Le proteste irachene minacciate dalla politica di Trump in Iran

22 / 2 / 2020

Un articolo di Yousef K. Baker, originalmente pubblicato da MERIP. Traduzione di Francesco Cargnelutti e Lorenzo Feltrin.

Da ottobre 2019, un vibrante movimento di protesta guidato da cittadini provenienti da tutti gli strati sociali e diretto contro la corruzione, l’inettitudine e l’incompetenza del governo sta spazzando l’Iraq. Questi sollevamenti hanno minato alla base la credibilità dello stato e si sono dimostrati una minaccia per le élite che si sono strette attorno al potere negli ultimi 16 anni. Ormai nel paese le proteste si ripetono quasi su base annuale: ci sono state quelle a Bassora nel 2018, nel Kurdistan iracheno nel 2017, i sollevamenti che nel 2016 hanno preso il controllo della Green Zone, quelli che nel 2015 sono iniziati in Piazza Tahrir a Baghdad e quelli del 2013 nella provincia di Anbar.

Le élite politiche irachene, se da un lato hanno ripetutamente promesso riforme che non sono mai state messe in atto, dall’altro hanno attaccato violentemente i manifestanti. Questi hanno imparato e perso la pazienza. Una nuova società civile irachena sta emergendo assieme ad una nuova cultura politica che cerca di andare oltre le identità settarie e che pone l’attenzione sui fallimenti dei governi post-2003 per migliorare servizi ed opportunità economiche. I manifestanti si sono rifiutati di accettare segnali di mera riforma, promettendo di rimanere sulle strade finché le loro richieste di rinnovare lo stato ed il sistema elettorale non verranno accolte.

Ma il nuovo spazio di possibilità creato dai manifestanti è stato gravemente danneggiato dagli sconsiderati attacchi americani contro gli interessi iraniani in Iraq. Il 27 dicembre del 2019, gli Stati Uniti, violando quanto previsto dalla propria missione di aiuti all’Iraq per respingere l’Isis, hanno bombardato un campo delle Forze di Mobilitazione Popolare (Fmp) dell’Iraq, uccidendo 25 iracheni e ferendone più di 50. Il 3 gennaio 2020, le forze statunitensi hanno assassinato il Maggior Generale Qassem Soleimani, comandante della “Forza Quds”, il corpo d’élite delle Guardie della rivoluzione islamica dell’Iran, quattro dei suoi assistenti e cinque iracheni, tra cui Abu Mahdi al-Muhandis, uno dei comandanti di alto grado nelle Fmp.

Il movimento di protesta iracheno indebolito

Gli attacchi statunitensi hanno permesso alle élite politiche irachene di recuperare un’apparenza di credibilità facendo appello a sentimenti nazionalisti, proprio quando erano state travolte da una crisi di legittimità. Il dibattito negli Stati Uniti si è ovviamente fissato sulle tensioni tra Usa ed Iran e le conseguenti minacce per la sovranità irachena. In Iraq, invece, i partiti politici si presentano ora come difensori della sovranità, prendendo posizione contro l’aggressione americana; questa concede loro una tregua retorica dal coro di critiche provenienti dai cittadini iracheni disoccupati, precari ed esclusi politicamente. Sami al-Askari, capo staff del precedente Primo Ministro Nouri al-Maliki, è tra coloro che sostengono che gli attacchi hanno unito gli iracheni contro gli Stati Uniti: “Penso che gli iraniani abbiano conquistato la maggior parte degli iracheni sciiti; perfino le voci che si esprimevano contro l’Iran sono svanite”.

