Le proteste in Sri Lanka sono una battaglia contro il neoliberismo. Intervista a Nimanthi Rajasingham

12 / 7 / 2022

Lo Sri Lanka sta attraversando una serie di sconvolgimenti politici: una crisi economica ha acceso la miccia di una diffusa protesta di massa e una serie di scioperi e cortei contro il governo. Il 9 maggio, il primo ministro Mahinda Rajapaksa si è dimesso ed è stato costretto a rifugiarsi nella basa navale di Trincomalee per sfuggire all’ira popolare. All’epoca sembrava che fosse solo una questione di giorni prima delle dimissioni del fratello – e presidente – Gotabaya Rajapkse. Invece, Rajapakse ha nominato Ranil Wickremesinghe, ex primo ministro e leader del Partito Nazionale Unito, a diventare primo ministro. Poi ha ordinato la repressione militare di tutte le proteste e l’arresto degli attivist coinvolt. Lo slancio è minore rispetto alle prime settimane, ma la richiesta popolare di dimissioni per Rajapakse continua tutti i giorni, insieme alle proteste contro l’austerità e l’aumento dei prezzi.

Nimanthi Rajasingham insegna studi di genere all’università di Colgate - nello stato di New York - ed è tornata di recente da una visita in Sri Lanka. È autrice di Assembling Ethnicities in Neoliberal Times: Ethnographic Fictions and Sri Lanka’s War. Traduzione dall’originale, pubblicato da Tempest Mag, di Miriam Viscusi.

Cosa ci può dire delle proteste che sono scoppiate in tutto il Paese?

Le proteste stanno andando avanti da cinquanta giorni consecutivi. La zona più interessata è Galle Face Green, nel cuore di Colombo, tuttavia le manifestazioni si sono svolte in tutto il Paese e specialmente nella parte meridionale. Assomiglia molto al movimento Occupy negli Stati Uniti.

Tutto è iniziato tra l’8 e il 9 aprile, quando molte persone si sono riunite sotto la dimora del presidente Gotabaya Rajapksa a Mirihana urlando “Gota a casa!”. C’è stata una repressione molto dura, la polizia era scatenata, hanno arrestato tantissimi manifestanti. Ma c’era molta rabbia, perché il Paese sta attraversando una grande crisi economica con gravi deterioramenti delle condizioni di vita. Poco dopo quell’episodio, la gente ha deciso di andare a Galle Face Green, in quella che doveva essere una protesta di 48 ore con lo scopo di mandare a casa Gota e Rajapaksas.

Il 1° maggio si sono mobilitate un milione di persone. Poi si sono aggiunti gli studenti, le madri di chi è sparito andando in guerra. Si sono aggiunti numerosi gruppi, fino a formare uno spazio collettivo che vuole la fine di questo regime. Galle Face Green è diventato un luogo di protesta permanente, per questo dico che somiglia al movimento Occupy. Sono state costruite biblioteche-tenda, tende per artisti e performer, alcune persone hanno iniziato a vivere lì. Il posto è stato ribattezzato GotaGoGama, o anche GotaGoVillage, ed è un posto veramente allegro. È necessario dire questo, perché la situazione in Sri Lanka è davvero disperata. L’inflazione è intorno al 74%. Le bombole a gas che usiamo per cucinare, che a dicembre costavano 200 rupie, oggi costano 5000 rupie e sono difficili da reperire. A un certo punto è stata organizzata una marcia funebre e sulla bara c’era un’effige di Gotabaya. Le persone seguivano il corteo funebre e danzavano: è un grande sollievo collettivo essere lì tutti insieme.

Ed è anche un posto molto sicuro per le donne. Ho visto questa donna che cantava sul tema della corruzione, e su come i lavoratori sono stati oppressi per intere generazioni, e ha chiamato migliaia di persone attorno a sé. La partecipazione delle donne in questi spazi è fondamentale per la riuscita delle manifestazioni.

Il 6 maggio c’è stata una giornata di sciopero generale e l’intero Paese si è fermato. I sindacati hanno minacciato di procedere con uno sciopero a oltranza a partire dall’11 maggio se Gotabaya non si fosse ritirato. Per tutta risposta, il primo ministro ha dichiarato lo Stato d’emergenza e ha assoldato dei criminali per interrompere le proteste. Hanno invaso Galle Face e incendiato le tende. Così migliaia di persone sono scese in piazza per difendere l’occupazione, dando il via a una resistenza mai vista prima.

