L’appello al disinvestimento dal fossile nelle proteste statunitensi per il cessate il fuoco

2 / 5 / 2024

La prima volta che l’attivista climatico Cameron Jones ha sentito parlare di disinvestimento dai combustibili fossili, aveva 15 anni. Quando si è iscritto alla Columbia University nel 2022, si è unito al gruppo locale del collettivo Sunrise Movement, formato da studenti per la giustizia climatica. Con loro, ha avviato una campagna per l’annullamento dei rapporti economici tra l’università newyorkese e le multinazionali del gas, del carbone e del petrolio.

“È ora che le istituzioni come la Columbia University smettano di dipendere economicamente dalle multinazionali del fossile,” ha scritto Jones in un editoriale pubblicato nell’ottobre 2023 su un giornale studentesco, rivolgendosi a Minouche Shafik, rettrice dell’Università.

Oggi Jones ha 19 anni e, come molti altri manifestanti e attivisti universitari, è impegnato a spingere l’ateneo a disinvestire da un altro tipo di industria: quella che trae profitto dalla guerra di Israele a Gaza. Molti come lui vedono le diverse problematiche come fortemente interconnesse e i militanti di entrambi i movimenti stanno imparando ad utilizzare le rispettive tattiche, riconoscendo le molte intersezioni delle lotte.

“Se importanti organismi come le università inizieranno a recidere i rapporti con le istituzioni che stiamo indicando come dannose, contiamo sul fatto che altre aziende, città e paesi seguano il loro esempio,” ha dichiarato Jones lunedì [22 aprile 2024, NdR] dall’accampamento, all’interno del campus della Columbia, di studenti in protesta contro la guerra e i legami dell’università con Israele.

Nello specifico, gli alunni stanno chiedendo che l’ateneo abbandoni ogni investimento diretto in aziende che operano in o con Israele. Tra queste ci sono Amazon e Google, coinvolte in un contratto di cloud computing da $1,2 miliardi con il governo israeliano; Microsoft, i cui servizi vengono utilizzati dal Ministero della Difesa e dall’amministrazione civile dello Stato di Israele; e appaltatori militari che traggono profitto dalla guerra, come per esempio Lockheed Martin, che martedì ha dichiarato che i propri guadagni sono aumentati del 14%.

La Columbia University non ha rilasciato commenti rispetto alla richiesta di disinvestimento. La scorsa settimana, in una mail inviata a tutta l’università, Shafik ha dichiarato che l’accampamento “disturba gravemente la vita nel campus, creando un ambiente vessatorio e intimidatorio per molti studenti.”

La rettrice è stata oggetto di critiche per aver chiesto alla polizia di New York di sgomberare l’accampamento durante il weekend. In risposta allo sgombero, gli studenti hanno occupato nuovamente il prato, dichiarando che non se ne andranno fino a quando le loro richieste di disinvestimento non saranno accolte. Nelle prime ore di mercoledì [24 aprile, NdR], l’università ha affermato di aver esteso di 48 ore l’ultimatum per la smobilitazione, precedentemente fissato alla mezzanotte di martedì, dichiarando che alcuni manifestanti avevano accettato di rimuovere le proprie tende. I portavoce degli studenti riferiscono di aver ricevuto intimidazioni dai dirigenti dell’ateneo, che avrebbero minacciato di chiamare nuovamente la polizia, nonché la National Guard.

La lunga storia dei movimenti per il disinvestimento all’interno delle università statunitensi.

Nel 1965, i gruppi di attivisti Student Nonviolent Coordinating Committee, Students for a Democratic Society e Congress of Racial Equality organizzarono un sit-in per chiedere alla newyorkese Chase Bank di cessare il finanziamento dell’apartheid in Sudafrica. Per tutti gli anni ‘70 e ‘80, svariati movimenti studenteschi hanno spinto con successo le proprie università a recidere i legami economici con aziende che sostenevano il regime di apartheid. La prima università dell’Ivy League a mettere in atto questo cambiamento è stata proprio la Columbia.

