La strada per la rovina. Fasti e nefasti del sultano Erdogan

23 / 7 / 2019

Per una persona che si auto-reputa “uomo forte”, Recep Tayyip Erdogan sembra insolitamente nervoso nelle sue apparizioni. Nel suo ultimo discorso, in occasione del terzo anniversario del fallito colpo di stato del 15 luglio, non ha fatto altro che additare ai soliti nemici interni ed esteri le colpe della crisi economica e politica che la Turchia sta attraversando negli ultimi mesi.

Erdogan rimane quindi convinto che i suoi avversari siano lì fuori ad aspettarlo e, nella maniera che va di moda tra tutti i dittatori, fa confluire le sue personali prospettive con quelle dello Stato. Le ultime vittime di questo suo personale dramma teatrale sembrano essere i suoi alleati europei ed americani, che invece di muoversi a suo favore, stanno giocando alle sue spalle per controllare sia Erdogan stesso che la stella nascente della “Nuova Turchia”. Nonostante questo il concetto di libertà rimane ancora fungibile nel paese anatolico, dove decine di migliaia di persone ne rimangono private per motivi politici, compresi moltissimi giudici e giornalisti.

Al di fuori dei nemici più o meno immaginari, il Sultano dovrebbe preoccuparsi della cronica crisi economica che sedici anni di governo dell’Akp ha prodotto, oppure del fallimento totale del suo interventismo militare sia all'interno dei propri confini che a ridosso, che non si è tradotto in niente se non in sangue versato e vite spezzate. Infatti, per la prima volta in molti anni la sua leadership sta cedendo, come dimostrano le ultime elezioni locali e la doppia vittoria, con conseguente elezione, a sindaco di Istanbul di Ekrem Imamoglu, candidato dell’opposizione laica e probabile futuro sfidante presidenziale.

La politica estera, appunto, è un altro tallone d'Achille di Erdogan. Il presidente turco è riuscito, nelle passate settimane, a segnare un doppio autogol in favore sia degli Stati Uniti che dell'Unione Europea. Nel primo caso, le tensioni derivano dalla decisione di un membro della NATO, proprio la Turchia, di comprare su larga scala un sistema missilistico difensivo terra-aria (S-400). Gli analisti leggono questo fatto come la volontà di Erdogan di dimostrarsi indipendente e di poter “pescare” dove vuole, a seconda delle sue necessità politiche del momento. Qualsiasi siano state le motivazioni del Rais, questa volontà di indipendenza costerà alla Turchia e alla sua industria nove miliardi di dollari: il prezzo che l’industria turca pagherà per essere stata esclusa, come sanzione, dal programma di vendita dei nuovi jet multiruolo F-35. Ma ancora maggiore potrebbe essere il costo politico di questa scelta, ovvero la paventata esclusione dall’Alleanza Atlantica della Turchia. Nei confronti dell’Unione Europea, invece, le tensioni, regolarizzate negli ultimi anni dagli ampi finanziamenti dell’Accordo UE-Turchia sui migranti, si sono deteriorate per causa dell’aggressiva politica di Ankara sulle trivellazioni nelle acque al largo di Cipro. In seguito a ciò, l’UE ha sanzionato economicamente la Turchia, per bocca dell’Alto Commissario per la Politica Estera. Il combattivo Erdogan in passato ha “litigato” con numerosi paesi vicini, con cui aveva normalizzato i rapporti, ovvero Siria, Egitto, Israele e Arabia Saudita. Rompere le relazioni anche con Stati Uniti e Unione Europea sarebbe un risultato invidiabile.

Secondo questo tipo di analisi e anche secondo una parte della stampa che da anni segue l’ascesa di Erdogan, la crescente relazione con la Russia di Putin mette gli Stati Uniti di fronte al fatto che in questo preciso momento storico la Turchia ha alternative strategiche, oltre alla NATO. Sarà poi da capire se queste alternative strategiche dureranno nel tempo, in quanto Russia e Siria hanno iniziato l’offensiva finale contro le forze islamiste nella provincia di Idlib. Questa zona era protetta da un accordo di cessate il fuoco firmato da Erdogan in persona lo scorso settembre, il quale impegnava le forze turche a demilitarizzare la suddetta provincia siriana. Le intenzioni russe e siriane cozzano quindi con l’idea della leadership politica e militare turca, di creare delle “safe zones” lungo il confine sud, nelle zone a prevalenza curda del Nord Siria.

A questo proposito le fonti locali stanno documentando un grosso movimento di mezzi pesanti e truppe in due diverse zone del confine: la prima tra i posti di confine di Ceylanpınar e Akçakale e la seconda nel distretto di Hakkari. L’idea dei comandi turchi sembrerebbe essere quella di effettuare un duplice attacco, uno diretto al cuore del Rojava e l’altro diretto ai santuari del Pkk nel Nord dell’Iraq, in Kurdistan Bashur.

Riassumendo, Erdogan al momento si trova in contrasto con Stati Uniti, con l’Europa, con i suoi vicini arabi e, potenzialmente, anche con la Russia; essendo anche la sua impopolarità, come testimoniano le ultime elezioni, in aumento, anche a causa della crescente instabilità economica, non è chiaro quale sia l’obiettivo di queste sue manovre. È chiaro, invece, che in questa strada che conduce all’isolamento politico, interno ed estero, e quindi strategico, il vecchio Sultano non ci sta andando da solo, ma ci sta portando la Turchia intera.

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