L’Argentina ferma (per ora) l’estrema destra

Un articolo di Mariano Schuster e Pablo Stefanoni, tratto da Nueva Sociedad, sulle ultime elezioni nel Paese. La traduzione è a cura di Miriam Viscusi e Fiorella Zenobio.

26 / 10 / 2023

Il risultato della prima tornata elettorale testimonia il ritorno del peronismo e apre un nuovo scenario verso il secondo turno del 19 novembre, che vedrà protagonisti il peronista Sergio Massa e il libertario Javier Milei. Alcune delle ragioni del voltafaccia dell'elettorato.

L'Argentina ha azionato il freno. Dopo l’ondata dell’opposizione che, nelle primarie dello scorso 13 agosto, ha sopraffatto il peronismo dominante e ha messo alle porte della Casa Rosada il libertario di estrema destra Javier Milei, l'elettorato è sembrato reagire a quello che sembrava un salto nel vuoto. Tra il PASO – primarie aperte, simultanee e obbligatorie – e le elezioni di questo 22 ottobre, la possibilità di vittoria del candidato libertario ha fatto scattare tutti gli allarmi, e quella sensazione gli ha permesso di recuperare terreno per un peronismo che ha compiuto il miracolo che si aspettava senza troppi sforzi e convinzioni. Tranne nel caso dello stesso Sergio Massa, un politico dotato di una volontà di potere eccezionale.

Massa ha ottenuto un inaspettato 36,6%; Milei, di La Libertad Avanza (LLA), si è fermato al 30%; e Patricia Bullrich, dell'alleanza di centrodestra Juntos por el Cambio (JxC), è crollata al 23,8%.

Potrebbe sembrare strano il fatto che Massa, essendo ministro dell’Economia dell’attuale governo peronista, che ha provocato un’inflazione superiore al 120% annuo e forti aumenti del dollaro, abbia ottenuto questo risultato. Ma il candidato ha approfittato della sua posizione per adottare una serie di misure – chiamate in modo dispregiativo da alcuni media il "Plan Platita” (“piano soldini”) – che includevano l’eliminazione dell’imposta sul reddito sugli stipendi e vari palliativi alla crisi sociale che sta attraversando il Paese. Inoltre, in una campagna caratterizzata dalle invettive profane di Milei e di una Patricia Bullrich che dopo le primarie non ha trovato un asse, Massa è apparso come "l'adulto nella stanza". Mentre Milei cercava di far approdare, in maniera caotica, la sua utopia “anarco-capitalista” in un progetto di governo, il sostegno a Massa ha finito per essere una sorta di voto difensivo da parte di una parte della società. Milei si è anche impegnato con la sua proposta più efficace – la dollarizzazione – e ha unito le forze con il peggio della “casta” che affermava combattere, come il sindacalismo filomafioso del leader gastronomico Luis Barrionuevo. 

Massa si è presentato come candidato alla presidenza e ha fatto appello al suo proverbiale pragmatismo: è riuscito a contenere il voto della sinistra, parte del quale alle primarie è andato al leader sociale Juan Grabois, e a mantenere l'alleanza con Cristina Fernández de Kirchner, ma è anche diventato lo strumento per fermare Milei, soprattutto visto il pericolo che vincesse al primo turno. Anche gli elettori tradizionali della sinistra trotskista hanno deciso di “tapparsi il naso” e votare per il ministro dell’Economia.

Ministro e candidato, Massa ha mostrato la sua astuzia politica presentandosi come colui che "ha preso il ferro rovente quando nessuno voleva farlo" e come l'uomo che, nonostante tutto, "ha fermato l'epidemia". Nello stesso senso è riuscito a stabilire, almeno nel suo discorso, che i vari mali che affliggono l’attuale economia argentina derivano dalle imposizioni del Fondo monetario internazionale (FMI), a causa del debito sotto il governo di Mauricio Macri, e dai tentativi destabilizzanti dell’opposizione di destra. Allo stesso tempo, è riuscito a distaccarsi dal kirchnerismo, dimostrando che come presidente non sarà la stessa cosa che come ministro di un governo peronista caotico a causa degli scontri tra il presidente Alberto Fernández e il vicepresidente Fernández de Kirchner. Inoltre, Massa ha stretto una solida alleanza con il governatore della provincia di Buenos Aires, Axel Kicillof, che è riuscito a ottenere la sua rielezione in un territorio chiave per il peronismo.

Massa ha intrapreso una campagna in cui si è posizionato come l'unico politico in grado di amministrare lo stato argentino.

