Perché e come abolire la polizia e il carcere

Black Lives Matter ha il merito di portare all’attenzione della collettività proposte che ad alcuni sembrano naïve, ma che sono sostenibili, come quella di cercare alternative alla polizia e al carcere e convogliare sulle politiche sociali i soldi che risparmieremmo così facendo.

10 / 6 / 2020

Dopo l’ennesimo omicidio di una persona di colore e innocente, George Floyd, e con l’espandersi delle proteste che interessano gli Stati Uniti e in diversa misura altri paesi da ormai tre settimane, alcune amministrazioni locali americane stanno discutendo se continuare a finanziare la polizia o se farlo in misura sensibilmente minore, perché anche al loro interno è aumentato il numero di membri favorevoli (9 su 13 nel Consiglio di Minneapolis, la città che ha perso Floyd) alla riduzione degli investimenti in tal senso. Probabilmente servirà un referendum per deciderlo in maniera definitiva, ma la scelta è senza precedenti per gli States. I motivi del rifiuto della polizia come istituzione sono ormai sotto gli occhi di tutti: la violenza non viene quasi mai punita e vige un razzismo sistemico che permette a coloro che indossano la divisa unicamente per sfogare le proprie frustrazioni di uccidere in media 1100 persone ogni anno, in gran parte parte non bianche, e tra queste moltissimi disabili (un terzo secondo uno studio del 2016 della Ruderman Family Foundation). Lo sintetizza bene Ta-Nehisi Coates quando nel libro “Tra me e il mondo” scrive senza mezzi termini al figlio quindicenne: «alla polizia del tuo Paese è stata conferita l'autorità di distruggere il tuo corpo». 

Gli omicidi di stato sono una prassi che non dispiace per niente al presidente Trump, i cui consensi negli ultimi giorni sono scesi vertiginosamente, a vantaggio del candidato democratico alla presidenza, Joe Biden, che però ha già detto che non intende abolire la polizia. Chiedendo di ricordare nomi e cognomi di chi è stato ferito o ucciso senza alcun reale motivo, Black Lives Matter a partire dalla sua fondazione ha portato molti a considerare una serie cambiamenti che altri hanno teorizzato finora con meno successo. 

La loro più recente campagna si chiama «Defund the police», ma in realtà si sta parlando, più che di ridurre i finanziamenti, di abolire del tutto la polizia. Molti attivisti che lo vogliono sono contrari anche al carcere e sono sostenitori della giustizia riparativa, riferendosi ad un più ampio pacchetto di diritti. Quegli stessi diritti che in Italia vengono rifiutati da chi lancia proposte folli come quella della cancellazione del reato di tortura (Matteo Salvini) e persino da quei giornalisti che, non limitandosi alla cronaca, condannano i gesti più plateali di Black Lives Matter, come l’abbattimento o il "vandalismo" su statue di commercianti di schiavi, militari e politici razzisti (è accaduto a Bristol, Londra, Anversa, Birmingham, Richmond), mentre da Milano è stata lanciata la petizione al sindaco Giuseppe Sala per rimuovere la statua dello stupratore Indro Montanelli dai giardini pubblici che portano il suo stesso nome. 

E non poteva mancare il direttore di Repubblica Maurizio Molinari (quello che arrivò a copiare un libro pur di far volutamente confusione tra l’Isis e i suoi oppositori) che presenta ai suoi followers gli attivisti di BLM come affetti da vittimismo, salvo poi rimuovere il tweet. Ma gli abolizionisti sono tutto l’opposto, e non capirlo significa aver sbagliato mestiere. Il motivo per cui danno tanto fastidio alla destra è proprio nella loro capacità di immaginare una nuova società, ossia di avere un’agenda politica. Quando dicono di voler smantellare carcere e polizia chiedono di sostituirle con investimenti per l’istruzione, per il lavoro, per l’edilizia popolare, per la sanità, per il reinserimento sociale, per programmi di prevenzione da ogni forma di violenza e per la risoluzione dei conflitti. Tutte soluzioni che portano benefici perché vanno nella direzione di ridurre le disuguaglianze sociali, sapendo che marginalità e carcere sono estremamente connesse (come dimostra anche in Italia il lavoro di Antigone e delle altre associazioni che monitorano le strutture). Bisogna tenere conto, inoltre, che negli Stati Uniti non c’è una sanità pubblica e curarsi può costare moltissimo persino a chi può permettersi una polizza assicurativa, senza la quale si può essere – 27 milioni di americani - rifiutati dalle cliniche anche in condizioni di emergenza. Stando a delle stime, per curarsi dal Covid-19 una persona non assicurata può spendere fino a 73 mila dollari, mentre chi lo è spenderà comunque quasi 10 mila dollari. 