Purtroppo, dopo queste proteste così diffuse, il presidente Gotabaya ha messo in campo l’esercito, con l’ordine di sparare ai manifestanti. A Colombo e in tutto il Paese hanno dispiegato carri armati e checkpoint. Da allora il governo ha arrestato un gran numero di leader delle proteste, nel tentativo di indebolirle, e in effetti questo ha seminato paura tra la gente.

In quei giorni, Gotabaya ha invitato il leader dell’opposizione Sajit Premadasa a diventare primo ministro e a formare un governo di larga maggioranza fra tutti i partiti. Premadasa voleva accettare solo a patto che il presidente si dimettesse. A questo punto, Gotabaya ha proposto l’incarico al neoliberale Rani Wickremesighe. È opportuno notare che, quando ha accettato l’incarico, Ranil era l’unico membro del suo partito ad aver ottenuto un seggio grazie al sistema proporzionale. Era già stato primo ministro, dal 2015 al 2019, e aveva insabbiato alcuni scandali di corruzione, come delle frodi sui bond nella Banca centrale. Era anche molto orientato alle politiche neoliberali degli investitori stranieri e voleva accogliere tutte le richieste più impopolari del FMI.

Può darci una panoramica dei partiti e del sistema politico in Sri Lanka?

Dall’indipendenza, nel 1948, abbiamo avuto due partiti principali: il Partito Nazionale Unito (UNP), urbano, imprenditoriale, di destra, e il Partito della Libertà dello Sri Lanka (SLFP), che rivendicava una tradizione socialista, ma è anche un partito etno-nazionalista e responsabile dell’istituzionalizzazione dello Stato come paese buddista. Dal 1977, quando il neoliberismo è stato introdotto nel Paese, entrambi i partiti hanno implementato riforme per il libero mercato. Hanno anche continuato a dichiarare guerra alle minoranze, paventando al tempo stesso una soluzione politica al problema etnico. Alla fine la differenza tra i due partiti non è così netta.

Il fratello di Gotabaya, Mahinda Rajapksa, è stato presidente per due mandati, finché non è stato sorpassato dall’UNP nel 2015. Poi ci furono le “Bombe di Pasqua” del 2019, quando diverse chiese furono fatte esplodere da fondamentalisti islamici che rivendicarono l’attacco. Mahinda da allora ha rivitalizzato un piccolo partito chiamato Sri Lanka Peramuna Podujana (SLPP), noto anche come il Pohottuwa Party, e Gotabaya ha lanciato la sua campagna islamofoba e razzista, ponendosi come l’uomo forte che avrebbe protetto la popolazione dai fondamentalisti islamici. Sia i Tamil che i musulmani hanno sopportato il peso della sua ascesa al potere. La famiglia Rajapaksa ha cinque dei suoi membri in ruoli di potere e una serie di parenti in posizioni importanti nel governo. Da qui lo slogan “Rajapaksa tutti a casa!”.

Quando il partito UNP è stato sconfitto qualche anno fa, Sajit Premadasa (il cui padre fu presidente dal 1989 al 1993 e coordinò la guerra contro la popolazione Tamil) si staccò dall’UNP e formò un altro partito, il Samagi Jana Balawegaya o Partito del Potere al Popolo Unito. Ad oggi Premadasa è il leader dell’opposizione.

La formazione più recente è il Jathika Jana Balavegaya, o Partito Nazionale del Potere al Popolo (NPP), una coalizione di partiti di sinistra, intellettuali e sindacati. Potrebbero dare più speranza degli altri partiti.

Quali sono le cause della crisi e l’impatto sulla vita delle persone?

La causa immediata è che lo Stato ha esaurito le scorte di valuta estera, essenziale per acquistare beni di prima necessità come il carburante. La gente doveva aspettare ore in coda alle stazioni di servizio. C’è stata anche una scarsità di medicinali. Numerosi ospedali hanno sospeso tutti i trattamenti tranne le operazioni d’urgenza. Poi ci sono stati i tagli all’elettricità. La valuta è precipitata. Ad aprile il cambio era 200 rupie per un dollaro; oggi è 364 e perde valore di giorno in giorno. Il potere d’acquisto delle persone cala con una rapidità incredibile.

Com’è successo tutto questo?

