da euronomade.info

Quattro tesi sul 7 gennaio 2015

11 / 1 / 2015

 Premessa. Scrivo con più dubbi che certezze. L’oggetto che provo a sezionare fa male, morde al cuore. Tuttavia mi pare non sia più il tempo di buoni sentimenti, di isteriche reazioni o di anime belle che giocano con le parole. 7 gennaio 2015. La data è politica e apre un tempo che rischia di rovesciarsi nell’ennesima lunga notte reazionaria. Il luogo è Parigi, uno dei centri d’Europa – d’Europa ripeto: nessun esagono può contenere gli effetti dell’accaduto, nessuna bandiera nazionale raccontarne le cause o lenirne i dolori. Per affrontarne la tragedia – che da qualsiasi angolo la guardi, tale resta: tragedia odiosa, sporca, insopportabile – mi pare occorra imporsi un esercizio di ragione: sobria, rigorosa, cauta. Perciò quanto segue è poco più, e niente di meno che un primo, parziale e limitato, rozzo strumento per leggere il giorno, e affrontarne le minacce. Da trattare per quello che è: una bozza, un rischio. Ciò che non serve venga buttato via. Se invece qualche direzione può esser sviluppata la si colga, modifichi, trasformi, definisca in pratica. Molte cose accadono ancora in queste ore. Il suono delle sirene in giro per Parigi è assordante. Di certo c’è che solo collettivamente si arriverà, e con tutto il tempo necessario, a capirne di più. Adesso abbiamo bisogno di ragionare: non di sbrodoli narcisi, non della gara a chi è più tagliente nel giudizio, non della rabbia e dell’odio, non dell’ansia di identificarsi o rifiutarsi agli altri. Gli affetti e i desideri che sapremo sviluppare in comune, in queste ore, aiuteranno il lavoro della ragione. Le passioni tristi, la paura e l’odio, qualsiasi forma di solitudine, come ogni chiusura identitaria – saranno vieppiù, oggettivamente ostative all’esercizio del pensiero e di azioni conseguenti. Conta cosa si pensa e come si pensa, oggi più che ieri. Cosa faremo e come lo faremo, più che mai. Punto.

1. Del simbolico. Non mi pare il tempo di giocare ai piccoli critici d’arte – «Charlie mi piace/Charlie non mi piace; Charlie mi fa ridere/Charlie non mi fa ridere; Charlie è un amico politico/Charlie non è un amico politico; Charlie è satira/Charlie è volgare; Charlie è libero/Charlie è islamofobo; io sono Charlie/io non sono Charlie». Grazie a dio il Glavlit è stato sciolto e con lui tutta la melassa demenziale di chi pretendeva di comandare alle più diverse e varie forme dell’espressione umana modi, contenuti e forme corrette. Le forme del gusto e persino quelle del cattivo gusto, per fortuna, non si governano più. Dunque i distinguo raffinati e le indignazioni individuali, oggi, semplicemente, sono posture fuori argomento. Ragionerei piuttosto sul simbolico che viene mobilitato. In questi giorni ho visto delle vignette che sostituivano le silhouettes delle torri gemelle con delle matite. Belle o brutte che fossero queste vignette, direi però: no. Sul piano simbolico – per quanto di politico rivela una tal dimensione – l’11 settembre 2001 e il 7 gennaio 2015 sono incomparabili. Bella o brutta che fosse, la rivista Charlie Hebdo non è il World Trade Center e neppure il Pentagono. L’obiettivo che viene colpito è altro, e mobilita un altro immaginario: le conseguenze di questo giorno avranno dunque un volto diverso. Piaccia o meno: Charlie Hebdo è un settimanale di satira libertaria e scorretta, ateo più che laico, anarcoide più che repubblicano. E, piaccia o meno, si tratta di un giornale che ha segnato l’immaginario di generazioni di persone. Poi, che Charlie Hebdo rifletta costumi, cultura e convinzioni – e quindi anche pregiudizi, tic, impensato – di una parte della società francese, è poco meno che elementare: esercitarsi su questi tic, sui limiti, sui pregiudizi, sui differenziali e gli scarti di tutto ciò da quanto ciascuno di noi può pensare, è in nulla degno e poco utile, adesso. Il 7 gennaio del 2015 è una data politica. Chi di politica non vuole ragionare, abbia almeno pudore di non far mostra di sé. Il 7 gennaio 2015 allude a un modello di società, a un modo di organizzare le istituzioni: apre un campo immenso al nazionalismo, a nuove articolazioni tra forme indite di fascismo con un mix di strategie securitarie da estendere ad ogni centimetro delle nostre metropoli e appelli alla rigidità confessionale, identitaria, culturale, territoriale. Perciò siamo andati, tutte e tutti, in piazza de la République la sera stessa: perché è sui nostri corpi e sulle nostre forme di vita che si è abbattuto il 7 gennaio 2015. C’è un moto di indignazione collettiva che si sta per mettere in piazza, che poi vi si trovino contraddizioni e limiti, rigurgiti neocoloniali e ambiguità, mi pare una ovvietà. Che si debbano indagare le cause profonde di tutto ciò, è altrettanto evidente. Ma qui si gioca una partita secca tra la complessità che abita le moltitudini d’Europa e un immenso dispositivo di identificazione e isolamento di ciascuna e ciascuno di noi. Solo a questo vale dire Je suis Charlie: è un nome collettivo, o il contrario di un nome, anonimo, multiplo, utilizzabile oggi e solo oggi, da tutte e tutti. Chi non ha tempo di rifletterci, per capirlo, se lo prenda, questo tempo.

