uno strumento necessario per garantire la sua sopravvivenza, tenerlo a bada non è sempre semplice. Il passo da nazionalismo a xenofobia non è poi così lungo e manifestazioni violente - come quelle dello scorso anno a seguito della decisione del tribunale d’arbitrato dell’Aja che annullava la rivendicazione di Pechino sul mar meridionale cinese - potrebbero minare la già precaria armonia sociale

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