L’assassinio di al-Muhandis e gli attacchi contro le Fmp hanno inoltre forzato un cambiamento nell’appoggio iracheno per queste. Prima degli attacchi, uno degli obiettivi principali dei manifestanti era il disarmo delle Fmp e di tutte le organizzazioni paramilitari nel paese. Le Fmp in particolare – e, più in generale, il ruolo di gruppi armati legati ai partiti politici – sono state un argomento di grande dibattito in Iraq ed un punto di scontro chiave per i manifestanti. Le Fmp, costituite da persone che si sono attivate come volontari per difendere i territori iracheni, hanno goduto di ampio supporto durante e immediatamente dopo la loro campagna vittoriosa contro l’Isis nel 2014. Nonostante ci siano volontari delle Fmp che si sono uniti alle insurrezioni di ottobre, alcune milizie di queste forze sono rimaste mobilizzate e si sono radicate politicamente come parte degli apparati di sicurezza. I partiti politici hanno iniziato a creare milizie e le milizie hanno iniziato a formare ali politiche. Questa situazione ha peggiorato il livello di corruzione e violenza dal momento che le élite dello stato potevano aggirare la responsabilità politica attraverso la forza bruta e la coercizione. I leader delle rivolte hanno chiesto che le forze armate irachene siano le sole responsabili della difesa del paese e del suo popolo. Si tratta di uno degli obiettivi più difficili da raggiungere ed anche uno dei motivi per cui le proteste in Iraq sono state così violente sin dall’inizio: alcuni elementi all’interno delle Fmp, come anche nell’esercito, hanno attaccato i manifestanti considerandoli come una minaccia diretta al loro status.

Gli Stati Uniti descrivono le Fmp come proxy e pedine dell’Iran. Hanno quindi aggredito retoricamente, ma anche con recenti attacchi di droni, le basi delle Fmp e i loro comandanti di più alto grado. Di conseguenza, le Fmp sono state raffigurate come vittime dell’aggressione americana e sono state spinte sempre di più nell’angolo. Le richieste dei manifestanti di dissoluzione delle Fmp vengono ora bollate come allineate agli interessi americani in Iraq. Le manifestazioni irachene per una politica più equa, inclusiva e responsabile sono state quindi subordinate al più largo conflitto tra Usa e Iran.

La colpevolezza degli Stati Uniti per i fallimenti dello stato iracheno

Il 5 gennaio 2020, il parlamento iracheno ha votato una risoluzione non vincolante storica che ha fatto appello al Primo Ministro Adel Abdul-Mahdi per “porre [formalmente] fine alla presenza di truppe straniere sul suolo iracheno e proibire loro l’utilizzo della terra, dello spazio aereo o delle acque per qualsiasi motivo”. Dopo 13 anni di occupazione americana, e un numero di morti iracheni che va dai 100.000 al milione, la devastazione dell’infrastruttura civile e un governo nel caos, l’organo deliberativo iracheno (fondato sotto l’occupazione americana) ha richiesto il ritiro delle truppe Usa. Gli attacchi degli Stati Uniti il 27 dicembre e il 3 gennaio hanno indubbiamente fatto precipitare la situazione. Dopo il voto per l’espulsione delle forze statunitensi dall’Iraq, il presidente Donald Trump ha minacciato di lanciare sanzioni “come non ce ne sono state mai prima”, e ha sostenuto che gli iracheni avrebbero dovuto pagare per le installazioni che gli americani si sarebbero lasciati dietro. Il segretario di stato Mike Pompeo ha successivamente ribadito l’impegno degli Stati Uniti nella lotta all’Isis in Iraq e ha dichiarato che gli Usa non avrebbero lasciato il paese. Queste dichiarazioni sono suonate vuote poiché gli attacchi di dicembre e gennaio hanno colpito propri quelli che sono gli avversari più formidabili dell’Isis in Iraq. Dopo che la presa di Mossul da parte dell’Isis nel 2014 ha reso evidenti seri problemi all’interno dell’esercito iracheno, sono state proprio le forze kurde dei Peshmerga, assieme alle neo-istituite Fmp e al supporto iraniano, a combattere con successo contro l’Isis sul campo.