Appena dopo la fine della guerra civile nel 2009, Mahinda Rajapaksa, allora presidente, avviò una serie di progetti di grandi infrastrutture e prese in prestito il denaro da banche commerciali, con tassi d’interesse spropositati. Il 50% del debito dello Sri Lanka proviene da prestiti commerciali. Erano prestiti insostenibili, intrapresi con la promessa di far sviluppare il paese in tempi rapidi e modernizzarlo in stile Singapore. Mentre la narrazione neoliberale del successo raccontava che il Paese aveva sviluppato un’economia import-export basata sull’esportazione di indumenti da zone economiche “speciali”, e che il turismo e il tè avrebbero portato grande benessere, niente di tutto questo è accaduto. Il Paese soffre un debito di 52 miliardi di dollari e di recente ha dichiarato default, perché non possiede valuta estera a sufficienza.

Possiamo aggiungere che le Bombe di Pasqua del 2019 hanno avuto un impatto negativo sul turismo e che il Covid-19 ha portato alla perdita delle rimesse dei lavoratori che vivono nel Medio Oriente. Sono circa due milioni gli emigranti che vivono all’estero e mandano denaro all’interno del Paese. Ogni anno arrivano in questo modo tra i 500 e gli 800 milioni di dollari. Ma con la pandemia molti hanno perso il proprio lavoro. Così ci sono state gravi perdite nei settori di maggiore rendita: turismo, rimesse estere ed esportazione di indumenti e tè.

Un’altra causa importante della crisi è nel 2021 Gotabaya Rajapaksa ha deciso di trasformare l’agricoltura dello Sri Lanka in agricoltura biologica nel giro di un anno. Ha fermato le importazioni di fertilizzanti chimici, sostenendo che gli agricoltori ne fossero eccessivamente dipendenti. Nonostante i ripetuti avvertimenti sulla pericolosità di questa politica, e sul fatto che potesse fallire se non l’avesse impostata gradualmente, Gotabaya ha semplicemente eliminato le importazioni di fertilizzanti. Risultato: circa il 70% del racconto è andato perso. Gli agricoltori del paese sono tipicamente piccoli proprietari terrieri e tutto ruota intorno al riso. Per cui, mentre prima eravamo autosufficienti al 90% con le nostre risaie, adesso siamo completamente in carenza di riso. Questo ha portato all’insicurezza alimentare e alla scarsità di cibo.

Economisti come Ahilan Kadiragamar hanno sottolineato che questa crisi si stava delineando già negli ultimi due anni, ma il governo non ha fatto nulla per ridurre le importazioni di prodotti di lusso e beni non essenziali. Per questo oggi non abbiamo denaro neanche per comprare le cose essenziali.

Infine, direi che questa crisi affonda le proprie radici negli ultimi quarant’anni e non è semplicemente il risultato di corruzione o mala gestione. È la fede nell’economia neoliberale, basata sul modello import-export, con poca industrializzazione (tranne che nel settore tessile) e poca regolamentazione. La globalizzazione contemporanea ci ha legato al mercato globale ed esposto alle sue tendenze, senza protezioni sufficienti. Stiamo vedendo i risultati ultimi del libero mercato e non siamo liberi per niente: stiamo letteralmente morendo di fame.

Come hanno risposto l’India e la Cina? E il Fondo Monetario Internazionale? Quali soluzioni sono state offerte e cosa ne pensa la sinistra?

La Cina è il nemico, nell’immaginario comune. Innanzitutto, durante la fase finale della guerra civile tra il 2008 e il 2009, la Cina ha finanziato e armato il regime di Rajapaksa. Sia l’India che la Cina hanno fermato diversi tentativi dell’ONU di sanzionare lo Stato. In più, dopo la guerra, la Cina ha fornito a Mahinda Rajapaksa dei finanziamenti per costruire un enorme porto a Hambantota, la sua base elettorale. Il porto non era funzionale ed è stato ceduto ai cinesi per 99 anni perché lo Stato non può ripagare il prestito con cui l’ha costruito. Sempre con soldi cinesi, è stato costruito anche l’aeroporto di Mattala, che doveva essere un aeroporto internazionale ma è completamente in disuso. Altri prestiti cinesi sono arrivati per autostrade e infrastrutture, che hanno permesso il dilagare della corruzione. Il pedaggio per queste strade, ad esempio, è troppo caro per la gente comune, quindi servono solo ai ricchi per muoversi velocemente. Hanno stratificato in base alla classe anche la mobilità.

In ogni caso, il debito dello Sri Lanka alla Cina costituisce solo il 10% del debito estero. La maggior parte viene dalle banche di Wall Street.

