Nuovi orizzonti per l'indipendentismo catalano?

23 / 12 / 2018

Il Consiglio dei Ministri spagnolo dello scorso venerdì non verrà ricordato soltanto per essere il primo ad aver avuto luogo a Barcellona in epoca post-franchista, ma anche per le scene di folle repressione poliziesca per le vie del centro storico. La riunione a latere alla Llotja de Mar tra il Primo ministro Pedro Sánchez, accompagnato dai membri del suo governo Mertixell Batet e Carmen Calvo, e il Presidente della Generalitat della Catalogna Quim Torra, ugualmente in presenza degli alleati di governo Elsa Artadi (Junts per Catalunya) e Pere Aragonès (Esquerra Republicana), si inseriva in un percorso iniziato lo scorso luglio nel quale il Governo nazionale di Madrid e l’amministrazione regionale di Barcellona cercherebbero di convergere su di una soluzione bipartisan al problema dell’indipendentismo catalano.

La presidenza di Torra, contestualmente alle decisioni dei partiti azionisti di maggioranza della coalizione di governo (ERC e JxC), si starebbe, difatti, avvicinando sempre di più alla via autonomista rispetto alla rivendicazione politica di secessione, con una preferenza per il rafforzamento delle competenze e della decisionalità politica della Catalogna piuttosto che la fondazione di un vero e proprio Stato-nazione. Sebbene nessun esponente di spicco di partito lo abbia dichiarato apertamente, l’intenzione si può subodorare senza troppe difficoltà, specialmente se si inquadra la riunione tra Madrid e Barcellona nel contesto nazionale e europeo. Un’intuizione che non è sfuggita alla rete dei CDR (Comitès de Defensa de la República), le strutture sparse per tutta la Catalogna che raccolgono l’ala movimentista e radicale della mobilitazione a favore dell’indipendenza. Ragione per cui, di fronte a ciò che è stato percepito come un vero e proprio tradimento da parte dell’establishment catalano, precedentemente allineato sull’indipendenza, è stata indetta una manifestazione nel pomeriggio di venerdì e una dei blocchi della circolazione durante la mattinata. Il bilancio dell’assedio alla Llotja de Mar e del corteo sul Paral.lel e sulla Laietana è di 13 fermati, con 77 feriti tra manifestanti e forze dell’ordine. La polizia ha duramente caricato le migliaia di attivisti e partecipanti, utilizzando granate lacrimogene e proiettili di gomma, alcuni dei quali hanno ferito seriamente i presenti alla manifestazione. Un uomo è stato, infatti, colpito ad un testicolo e operato di urgenza all’ospedale di Vall d’Ebron. Al contenimento e alla repressione poliziesca i manifestanti hanno risposto con lancio di oggetti e barricate di fortuna con i contenitori dell’immondizia, necessari affinché fossero rallentate le cariche degli agenti in antisommossa. I Mossos d’Esquadra hanno pattugliato tutte le vie interessate dai concentramenti dei CDR e disperso gli astanti, anche quando non incappucciati. Un episodio molto grave è accaduto presso la località Ampolla, in cui i reparti della celere hanno fatto irruzione in un posto dove si stava celebrando una festa di compleanno, disperdendo i partecipanti.

Il 21 dicembre ha dunque rappresentato la rottura finale in seno all’indipendentismo catalano, che durante tutto lo scorso anno era riuscito a far convivere idee diverse tra loro di repubblica – da una proposta più neoliberale ad una socialista e femminista – nel significante vuoto della nazione catalana. Una frattura che si è data non solo sui contenuti e sul fine strategico, ma anche sulle pratiche, evidenziando ciò che in nuce si riscontrava da sempre nelle piazze moltitudinarie seguite al referendum del 1 ottobre del 2017: la distanza tra l’ala indipendentista riformista di destra, attenta a operare entro i margini della legalità e delle procedure istituzionali, e i movimenti autonomi o legati alla CUP, che già negli scorsi mesi non avevano mancato di convocare presidi e azioni di blocco dei pedaggi autostradali, delle stazioni e delle rotonde.