Le ondate delle proteste irachene sono una risposta alla disperazione che ha pervaso il paese a partire dall’invasione statunitense del 2003, anche se in realtà questa situazione ha caratterizzato la vita irachena fin dalla prima Guerra del Golfo del 1991. Quella guerra ha devastato l’infrastruttura del paese mentre i successivi 13 anni di assedio imposti dagli USA (eufemisticamente chiamato sanzioni) hanno impedito all’Iraq di riprendersi. Lo “shock and awe” dell’invasione statunitense del 2003 ha distrutto quello che rimaneva dell’infrastruttura irachena, mentre la successiva occupazione ha decimato lo stato e la burocrazia del paese. La ricostruzione Americana dell’Iraq è stato un esperimento di state-building neoliberale. Qualsiasi istituzione dello stato che non fosse stata spazzata via dalla guerra è stata svuotata dalle politiche di de-Ba’athificazione, che hanno bandito burocrati, impiegati statali e professionisti da qualsiasi ruolo nell’Iraq post-2003.

La ricostruzione ha avuto come obiettivo l’integrazione dell’Iraq nell’economia globale, facendo affluire nel paese capitale da tutto il mondo. Questa ricostruzione è diventata quindi l’occasione di un’accumulazione frenetica che ha beneficiato gli investitori ricchi dei paesi limitrofi, come l’Iran, ma anche gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e altri paesi che erano coinvolti nell’invasione. L’economia irachena è stata quindi decimata di nuovo, questa volta non dalle bombe, ma da una fede demagogica nel fondamentalismo del libero mercato che ha sacrificato ciò che rimaneva del settore privato iracheno, per non parlare di quello pubblico, a ricchi stranieri e ai loro alleati iracheni. Rapidamente, l’occupazione si è sbarazzata delle tariffe, ha introdotto la flat tax, permesso maggiori controlli stranieri sugli affari, facilitato il rimpatrio dei profitti fatti in Iraq e deregolamentato industrie come quella delle comunicazioni. Questa ricostruzione dell’Iraq, fatta alla svelta e ad-hoc, è stata sostanzialmente progettata sulla base delle prerogative domestiche dell’élite politica ed economica americana.

Un ottimo esempio dei gravi difetti della ricostruzione è stato quello dell’insistenza americana nell’affrettare la scrittura e la ratifica della costituzione irachena al fine di venderla come un progresso all’elettorato americano. La costituzione che ne è risultata era silente su questioni chiave, come il ruolo e il potere dei diversi livelli del potere giudiziario, come anche sui ruoli legislativi in competizione tra loro del presidente e del primo ministro. Ha inoltre esacerbato problemi nascenti come quello del settarismo lasciando vaga la relazione tra i governi provinciale, regionale e federale. Questa mancanza di chiarezza nelle modalità di funzionamento del governo ha aumentato le richieste di istituire numerosi governi regionali autonomi, come anche quelle per un controllo esclusivo delle risorse naturali. La base giuridica del nuovo stato iracheno è stata compromessa da giurisdizioni sovrapposte. Al di là delle fiorettature retoriche americane dei “pesi e contrappesi”, questa confusione istituzionale è diventata l’occasione di infinite dispute legali e ha portato una serie di primi ministri a creare istituzioni parallele all’interno dei loro uffici per evitare i propri ministri. Infine, gli Stati Uniti, sperando di calmare una popolazione irachena insofferente, ha sostenuto uno stuolo di élite scelte personalmente. Questo processo è stato influenzato pesantemente dall’ossessione americana per il presunto settarismo iracheno e dal suo desiderio di forzare un tipo di governance basata sul confessionalismo di stampo libanese. È stata una profezia auto-avverantesi: hanno in effetti finito col costruire un sistema politico settario.