Ora, anche l’India puntava al controllo del porto di Trincomalee per ragioni strategiche e in questo caso potrebbe ottenerlo. Fornisce allo Sri Lanka dei “prestiti ponte” per affrontare la situazione attuale. Da gennaio si tratta di tre miliardi, ma in qualche modo bisognerà rimborsarli.

Al momento il governo è in trattativa con il FMI per altri prestiti. Il FMI potrebbe imporre delle condizioni, una di queste è un’ulteriore privatizzazione delle imprese statali. Come sempre, sostengono che il settore pubblico spreca risorse e non rende. Ma il ruolo dello Stato è anche di fornire un impiego alle persone. Ora, immagina se dovessi privatizzare intere proprietà dello Stato e licenziare un mucchio di persone, in un momento in cui stanno già faticando per pagare il cibo a causa dell’inflazione. Significa chiedere ai lavoratori e a chi è in povertà – coloro che non hanno colpa della crisi – di pagare e di portare il peso degli errori dell’élite.

Un’altra condizione è che lo Stato dovrebbe abolire i controlli dei prezzi. È vero che il FMI vuole annullare i tagli alle imposte per i benestanti voluti da Gotabaya, ma vuole anche aumentare l’IVA, cosa che colpirà soprattutto la classe lavoratrice.

La sinistra ha rifiutato queste soluzioni. Anche se non rifiutano del tutto il salvataggio del FMI, i partiti di sinistra sono critici delle condizioni che costringeranno la classe lavoratrice a sopportare il fardello della corruzione e delle politiche neoliberali che hanno favorito soltanto le élite. C’è anche chi sostiene che dovremmo dichiarare default sui nostri debiti e pensare a soluzioni che evadano la cornice capitalista.

Le minoranze presenti nel Paese hanno sostenuto queste proteste? Come hanno reagito? C’è diversità nelle masse di manifestanti?

A sinistra c’è molto dibattito riguardo all’inclusione nelle proteste attuali di altri temi, come la questione delle minoranze e della violenza dello Stato contro di esse. In effetti il Paese si sta ancora riprendendo da un grosso conflitto etnico che si è concluso male per i Tamil: molti civili appartenenti a questa etnia sono stati uccisi alla fine della guerra. Dobbiamo ricordare che Gotabaya Rojapaksa era ministro della Difesa all’epoca. Sotto la sua direzione, ad esempio, i civili Tamil sono stati portati in delle no-fly zone e poi bombardati dall’esercito. Dobbiamo chiederci come possa essere stato eletto un leader che ha orchestrato una violenza tale.

Fino a che punto la discussione sulle minoranze arriva nelle piazze?

Di questo non sono sicura. Alle manifestazioni si vedono segni di solidarietà. Ad aprile ci sono stati contemporaneamente il Ramadan, la Pasqua e il Capodanno cingalese e Tamil, e si vedevano musulmani che interrompevano il digiuno per condividere i pasti con i cingalesi. Per la prima volta dal 2009 c’è stata una commemorazione del massacro dei Tamil. Ma non sono sicura che quanto accade durante le proteste rifletta una coscienza collettiva sul fatto che le minoranze abbiano sofferto per anni. Sono comunque dei segnali di speranza ma c’è ancora strada da fare.

Cosa si può fare per dimostrare solidarietà? Cosa stanno facendo le persone per resistere e come possiamo aiutarle?

In modo molto concreto, ci sono dei siti che raccolgono denaro per procurare medicinali. Quindi, se volete fare delle donazioni, c’è modo di farlo.

Oltre a questo, credo che sia necessario pretendere in modo collettivo che le istituzioni globali non impongano politiche di austerità a una popolazione già colpita. Perché devono essere le persone comuni a pagare per i problemi creati dalle élite? Se vuoi prevenire l’ascesa di partiti di estrema destra, devi evitare di punire i più poveri. Dovunque l’austerità impoverisce la gente, i nazionalismi imperversano e cercano capri espiatori nelle minoranze. I cingalesi hanno sempre dato la colpa alle minoranze e hanno sempre affermato che il loro fosse un paese solo per cingalesi buddisti. Queste tendenze si inaspriranno se le disuguaglianze aumentano. Invece ci si dovrebbe concentrare sulla cancellazione del debito, per non far pagare al Paese questi prestiti con tassi d’interesse altissimi. Per lo Sri Lanka, tasse ai ricchi e redistribuzione dovrebbero essere la priorità.

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