Le crepe nel muro di Tijuana

26 / 11 / 2018

Un mese e mezzo di viaggio, due frontiere superate a forza, oltre 4 mila chilometri percorsi. Hanno sopportato fatica, sofferenza, difficoltà di ogni tipo, insulti razzisti, umiliazioni e minacce provenienti dall’esercito più potente del mondo.

È la marea della carovana migrante, uomini, donne, bambini centro americani che ha sfidato pubblicamente e senza paura l’impero, senza nulla da perdere e senza nulla da temere. Domenica 25 novembre, per la prima volta, dopo quasi due settimane di stallo obbligato a Tijuana, hanno provato ad attraversare il valico di confine di San Ysidro come hanno fatto alla frontiera sud, forzando i blocchi, cercando di riprendersi il più importante diritto negato: quello di poter vivere in pace e con dignità.

Nella mattinata di domenica, un consistente gruppo di migranti facente parte degli oltre cinque mila bloccati a Tijuana (nei prossimi giorni sono attesi altri nove mila migranti) si è ripreso le strade della città per una manifestazione pacifica volta a fare pressione sulle autorità perché diano risposte alle loro richieste di asilo. La manifestazione è stata subito controllata e fermata dalla polizia federale messicana che ha attuato un blocco per impedire che i manifestanti giungessero al varco di San Ysidro, peraltro già chiuso sulla sponda statunitense. I migranti, attaccati violentemente dalla polizia sono riusciti ad aggirare il blocco e, almeno in 500, si sono messi a correre lungo il fiume in zona El Chaparral per cercare di raggiungere gli Stati Uniti. Arrivati al valico in molti hanno provato a scavalcare ma a questo punto c’è stata la reazione della Border Patrol statunitense che ha cominciato un fitto lancio di gas lacrimogeni e proiettili di gomma (in territorio messicano) verso i migranti per respingerli. L’intero valico di frontiera sud a questo punto è stato chiuso dagli Stati Uniti per oltre cinque ore (non succedeva dall’attacco alle Torri Gemelle del 2001). Respinto il tentativo, i migranti sono stati un po’ alla volta circondati e controllati finché, dopo alcune ore di tensione sono tornati indietro.

Il bilancio di questo primo vero tentativo collettivo della carovana migrante di entrare negli Stati Uniti è stato di numerosi feriti dai proiettili di gomma (tra di loro anche alcuni giornalisti) e di circa 40 arrestati. L’utilizzo della forza, anche “letale”, da parte dell’esercito statunitense era stato annunciato pochi giorni fa dallo stesso presidente Trump e fa parte di una strategia di campagna elettorale permanente che si è aperta dopo le elezioni di midterm per fronteggiare l’opposizione interna. Sulla sponda messicana, nessun accenno all’invasione di proiettili e gas lacrimogeni statunitensi nel suolo messicano e la solita presa di posizione di compiacenza con il vicino del nord: il Segretario di Governo messicano Navarrete ha dichiarato infatti che, i migranti che hanno tentato di attraversare con la “violenza” il confine sono stati tutti segnalati alla “migra” messicana e per loro sarà richiesta la deportazione ai paesi di origine. Nemmeno il sindaco di Tijuana, Gastelum (del PAN) ha fatto mancare il suo commento di condanna verso i migranti, appellandosi al mancato rispetto della legge e accusandoli di colpire con il loro comportamento i tijuanensi che lavorano e studiano in pace al di là del confine. 

Forse mai come in questo caso però la legge è il simbolo e lo strumento del potere per garantire i privilegi delle classi dominanti e la discriminazione dei “los de abajo”: una legge che stabilisce chi ha il diritto di muoversi senza problemi e chi invece è respinto, non può essere infatti definita una legge giusta, uguale per tutte e tutti. È rileggendo un recente testo di Raúl Zibechi (QUI tradotto dall’associazione Yabastaedibese) che troviamo conferma della portata storica delle carovane migranti e dell’importanza di accompagnarle nel loro cammino per i diritti e per la dignità: nonostante il testo parli del cambiamento climatico e delle conseguenze che il sistema estrattivista produce sulle popolazioni, non possiamo non notare la stretta correlazione che intercorre tra questo tema e quello delle migrazioni. Cambiamenti climatici, violenza, grandi opere hanno un unico grande obiettivo centrale, la dominazione dei “los de arriba” sulla maggioranza della popolazione, volta ad un accumulo di ricchezza infinito. 

«Quelli lì in alto ci attaccano, non per ragioni ideologiche, per razzismo o machismo femminicida, ma perché utilizzano questi strumenti di dominazione e controllo per lubrificare il proprio arricchimento illegittimo e spesso illegale».

In queste carovane non possiamo non vedere tutto ciò. Soprattutto, non possiamo non vedere la potenza esplosiva della marea che ha osato sfidare il sistema, le sue leggi, i suoi violenti sgherri. I migranti centro americani ci hanno dimostrato con una emozionante e purtroppo rischiosa pratica collettiva che non bisogna arrendersi, che è questo il tempo di osare perché, è bene ricordarlo, stiamo vivendo una fase in cui il sistema capitalista è in crisi, si sta riassestando per continuare la sua dominazione ed è proprio in questo movimentato riassestarsi che si possono aprire importanti crepe nel muro del capitalismo.

Sostenere i migranti che spingono davanti a quel muro, nel tentativo di allargare la crepa e sfondare quell’odioso confine, non è solo importante per aiutarli a riprendersi la dignità negata e garantirgli la possibilità di vivere in pace, ma ha l’enorme valore aggiunto di simboleggiare la ripresa con la forza e dal basso dei diritti e dare un senso a tutte le battaglie che provano a scardinare il sistema e produrre un’alternativa reale al sistema stesso, all’austerity, alla violenza, al controllo e alla dominazione dei nostri corpi e delle nostre vite. 

Spingere, spingere e spingere ancora. Allargare la crepa. Insieme. Che se si rompe quell’argine la marea travolgerà gli scranni dei re, dando linfa vitale alla costruzione di una nuova e importante stagione di conquista di diritti.

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