Poiché la struttura genetica del governo iracheno è stata codificata dall’occupazione americana, la maggior parte delle manchevolezze dello stato iracheno sono in realtà dei fallimenti delle politiche e dell’intervento statunitensi. Non si tratta quindi solamente di fenomeni che – come invece continuano a sostenere ricostruzioni provenienti da tutto lo spettro politico statunitense – possano essere attribuiti semplicemente ad azioni di politici iracheni corrotti o ad “antichi odi”.

Manipolazioni interne ed esterne della politica irachena

Se c’è una generalizzazione plausibile in merito al sistema politico iracheno, questa sta nel fatto che esso è malleabile e facilmente influenzabile da potenze esterne. La maggioranza dell’attuale élite politica irachena era in esilio prima del 2003 e i suoi membri hanno avuto accesso a posizioni di potere tramite l’occupazione statunitense. Sono rimasti al potere – nonostante il debole consenso popolare – alimentando una cultura identitaria in supplenza a qualsiasi tipo di visione politica sostanziale, e appoggiandosi a potenze esterne, mentre arricchivano sé stessi e i propri apparati di partito dirottando le risorse delle casse statali. In pratica, ciò vuol dire vacillare tra protettori stranieri come l’Iran, l’Arabia Saudita, la Turchia, gli Emirati Arabi Uniti, etc. L’Iran si è rivelato essere il più abile in questo gioco, sfruttando i suoi intricati legami culturali, sociali, religiosi ed economici con gli iracheni.

Con l’aumento della pressione da parte dei protettori stranieri, in particolare l’Iran e gli Stati Uniti, lo spazio di manovra degli attori politici interni diminuisce. In parte, il sostegno iraniano per l’élite politica irachena è una conseguenza della politica regionale statunitense che, nel corso degli ultimi due decenni, è passata dal contenimento dell’Iran a un tentativo di diminuire la sua influenza. La Repubblica Islamica ha quindi esteso le proprie alleanze nel tentativo di difendere la propria posizione dai satelliti regionali di Washington, che si tratti di stati, come l’Arabia Saudita, gli Emirati, il Bahrain o l’Egitto, o di non stati, come le milizie operanti in Siria, Yemen e altrove. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran che si sta svolgendo in Iraq non è una rivalità o una lotta tra eguali, è piuttosto un gioco strategico messo sul tavolo dagli statunitensi e giocato astutamente dagli iraniani.

La debolezza dello stato iracheno si manifesta specialmente nell’incapacità del primo ministro di controllare il proprio governo. Tramite la lottizzazione dei ministeri, determinati partiti politici possono implementare autonomamente le proprie politiche e succhiare le risorse pubbliche. I rimpasti di governo hanno il potenziale di alterare considerevolmente l’accesso dei partiti alle risorse statali, cosa che incoraggia i partiti a difendere lo status quo, anche se non funziona. Per questo i manifestanti chiedono cambiamenti fondamentali nel funzionamento dello stato, e per questo la classe dirigente si rifiuta di cedere. L’accresciuta instabilità nel paese causata dagli ultimi attacchi americani ha aumentato la paura delle élite nei confronti di qualsiasi possibilità di cambiamento. Tutto ciò significa che lo spazio per uno sbocco politico dell’insurrezione popolare si restringe. Gli attacchi americani hanno aumentato gli incentivi dei governi stranieri a interferire in Iraq e a spingere i propri alleati interni all’escalation.

Il gioco politico delle élite irachene è ora sotto gli occhi di tutti. È chiaro che il Primo ministro ad interim Mohammed Tawfiq Allawi ha ottenuto l’incarico grazie all’assenso di Hadi al-Amiri e Muqtada al-Sadr. Al-Amiri è un fedele alleato dell’Iran, mentre Sadr si è mosso tra vari protettori, anche se ultimamente si è riavvicinato alla Repubblica islamica. Sadr è diventato un attore centrale nel caos iracheno. Figlio di un popolare uomo religioso fatto assassinare da Saddam Hussein, dal 2003 in poi Sadr è stato il politico iracheno con il più grande seguito (anche se ultimamente la sua legittimità è diminuita). Con le proteste iniziate in ottobre, ha faticato a trovare il proprio posto nel contesto della rivolta. Nonostante i suoi sforzi di prendere le distanze dalla corrotta élite politica, il movimento di protesta non lo ha appoggiato.