“Le iniziative che da anni portiamo avanti hanno sicuramente preso spunto dai movimenti del passato”, ha dichiarato Matt Leonard, presidente dell’Oil and Gas Action Network, e tra i primi attivisti per il disinvestimento dal fossile negli Stati Uniti. Le campagne contro l’apartheid hanno ispirato anche un altro movimento, che sollecita boicottaggio, disinvestimento e sanzioni: il BDS. Co-fondata da un palestinese ex studente della Columbia University, la campagna BDS mira a far cessare il sostegno internazionale a Israele, denunciando il trattamento dei palestinesi – definito da molti studiosi e autorità come un altro apartheid. In alcuni casi, il BDS include anche il fossile: infatti, Leonard sta facendo pressione sulle istituzioni affinché queste tronchino i rapporti con il gigante del petrolio Chevron, che sta estraendo gas nel Mediterraneo orientale in collaborazione con Israele.

Negli ultimi anni, le campagne per il disinvestimento dal combustibile fossile hanno ottenuto importanti risultati nei campus statunitensi: circa 250 atenei si sono impegnati a ritirare gli investimenti in aziende inquinanti, secondo i dati di Stand.earth e 350.org. Tuttavia, le richieste di fare altrettanto con Israele non hanno avuto una risposta altrettanto significativa. Numerosi gruppi di attivisti universitari continuano a chiedere alle loro facoltà di adottare le misure proposte dal BDS, ma finora nessun istituto si è preso questo impegno.

Alcune università, come l’Hampshire College, hanno iniziato a riconsiderare i loro investimenti alla luce del trattamento che Israele infligge ai palestinesi. Altre si sono ulteriormente avvicinate al disinvestimento. Per esempio, nel 2019, una commissione interna della Brown University ha consigliato alla facoltà di agire in questo senso, secondo la promotrice del BDS Olivia Katbi.

I sostenitori del movimento si dicono ottimisti, poiché notano un sostegno senza precedenti per il BDS da parte di studenti, docenti e alumni. “Gli accampamenti per la solidarietà a Gaza riescono finalmente a dare voce alla richiesta di disinvestimento da Israele in un modo che non può essere ignorato,” dichiara Katbi. “L’ordinaria amministrazione non dovrebbe essere possibile durante un genocidio.”

I manifestanti che chiedono la fine dei finanziamenti alla guerra a Gaza hanno scelto obiettivi differenti. Alcuni gruppi, come l’Endowment Coalition di Yale, danno la priorità alla rivendicazione di por fine agli investimenti nelle industrie che fabbricano armi. Le richieste di altri collettivi sono invece più ampie. Gli studenti della coalizione Columbia University Apartheid Divest – formata da dozzine di gruppi interni al campus, tra cui l’assemblea locale del movimento internazionale Students for Justice in Palestine (SJP) – chiedono per esempio il disinvestimento da holding partecipate da aziende che intrattengono rapporti con Israele. Lo stesso accade anche in altre università.

Phyllis Bennis, ricercatore presso l’Institute for Policy Studies (IPS), sostiene che queste differenze di strategie all’interno dei movimenti universitari pro-Palestina siano sempre esistite. Quando si tratta di scegliere un obiettivo, dice, “non ne esiste uno più giusto degli altri.” Per anni, continua, alcuni collettivi si sono concentrati su aziende molto note come il marchio di hummus israeliano Sabra. Anche se l’impatto del fallimento di Sabra sullo stato israeliano sarebbe stato minimo, la campagna “è stata molto educativa”.

Bennis consiglia di tenere a mente quali obiettivi politici si vogliono perseguire quando si scelgono gli obiettivi di una campagna. “Dobbiamo chiederci: se avremo successo, in che modo avremo contribuito alla crescita del movimento per fermare il genocidio? In che modo le nostre azioni cambieranno la politica di Biden in materia? Queste sono le domande urgenti.” In molti casi, sostiene, rispondere a questi interrogativi significa individuare le modalità e gli obiettivi più efficaci con il maggior numero di persone possibile.

Katbi ricorda che esistono numerose risorse nate appositamente per aiutare a costruire campagne per il disinvestimento. Uno degli approcci più semplici, per esempio, prevede di adottare un filtro basato sui diritti umani universali.

