Lezioni della rivolta in Colombia

11 / 5 / 2021

Per approfondire quanto sta accadendo in Colombia e contestualizzarlo nell’attuale fase politica vissuta dall’America Latina, Christian Peverieri ha tradotto un articolo di Raúl Zibechi pubblicato alcuni giorni fa su La Jornada.

 Una settimana di sciopero generale con mobilitazioni che insinuano insurrezioni hanno incrinato il modello di dominazione amministrato dall’estrema destra di Álvaro Uribe. Il saldo provvisorio è di circa 30 morti per la repressione poliziesca, 10 violazioni, 1400 casi di brutalità poliziesca con oltre 200 feriti e circa un migliaio di arrestati. Alcune riflessioni su questa monumentale e incoraggiante movimento:

1. Il sistema capitalista è genocida e criminale, in particolare in questo momento di declino e nei paese dell’America Latina. Il suo carattere non dipende dal governo che amministra il modello, perché è un regime strutturalmente genocida, poiché si basa in un modello di accumulazione per spoliazione e furto che può funzionare solo con la violenza, l’esclusione e l’emarginazione della maggioranza.

La brutale repressione a mano del Escuadrón Móvil Antidisturbios risponde al fatto che mezzo paese, mezzo continente, lasciato alla logica del capitale, deve essere tolto di mezzo, rinchiuso nei suoi quartieri o morto se si azzarda a protestare. Le esecuzioni sommarie, i crimini contro i giovani, non sono errori né deviazioni de qualche uomo in divisa, ma politica dello Stato del capitale.

«Se ipoteticamente ci sono dei casi di vandalismo, si suppone che le persone siano catturate e condotte davanti a un giudice, ma ciò che vediamo è che si passa direttamente a esecuzioni di manifestanti», sostiene il colombiano Richard Tamayo Nieto (https://bit.ly/2RmGqCu). Il sistema ora non aspira a integrare né ad addomesticare i los de abajo, ecco perché elimina i manifestanti, che considera terroristi. 

Nella misura in cui la popolazione “eccedente” è attorno alla metà del nostro continente, non ha diritto alla protesta, che viene considerato un rischio per lo Stato e le manifestazioni sociali devono essere affrontate militarmente, osserva Tamayo. Dal momento che si tratta di una realtà strutturale, il governo che eventualmente succederà a quello di Iván Duque potrà moderare la repressione, ma solo questo può fare.

2. È necessario concentrarci nel “basso”, una volta che conosciamo l’”alto” genocida. In particolare, centinaia di migliaia di giovani hanno sfidato la repressione, lo stato d’eccezione e la criminalità poliziesca durante sette giorni (per lo meno fino al 5 maggio). Questo è il principale cambio in Colombia e in tutta la regione.

Siamo di fronte a un ricambio generazionale che insegna modi di fare differenti dai precedenti. Per lottare, resistere e ribellarsi contro il sistema non c’è bisogno di avanguardie che, il più delle volte, si convertono in ostacoli, dal momento che pretendono dirigere, dai loro uffici, senza nemmeno domandare o ascoltare le persone che scendono in strada. Hanno imparato a prendersi cura di loro stessi perché appartengono già a gruppi di affinità, artistici o di vicinato nei quali socializzano.

Le donne giovani sono in prima fila, al pari degli uomini, guidando forme di protesta che non cercano il confronto ma dicendo ciò in credono e difendendosi collettivamente dagli assassini in uniforme. Questa generazione sa che cosa deve affrontare ma ha perso la paura e fa risuonare un grido che ascoltiamo in tutte le geografie del nostro sud: sì, si può.

3. Non c’è uscita da questo modello senza potenti mobilitazioni “abajo y la izquierda”. Si esce solo con la crisi politica, perché chi beneficia dell’estrattivismo, probabilmente il 30% della società, difenderanno i propri privilegi con la violenza generalizzata.

Di questo si tratta, più che un cambio di governo, di cambiare il modo di accumulazione che distrugge le società e l’ambiente. Se non freniamo questo modello speculativo finanziario (miniere, monocoltura, grandi opere e speculazione immobiliare), entreremo in un periodo di barbarie nel quale due terzi della società saremo sottomessi in campi di concentramento a cielo aperto, con l’altro terzo vigilandoci, consumando e votando.

4. Non andiamo verso governi migliori, ma verso un tempo di ingovernabilità, al di là di chi starà al potere nei palazzi di governo. Vinca chi vinca le elezioni, non ci sarà riposo né tregua. Stiamo entrando in un periodo caotico, nel quale non ci sono forze capaci di imporre un ordine che non sia quello dei cimiteri.

Come succede su scala globale e geopolitica fino al più remoto angolo del pianeta, il disordine si è trasformato nella norma, nel quotidiano; ciò che l’EZLN chiama tormenta, provocata per l’inarrestabile vocazione depredatrice dell’idra capitalista. Che sfida i nostri saperi, le forme di azione e gli obiettivi dei movimenti antisistemici consistenti nella presa del potere.

“Las y los de abajo” dobbiamo imparare a vivere e a convivere con l’incertezza, la violenza sistémica e i permanenti tentativi di farci sparire. Il prendersi cura collettivamente deve collocarsi nel timone di comando, in spazi autocontrollati fuori dalla portata dei “machos” armati del capitale. Questa è la forma che necessita l’autonomia durante il caos sistemico.

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