L'attuale ministro dell'Economia ha vestito, insomma, l'abito che più gli si addice: quello di un uomo della classe politica capace di muoversi pragmaticamente in diversi ambiti, compreso quello dell'establishment, e di proporre dialoghi in diverse direzioni. Vale a dire come rappresentante della “casta” politica tanto vituperata da Milei.

Nei dibattiti presidenziali, trasmessi contemporaneamente su diverse reti televisive, Massa ha affrontato i suoi rivali con un discorso che ha sottolineato la necessità di avanzare in una nuova fase politica, senza distruggere le conquiste dei 40 anni di democrazia che si completeranno il prossimo dicembre. Di fronte alle posizioni più ideologizzate del kirchnerismo, che hanno fatto e si vantano tuttora dello "scontro con la destra" e di una congiura permanente del "fascismo", Massa ha usato un discorso che, secondo le sue stesse parole, si basava sull'evitare "la rabbia e l'odio". Di fronte a Milei e Bullrich ha offerto proposte concrete su diverse questioni e ha mostrato che la sua sarà, in diversi ambiti, una politica “centrata”. Contro la destra di Milei e Bullrich, ha cercato di apparire come una sorta di centro estremo e ha chiesto un "governo di unità nazionale" con "tutti", compreso il centrodestra e i libertari. Allo stesso tempo, la sua campagna si basava sul potere territoriale del peronismo che, dopo essere stato sorpreso da Milei nel PASO, ha attivato tutte le risorse del suo potere locale. Non dobbiamo dimenticare che, per le primarie, il peronismo ha rafforzato Milei in vari modi per indebolire la coalizione JxC, che considerava più difficile da sconfiggere al secondo turno. Alla fine, questa strategia potrebbe funzionare.

Mentre l’opposizione di Milei e Bullrich proiettava una visione fortemente decadentista del paese, Massa ha centrato la sua campagna elettorale su un messaggio positivo e l’’idea che “non siamo un Paese di merda”. Per ridimensionare Milei, ha affermato che la proposta chiave del candidato (la dollarizzazione) si è applicata solo a tre Paesi: Zimbawe, El Salvador, Ecuador – quest’ultimo immerso oggi in una profonda crisi. E per contrastare gli attacchi di Bullrich, che è stata molto dura accusandolo di aver “duplicato l’indice dell’inflazione”, il candidato peronista ha affermato che la proposta di sdoppiamento monetario della candidata di centrodestra sembrava “copiata da Venezuela e Cuba”, due paesi a cui la destra, logicamente, associa il kirchnerismo.

Altro aspetto chiave della campagna di Massa è stata la faccia che ha mostrato alla società. Il peronismo, anche quello di matrice progressista, ha presentato Massa come un “uomo normale” di fronte alla “follia” di Milei. Questa aria di “normalità” si è poi combinata con la difesa dello Stato di fronte all’”anarcocapitalismo” della legge della giungla di Milei. Massa, nonostante il suo ruolo di ministro e contro tutti i pronostici, è riuscito a rendere convincente il suo discorso di “prevedibilità”.

Dopo la sua vittoria alle primarie, Milei non ha potuto approfittare del momento per generare un’onda inarrestabile. I libertari stessi pensavano di essere vicino a un trionfo al primo giro (con il 40% e dieci punti di differenza rispetto al secondo). Ma, poco a poco, il suo profilo stravagante ha preso il sopravvento. Le sue frasi celebri (come “Tra lo Stato e la mafia preferisco la mafia. Perché la mafia ha dei codici, agisce, non mente”); le sue posizioni contro l’istruzione pubblica, così come la sua idea che dovrebbe esistere un mercato degli organi o la sua posizione in favore del libero porto d’armi, hanno iniziato a intaccare la sua corazza. Lo stesso è poi accaduto con il suo negazionismo del terrorismo di Stato durante la dittatura, contro il consenso democratico vigente nel Paese.

A colpire Milei non sono state solo le sue stesse dichiarazioni – molte delle quali precedenti alla campagna elettorale – ma anche quelle di alcuni personaggi della sua cerchia. Per esempio, la candidata Lilia Lemoine aveva detto che il suo primo progetto sarebbe stata una legge per permettere agli uomini di rinunciare alla paternità, perché le donne, con l’approvazione dell’aborto in Argentina nel 2020, hanno il “privilegio di poter uccidere i propri figli” e rinunciare ad essere madri. E uno dei consiglieri di Milei, Alberto Benegas Lynch, aveva proposto di sospendere le relazioni diplomatiche con il Vaticano finché papa Francesco resta in carica.

