Lotte indigene e diritto universale al "buen vivir"

Intervista a Moira Millan al Venice Climate Camp

25 / 9 / 2019

Moira Millan, nel suo intervento al Venice Climate Camp, ci ha parlato del punto di vista delle donne indigene, dei movimenti in Argentina e delle lotte per il “derecho al buen vivir”. Quest’ultima, una lotta completa e complessa che include i diritti delle donne, la difesa dell’ambiente e del territorio, l’autodeterminazione dei popoli. Radio Sherwood l’ha intervistata al termine del focus-lab “Crisi climatica ed ecotransfemminismo”. Nella parte conclusiva dell'intervista Moira lancia un climate camp nel sud della Patagonia, che si terrà dal 7 al 10 febbraio.

Quali sono i punti principali della lotta che in questo momento le donne indigene Mapuche stanno portando avanti?

Il popolo mapuche sta lottando principalmente per la sua libera autodeterminazione, per recuperare i propri territori e difenderli dall’estrattivismo che avanza ogni giorno di più e minaccia la vita. Tuttavia non vorrei parlare soltanto del popolo mapuche, ma anche in generale del movimento delle donne indigene per il Buen Vivir. C’è in questa lotta un protagonismo molto importante e forte di tutte le donne indigene delle trentasei nazioni in Argentina. Ci stiamo realmente sollevando e organizzando per difendere i nostri territori.

A proposito della questione indigena: in Argentina, a differenza di altri paesi di Centro e Sud America, c’è una negazione dell’esistenza stessa di una “questione indigena”.

L’Argentina è l’Europa del Sud America; è purtroppo un Paese molto razzista ed estremamente eurocentrico. I governi hanno sempre portato avanti politiche di sterminio prima e di negazionismo, poi. Tale negazionismo ha provato a rendere invisibile la nostra esistenza. Ci ha provato, ma ha fallito contro la forza della Mapu [termine di origine mapundungun che significa letteralmente “della terra”, ndt], di noi popoli che ci solleviamo in rivolta ed esigiamo dei diritti. Ora non lottiamo più solo per i nostri diritti, stiamo anche proponendo la costruzione di una logica diversa del vivere, ponendo il Buen Vivir come un diritto.

Buon vivere significa recuperare il rispetto e la reciprocità nei rapporti fra i popoli e con la natura. Questa proposta è una sfida, e non riusciamo a entrare nell’agenda di nessun politico, né del governo attuale - che si può realmente definire fascista, razzista, ultracapitalista neoliberale e propone solo politiche di morte - né di quella dell’opposizione, perfino quella di sinistra. Nessun candidato alla presidenza in Argentina ha parlato della popolazione indigena e dei conflitti ambientali.

L’idea del Buen vivir può avere applicazioni interessanti anche qui in Europa, nasce dal fatto che la crisi non è solo economica e ambientale, ma anche di civiltà. Forse l’idea del buen vivir è quella di comprendere tale crisi nel contesto capitalista, causa di molti disastri. Magari i popoli indigeni, attraverso la spiritualità recuperata e un altro modo di vedere le cose, arriveranno a portare alla luce un altro sistema. In questo senso la lotta di cui stiamo parlando è antisistemica. Non basta distruggere è necessario costruire un nuovo sistema.

Certo, il sistema dominante ha creato identità artificiali, costruite seguendo le frontiere, ha creato le identità dei “Paesi” e in questo modo ha spartito il suo potere nell’ordine mondiale. Al contrario, noi [popoli indigeni, ndt] proponiamo il recupero di una geopolitica ancestrale, il sentimento di appartenenza alla terra. Questo sistema rivendica la sacralità della proprietà, noi rivendiamo la sacralità della vita. In questa crisi, che definirei una lunga notte di cui tuttavia vedremo la luce, mi pare di vedere un’alternativa identitaria per una nuova umanità in cui ci vediamo tutti come fratelli, ci ritroviamo per costruire una società che pone la vita come valore centrale.

In queste lotte il protagonismo delle donne è forte: viene in mente la lotta ambientale e la marcia delle donne indigene in Brasile. Ci sono delle relazioni tra i popoli indigeni e soprattutto fra le donne di tutto il continente.

Le lotte delle donne indigene in Amazzonia e Mato Grosso non sono nate ora con Bolsonaro, sono lotte ancestrali. Ho avuto più volte l’opportunità di condividere un’agenda comune con le sorelle in Brasile e oggi mi rendo conto che avevano anticipato quello che sarebbe successo nel loro territorio. Hanno protestato, chiedevano aiuto per eliminare alcune politiche, che erano il segnale del’attuale genocidio dei popoli indigeni e della vita in Amazzonia. È per questo che ritengo importante dare solidarietà a questi popoli e le donne nel mondo hanno una grande responsabilità: perpetuare la vita nella terra in una logica di rispetto, recuperando il nostro potere e la nostra forza. Abbiamo un potere enorme, che ci è stato limitato dall’istituzione Chiesa.

Per questo non si può essere antipatriarcali senza essere anticlericali. Non capisco come si possa essere femministe e sostenere la Chiesa, attraversata da incoerenza e contraddizioni.

A proposito del futuro, che mobilitazione si sta preparando per Ottobre

A ottobre le donne indigene si mobiliteranno per rivendicare delle leggi che riconoscano i nostri diritti al territorio e al rispetto della vita e che caccino le imprese estrattive. Per denunciare il femminicidio indigeno in Argentina. Vogliamo mettere il mondo in stato di allerta e far sì che solidarizzi con le nostre richieste. Dal 7 al 10 febbraio faremo un climate camp nel sud della Patagonia, in una provincia Mapuche. Il campeggio sarà interamente organizzato dal movimento delle donne indigene per il Buen Vivir, con il supporto di altri movimenti e collettivi. Speriamo che da tutto il  mondo arrivino in Patagonia per appoggiare la nostra lotta e sviluppare strategie di resistenza. Dobbiamo unirci per progettare la vita, cospirare per la vita contro i raduni di coloro che fanno affari per la morte.

Intervista di Sergio Zulian, traduzione Miriam Viscusi.

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