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Ende Gelände, Fridays for Future e le pratiche di lotta

26 / 6 / 2019

Si è conclusa pochi giorni fa l’azione di disobbedienza civile di massa che ha portato al blocco del “distretto del carbone” in Nordreno-Vestfalia, lanciata da Ende Gelände e partecipata da attivisti/e climatici provenienti da tutta Europa.

Dopo sette anni Ende Gelände assoda le pratiche e la struttura che rende possibile la mobilitazione di migliaia di persone –acquisendo forza, visibilità e consenso oltre i confini geografici e simbolici degli/delle “addetti/e ai lavori” – tant’è vero che il carattere inedito di questo appuntamento estivo è stata la convergenza con Fridays for Future. Le azioni di blocco lanciate da Ende Gelände sono infatti coincise con il climate camp europeo di FFF; un concertamento che si è espresso nelle giornate di venerdì 21 e sabato 22 giugno, dove i blocchi del primo e le piazze del secondo hanno dimostrato una comunanza di obiettivi nella lettura politica della crisi ambientale. Non era una connessione scontata. Il movimento transnazionale che ha gremito le piazze dei global strike ha espresso venerdì la volontà di disobbedienza civile come pratica di conflitto, e come prima iniziativa a livello europeo ha assunto il blocco della miniera di carbone. Tale presa di posizione –che si allinea con il portato storico del movimento Ende Gelände, da sempre radicale ed anti-sistemico– mette finalmente a tacere quei tentativi di lettura strumentale che hanno dominato il dibattito politico in vista delle elezioni europee dello scorso maggio. Emerge con forza l’assunzione giovanile di rivendicazione di un cambiamento radicale di sistema. Non c’è stato spazio per i toni tiepidi e le soluzioni graduali. L’uscita immediata dal carbon-fossile, l’individuazione della responsabilità del capitalismo nella devastazione ambientale, la promozione di forme di produzione e consumo alternative sono state le rivendicazioni portate avanti dai/lle giovani di Fridays for Future (FFF) durante il corteo da ottantamila persone che ha sfilato ad Aquisgrana, confermando la necessità di una lettura in chiave anti-capitalista per qualsivoglia movimento per la giustizia ambientale e climatica.

Emerge la consapevolezza e la volontà di individuare responsabili precisi: l’ipocrisia del governo tedesco che millanta una conversione energetica green mentre protegge gli interessi della classe imprenditoriale del carbon-fossile attraverso un apparato repressivo senza precedenti. Proprio l’anno scorso, la regione del Nordreno-Vestfalia ha visto applicare le leggi speciali bavaresi che conferiscono maggior libertà d’azione alla polizia in virtù di situazioni di “pericolo imminente.” Tale legiferazione avviene nella regione delle occupazioni di Hambac e dei blocchi di Ende Gelände e autorizza una serie di misure rivolte ad individui ritenuti pericolosi senza che vi siano reali prove indiziarie: detenzione preventiva, ingiunzioni temporanee, hacking telefonico e raccolta digitale dei dati. Misure che hanno visto forti opposizioni da parte dell’opinione pubblica e che sembrano rivolte proprio contro la dissidenza organizzata dell’attivismo climatico nella regione del carbone.

Tuttavia, le decine di migliaia di persone che nei giorni scorsi hanno raggiunto il nord della Germania per aderire alle iniziative di Fridays for Future ed Ende Gelände dimostrano la volontà di contrastare, anche illegalmente, un sistema politico ed economico che si sta dimostrando cieco di fronte alle prospettive del disastro climatico e sordo alle richieste di agire della società civile. Se nell’ultimo anno quest’ultima si è espressa con forza nelle manifestazioni e nei cortei che hanno visto le piazze di tutto il mondo riempirsi di milioni di persone, la maturazione nella dialettica conflittuale –l’azione diretta proposta da Ende Gelände e accolta da una composizione eterogenea ed internazionale– si dimostra nell’espansione spaziale e temporale di quest’ultimo appuntamento: due giornate di azioni e migliaia di attivisti/e suddivisi nei consueti “finger” hanno permesso il blocco dell’intero distretto minerario. Durante le azioni ci sono stati diversi episodi in cui a fronte dei cordoni di polizia decine di attivisti/e hanno rivendicato la volontà di tentare mini-blocchi “spontanei,” decentrando l’azione e creando disagi durante il trasporto del carbone nelle miniere. 

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