Da alcuni anni, Milei stesso considera il papa “il rappresentante del Maligno sulla Terra”. “Dovremmo informare quell’imbecille che sta a Roma che l’invidia, che è alla base della giustizia sociale, è un peccato capitale”, ha gridato una volta in un programma televisivo. E poi ha sentenziato: “Gli Stati sono un’invenzione del Maligno”. Sono dichiarazioni del 2020, rese virali dopo la sua vittoria nelle elezioni PASO. La risposta non si è fatta attendere ed è arrivata proprio per mano della chiesa cattolica, quando un gruppo di sacerdoti dei quartieri popolari hanno organizzato una lettera di espiazione collettiva. La grande domanda è quale sarebbe, in un suo eventuale governo, la relazione con il papa argentino, che non ha mai visitato il suo Paese dopo la sua nomina nel 2013 e che ha detto di volerlo fare nel 2024. Quello che è molto chiaro è l’opinione del papa, che solo pochi giorni prima delle elezioni ha affermato, senza fare riferimenti: “Ho molta paura dei pifferai magici… il messia è stato solo uno e ci ha salvati tutti. Gli altri, sono solo pagliacci del messianismo”. Massa ha annunciato, nel suo discorso post-elettorale, che cercherà che papa Francesco visiti il Paese il prossimo anno. Chissà se Milei si chiede, come aveva fatto Stalin, quante divisioni ha il Papa?

L’idea di Milei dello Stato come male assoluto ha preso a volte una tinta fosca, come quando ha detto in televisione, ancora da deputato: “Lo Stato è un pedofilo in un giardino di bambini incatenati e bagnati di vaselina”. Di fatto, la sua stabilità psicologica è stata una variabile in questa elezione. L’elite economica non si fida di lui – in parte perché in caso di vittoria sarebbe minoritario al Congresso e non ha una seria squadra di governo – e la rivista liberale The Economist lo considera un pericolo per la democrazia argentina.

In questo contesto, l’appoggio di Bolsonaro non gli ha certo apportato credibilità. Il candidato libertario non ha lasciato nulla di intentato in queste elezioni. Non solo ha criticato la casta, ma ha anche sfidato i media e ha considerato corrotti molti giornalisti. Inoltre, ha criticato Bullrich senza pietà, la candidata appoggiata dall’establishment e che lui stesso elogiava fino a poco tempo prima. L’ha chiamata “montonera assassina” per la sua militanza nel peronismo rivoluzionario degli anni ’70. Negazionista del cambiamento climatico e ammiratore di Donald Trump e del partito spagnolo Vox, e con una motosega come simbolo della campagna elettorale, Milei incarna quello che lo statunitense Jeffrey Tucker chiama “libertarismo brutalista”, con un progetto e una messa in atto che hanno attratto molti votanti (il suo 30% era inimmaginabile, alcuni mesi fa) però ha anche terrorizzato troppa gente, che ha votato per evitare la sua vittoria.

JxC avrà, nonostante il suo calo nelle presidenziali, un gran numero di governatori provinciali. Molti di loro appartengono alla Unione Civica Radicale (UCR), una forza politica storica che integra JxC ma la cui relazione con il partito di Mauricio Macri – Propuesta Republicana (PRO) – non è stata esente da tensioni. Con la sconfitta elettorale di Bullrich, si apre un interrogativo sulla continuità di questa coalizione. Milei è riuscito nel sorpasso – almeno in questa tornata elettorale – e alcuni membri di JxC potranno prendere altre direzioni. Si aggiungeranno dirigenti radicali al “governo di unità nazionale” che propone il candidato peronista? Le incognite si chiariranno nei prossimi giorni.

Si apre un nuovo scenario: Massa cercherà di approfittare del cambio di aspettative per dare un impulso decisivo alla sua campagna e dovrà attrarre votanti di centro e centrodestra, e anche quelli del peronista dissidente Juan Schiaretti, che ha ottenuto quasi il 7%. Milei, da parte sua, cercherà di ottenere i voti di Bullrich per arrivare a quella che definisce “la rivoluzione liberale”. Dopo i risultati, il libertario ha spostato i suoi attacchi al kirchnerismo e tacitamente ha chiamato Bullrich e la sua area ad un’alleanza, provando a sanare le ferite. Lo scenario è aperto, anche se il campo si è inclinato il 22 ottobre in favore di Massa.