Per quale motivo la Generalitat di Torra avrebbe annacquato, se non addirittura abdicato, l’indipendenza? Un’interpretazione plausibile, derivante dall’analisi degli equilibri nazionali e dalla fase politica globale, rimanderebbe all’accordo in corso sui Presupuestos (la manovra finanziaria) firmata da Sánchez e da Pablo Iglesias di Podemos e all’inaspettata ascesa delle destre, tra cui la formazione estremista Vox, alle elezioni regionali andaluse dello scorso 2 dicembre. Se in un primo momento gli indipendentisti catalani che siedono al Congreso di Madrid, i cui voti sono essenziali per l’approvazione dei Presupuestos, diffidavano dall’appoggiare la manovra finanziaria in assenza di una decisione politica a favore dei cosiddetti presos politicos delle mobilitazioni indipendentiste, adesso, con la radicalizzazione del PP e la crescita di Vox e di Ciudadanos, il timore delle destre potrebbe aver portato le forze politiche di sinistra e liberali a serrare i ranghi, come recentemente scritto in questo articolo su Jacobin. Per sventare la minaccia di una progressiva vittoria politica delle destre, un eventuale appoggio alla manovra targata socialisti del PSOE e viola di Podemos, per il momento non confermato da parte degli indipendentisti, si darebbe in cambio di una concessione più morbida rispetto alle rivendicazioni catalane, ad esempio un maggiore margine di autonomia in futuro.

Oltre a ciò, che rimane sul piano delle speculazioni future, una serie di anticipazioni simboliche e concrete sono state messe sul piatto dal Governo di Madrid durante il Consiglio dei Ministri di Barcellona: il riconoscimento dell’ingiuria contro il vecchio presidente della Generalitat fucilato dal regime franchista, Lluis Companys, e il cambiamento del nome dell’aeroporto di El Prat in Josep Tarradellas, un altro presidente; lo stanziamento di 112 milioni di euro per il complesso di strade e autostrade delle quattro provincie catalane. D’altronde, nonostante lo spauracchio dei populisti di destra in Spagna metta con le spalle al muro gli indipendentisti catalani, che certamente non avrebbero vita più facile sotto una coalizione di governo Pp-Vox-Ciudadanos, la ratificazione dei Presupuestos è indispensabile al radicamento dell’opzione progressista PSOE-Podemos. Con tutti i dubbi e le criticità del caso, la legge di bilancio prevedrebbe delle misure in materia economica e non solo più a sinistra dei programmi politici europei degli ultimi anni, come, giusto per citarne alcune, l’approvazione della legge contro la violenza di genere, l’aumento del salario minimo a 900 euro e del finanziamento a università e ricerca, prolungamento dei permessi di maternità e paternità, più poteri alle amministrazioni locali per finanziare il welfare di prossimità e calmierare il mercato degli affitti, la tassazione sui redditi e patrimoni più alti. Portare a casa la legge in questione sarebbe una potente offensiva contro le destre per radicare il consenso elettorale in vista delle europee, delle municipali e di eventuali elezioni nazionali anticipate.

Ad ogni modo, questo inizio inverno ha fatto vedere che il movimento indipendentista catalano non si ridurrà agli accordi tattici e strategici delle forze politiche dei palazzi del potere. I collettivi scesi in piazza sono il segno che il momento populista dell’indipendentismo catalano è giunto ad un punto di non ritorno. Se da una parte alcuni tratti caratteristici del populismo (basso contro alto, nemico esterno, il popolo, ecc.) permarranno all’interno della strategia dei movimenti, allo stesso tempo il significante vuoto del concetto di repubblica e la figura del leader carismatico vengono necessariamente meno, per fare spazio al processo di movimento e di partecipazione dal basso dei CDR, in cui dovranno essere elaborati concretamente i punti del programma socialista, ecologista e femminista delle aspirazioni comunitarie che ne animano le attività.

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