“Non è una sorpresa”, continua Bennis, che molti attivisti universitari stiano unendo le richieste di disinvestimento dai combustibili fossili e disinvestimento dalla guerra a Gaza. Lunedì, il gruppo locale del movimento Sunrise ha promosso un evento intitolato “Reclaim Earth Day” all’interno dell’accampamento alla Columbia, con l’obiettivo di evidenziare il legame tra crisi climatica e guerra a Gaza. Questo comprende le emissioni degli aerei e dei carri armati che Israele sta utilizzando nella sua campagna militare, così come quelle generate dalla fabbricazione e dal lancio di bombe, artiglieria e razzi, per non parlare della devastazione ambientale.

“Israele sta mettendo in atto un ecocidio,” ha dichiarato Jones, che fa anche parte del gruppo locale degli SJP. L’Endowment Justice Coalition, a Yale, è tra le prime organizzazioni impegnate nella richiesta di disinvestimento dai produttori di armi e sta chiedendo lo stesso per quanto riguarda i combustibili fossili. “Il disinvestimento è una strategia importante, perché ha come scopo la revoca della licenza sociale dalle industrie che lucrano dall’estrazione e dallo sfruttamento,” spiega la ventunenne Naina Agrawal, studentessa di storia a Yale. “Che cosa ci guadagna una università dal fare profitti con le aziende del fossile e della guerra che uccidono le comunità dei suoi stessi studenti?”

Innovazioni all’interno di un movimento per il disinvestimento potrebbero generare nuove azioni in un altro. Negli ultimi cinque anni, per esempio, diversi studenti hanno presentato denunce legali sostenendo che gli investimenti delle università nei combustibili fossili violassero un’oscura normativa che prevede l’obbligo, per le organizzazioni no profit, di tenere in considerazione i propri “scopi benefici” nel determinare i propri investimenti. Lunedì, gli studenti della Columbia University, della Tulane University e della University of Virginia hanno presentato delle denunce legali su tali basi.

Gli attivisti sostengono che la stessa modalità potrebbe essere usata dagli studenti che oggi stanno manifestando per la Palestina nelle università. Nicole Xiao, studentessa della Columbia di 19 anni, ha dichiarato: “Il mio impegno principale è contro il fossile, ma lo stesso principio può includere i finanziamenti ad Israele.”

Leonard riporta che le campagne contro le aziende inquinanti hanno reso più difficile il reclutamento di giovani talenti per i giganti del petrolio. Spera che la stessa dinamica si verifichi per chi trae profitto dalla guerra a Gaza, compresi Lockheed Martin e Raytheon, il produttore del sistema di difesa missilistico israeliano Iron Dome.

Così come i movimenti traggono ispirazione l’uno dall’altro, lo stesso fa la loro controparte. Nel 2021, per esempio, in Texas è stata approvata una legge che vieta allo Stato di intraprendere qualsiasi relazione con soggetti che “boicottano aziende energetiche”. Questa normativa, copiata in diversi altri stati, è ispirata a un’altra legge del 2017, volta a proibire i rapporti dello stato con qualsiasi entità che supporti il BDS. I deputati conservatori potrebbero quindi ribattere sostenendo che il disinvestimento da Israele contraddica alcune delle norme anti-BDS approvate in decine di stati negli ultimi anni.

Entrambi i movimenti per il disinvestimento hanno incontrato molti ostacoli. L’American University, per esempio, ha annunciato pubblicamente la fine degli investimenti nel fossile solo nel 2020, nonostante pressioni continue in tal senso siano cominciate nel 2012. Domenica scorsa, il consiglio degli studenti dell’American University ha approvato una risoluzione che chiede all’università di sospendere ogni aiuto e investimento a Israele. La rettrice Sylvia Burwell ha però dichiarato che l’ateneo non accetterà questa richiesta.

Noel Healy, professore di geografia e sostenibilità alla Salem State University, impegnato nelle campagne del 2012 per il disinvestimento dal fossile, nota che, in entrambi i casi, l’ondata di richieste di disinvestimento indicato una crescente presa di coscienza da parte dei giovani. “La giustizia climatica non è isolata dalle altre forme di giustizia,” dichiara Healy, autore di due studi che analizzano il movimento per il disinvestimento dal fossile. “Ogni proiettile prodotto, ogni carro armato messo in funzione e ogni aereo utilizzato in una zona di conflitto ha un impatto ambientale che accelera il cambiamento climatico. Chiedere il disinvestimento significa lottare per la pace e la sostenibilità.”

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata da The Guardian. Traduzione di Emma Purgato.