In questo quadro è chiaro che i soldi risparmiati, rifiutando in toto una certa cultura della pena, potrebbero servire ad arginare le conseguenze di un sistema iniquo. Gli abolizionisti del carcere chiedono: perché insistere nel punire le persone privandole di diritti se già sappiamo che non porterà ad alcun beneficio né a chi ci è condannato, né a chi sta fuori? Il carcere com'è oggi è inutile, perché gli obiettivi che dovrebbe darsi non sono sostenuti al suo interno, mentre potrebbero essere perseguiti all’esterno. Una spinta in questo senso si è avuta già a partire dagli anni Settanta, quando in un penitenziario dello stato di New York, ad Attaca, c’è stata una rivolta che ha portato alla morte di 43 detenuti, scuotendo l’opinione pubblica. Un’organizzazione oggi molto attiva è Critical Resistance, fondata alla fine degli anni Novanta da Angela Davis, Ruth Wilson Gilmore e altri. La sua idea di fondo è che nessuna riforma dei penitenziari potrà bastare: bisogna abolirli definitivamente. 

Riferendosi ai costi e alla struttura, infatti, il teorico dello sviluppo urbano Mike Davis preferisce chiamare il carcere «complesso penitenziario-industriale» e su un modello simile sta in piedi anche la polizia. Critical Resistance nei suoi incontri pubblici fa in modo di arrivarci per gradi: non si concentra sul fatto incontrovertibile che gli afroamericani sono il 12% della popolazione e il 33% dei detenuti, ma predilige il dialogo, soprattutto nei territori dove è prevista la costruzione di nuovi penitenziari. Chiede agli abitanti come li farebbe sentire averne uno nel quartiere e cosa li porta a volerlo o meno. A quel punto presenta le idee per evitare che una persona qualunque finisca in carcere e quali sono le esperienze positive già in atto nel resto del mondo. Ci sono, infatti, paesi che pur mantenendo una forma di difesa hanno deciso da tempo di ridurre al minimo la presenza delle forze armate (cui rimane un compito di pronto intervento) e di azzerare o quasi l’investimento in questo senso. In Rojava il compito delle Forze di Difesa Civile (HPC) è quello di intervenire laddove si verificano le violenze, e non di procurarne di nuove come ha fatto il poliziotto Derek Chauvin che, già conosciuto come violento e certo della complicità dei colleghi, ha tenuto sotto il suo ginocchio Floyd per quasi nove minuti fino a farlo morire. 

Black Lives Matter fa tesoro delle buone pratiche messe in atto altrove quando chiede di scegliere vie alternative alla presenza della polizia, che come il carcere rappresenta un grosso costo. Ma nemmeno l’ex presidente Barack Obama, considerato dai più in riferimento in tema di diritti umani, ha mai proposto qualcosa di più di una riforma. E proprio a Obama rispondeva nel 2014 l’attivista Mariame Koba*, tracciando le uniche proposte accettabili: 

1. Proposte e leggi per garantire risarcimenti alle vittime di violenza della polizia e alle loro famiglie.

2. Proposte e leggi per far sì che gli agenti di polizia stipulino un'assicurazione di responsabilità civile personale a copertura dei costi delle richieste di risarcimento per atti di brutalità o morte.

3. Proposte e leggi per ridurre e re-indirizzare i fondi per la polizia e per il carcere verso altri beni sociali.

4. Proposte e leggi per i comitati di responsabilità civile indipendenti (eletti) della polizia civile con il potere di indagare, disciplinare, licenziare i funzionari di polizia e gli amministratori.

5. Proposte e leggi per arrivare al disarmo della polizia.

6. Proposte per semplificare il processo di scioglimento dei dipartimenti di polizia esistenti.

7. Proposte e leggi per la trasparenza dei dati (su arresti, fermi, finanziamenti, armi, ecc.)

In definitiva, l'unico modo per affrontare il problema della polizia oppressiva è abolirla. Quindi tutte le "riforme" che si concentrano sul rafforzamento della polizia o sulla "trasformazione" della polizia in qualcosa di più invisibile ma ancora più letale dovrebbero essere contrastate.

Sarebbe dunque un atto di cura nei confronti delle comunità che niente ha a che vedere con esperimenti fallimentari come le ronde destrorse o gli assistenti civici non retribuiti in Italia, che mai porteranno benessere. La settimana scorsa Jacobin pubblicava un’intervista in cui il sociologo Alex S. Vitale spiegava appunto che «la parte principale di ciò che la polizia fa ogni giorno a New York sono le chiamate che riguardano casi di salute mentale. Ce ne sono 700 al giorno. Non abbiamo bisogno della polizia per fare quel lavoro, e in effetti non vogliamo che la polizia armata faccia quel lavoro, perché è pericoloso per le persone che hanno queste crisi. [...] La proposta è quella di prendere i soldi spesi per le chiamate alla polizia e trasferirli ai servizi di salute mentale.» Pensiamoci, magari prima che a qualcuno venga in mente di mettere il taser in mano anche agli assistenti civici. Forse questo non sarà il primo grande traguardo di Black Lives Matter, ma il cambiamento di mentalità che può portare a livello globale è di importanza storica. Non possiamo stare a guardare.

*La traduzione delle proposte di Mariame Koba è a cura dell'autrice

Bookmark and Share