Gli attacchi del 3 gennaio 2020 hanno aiutato Sadr a trovare una posizione conveniente, quella di spingere ancora una volta per il ritiro immediato delle forze statunitensi dall’Iraq. Come un musicista che torna ai propri grandi classici, ha rispolverato la sfida aperta contro l’occupazione americana che lo aveva reso celebre dopo l’invasione del 2003. Gli slogan nazionalisti hanno permesso a Sadr di aggirare la rivolta e portare avanti un appello populista alla sovranità irachena accompagnato da una posizione ambigua nei confronti dell’influenza iraniana. Al suo appello a protestare contro la presenza statunitense in Iraq, hanno fatto seguito manifestazioni di massa, con decine o centinaia di migliaia di persone in corteo a Baghdad il 24 gennaio. La mobilitazione di Sadr ha di fatto spaccato la rivolta, giacché gli uni hanno aderito al corteo mentre gli altri sono rimasti in piazza Tahrir. Il dibattito tra i seguaci e i critici di Sadr ha aggiunto un’ulteriore frattura nella rivolta. Sadr ha poi richiesto ai propri militanti di aiutare le forze dell’ordine a sgomberare le proteste, cosa che si è concretizzata in violenti scontri tra i sadristi e i manifestanti. Il declino dei numeri nelle piazze le ha rese più vulnerabili agli attacchi della polizia, delle Pmf e anche delle milizie del Movimento sadrista. La tensione è aumentata così rapidamente che l’Ayatollah Sistani – di solito politicamente schivo – si è sentito in dovere di chiedere alle forze dell’ordine di proteggere i manifestanti: “Gli apparati statali devono prendersi la responsabilità di mantenere l’ordine, proteggere le piazze e i manifestanti pacifici e identificare i violenti e i facinorosi”.

Il potere americano e la crisi permanente

Quelle elencate sono solo alcune delle principali conseguenze dell’assassinio di Soleimani e della precaria strategia politica attuata in Iraq. Alcune erano prevedibili, altre meno. Ma una cosa è chiara, l’assassinio di Soleimani e al-Mhandis avrà una lunga catena di effetti impossibili da predeterminarsi.

Tale esercizio del potere americano è a basso costo solamente per gli Stati Uniti. La vulnerabilità statunitense in Iraq non ha un prezzo proibitivo. La guerra americana è pensata per minimizzare la perdita di vite americane, le vite altrui finiscono in un altro conteggio. Le minacce contro obiettivi all’interno degli Stati Uniti non sono aumentate in modo significativo. Economicamente, la guerra Usa e la ricostruzione post-bellica sono diventate spazi ottimali per l’accumulazione di capitale. La vulnerabilità degli Stati Uniti è spesso attribuita a una mancanza di risoluzione, che porta a rinnovati appelli a potenziare ulteriormente l’apparato militare americano, proseguendo così l’accumulazione militarizzata. Si parla già di 3.500 soldati americani aggiuntivi da schierare nella regione dopo gli assassinii.

La gestione degli interessi americani in Medio Oriente attraverso una crisi permanente non mette in pericolo la strategia regionale statunitense. In altre parole, anche se le azioni di Trump fossero azzardate e incoerenti, il loro risultato resta la perpetuazione della situazione di caos e instabilità che prolunga a sua volta l’interventismo americano nella regione. Per i popoli mediorientali, però, questo significa ulteriori sacrifici di vite umane e povertà. Ma non solo. Significa che la possibilità di un futuro migliore, per il quale sta lottando la nuova generazione irachena, è ancora una volta minacciata.

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