 Della politica. A République qualche gruppetto si è presentato con delle bandiere francesi, un giovane barbuto ha pensato di dover strappare il corano in piazza. Agli uni è stato, più o meno gentilmente, ma certo assai degnamente, detto di toglier via le bandiere e all’altro che il gesto non era ben accetto, che aveva sbagliato luogo e occasione. Per dire: non è una questione nazionale, e tantomeno di confessione o di convinzioni individuali. Anzi si tratta di evitare che qualcuno faccia della religione una forma di identità coatta, e dei resti esangui dello spazio nazionale una seconda obbligata comunità. Due belle gabbiette. Invero, qui stiamo parlando dell’unico spazio in cui tutti abitiamo: l’Europa multietnica e pluriconfessionale, transculturale e meticcia con le sue metropoli, le sue città e i suoi territori. Se c’è una linea che divide in due il campo di questo tempo è quella che passa tra soggettivazioni multiple e aperte e la guerra tra culture e identità. Una guerra che si può giocare all’interno delle popolazioni europee – come guerra civile tra noi – e all’esterno delle sue frontiere – come nuovo capitolo della guerra globale, ancora una volta costituente l’identità del vecchio continente. Da una parte la via delle moltitudini, dall’altra la solitudine, si diceva un tempo. Da una parte la nostra intelligenza collettiva, dall’altra l’identitarismo più nero. Che questa intelligenza collettiva prevalga, dipende dalle azioni che metteremo in campo, dalle modalità di queste stesse azioni, dal modo stesso in cui decidiamo di ragionare sul 7 gennaio 2015. Non aiutano le patetiche ricostruzioni dietrologiche, le teorie del complotto, i fantasmi del grande fratello. Non aiutano oggi come non hanno mai aiutato. E non serve a nulla neppure carezzare il ventre molle dell’ortodossia e seguire la danza macabra del Tak-Taks. Da una parte stanno l’arte della guerra, le passioni militari e i kalashnikov, la polizia, gli eserciti, gli stati e i loro governi; dall’altra il rifiuto della guerra e le ragioni della pace e della sicurezza delle moltitudini europee. La grammatica che scegliamo per ragionare sul 7 gennaio 2015 è altrettanto importante delle posizioni e delle azioni che sceglieremo di intraprendere.

3. Genealogia. Qualcuno ha detto: non facciamo gli ipocriti. D’accordo, allora: ogni logica di vago rassemblement indistintamente comunitario, peggio se comandato dall’alto dell’unità repubblicana, è da rifiutare come parte del problema che vogliamo combattere. Ma chi ha deciso che lo spazio dell’indignazione collettiva vada lasciato a quattro governanti in doppiopetto e a un discorso istituzionale che in Francia come altrove è escludente e violento? Cosa ci fa pensare che non sia una occasione questa, per contendere il campo dell’immaginario pubblico al doppio identico stato di polizia-terrore confessionale? Forse bisognerebbe avere l’umiltà di seguire i processi, osservarli, attraversarli prima di darne un giudizio. Se poi volessimo ragionare di quanto accade e iniziare a scavarne una qualche genealogia, se volessimo sezionare la radicalizzazione confessionale che pare attraversare larghi strati sociali, come anche le chiusure identitarie e neofasciste che riprendono il battere del presente, basterebbe con umiltà ripercorrere le rotte delle migrazioni internazionali, ma stavolta fermandosi a celebrare i morti che i vari dispositivi securitari alle frontiere disseminano dappertutto, e ripercorrere le guerre con le quali i governi di ogni colore, da decenni segnano il profilo euroatlantico. Per poi tornare a guardare i nostri territori, incontrare il quotidiano senza salario, l’acutizzarsi di nuove povertà, il moltiplicarsi di faglie e linee di esclusione, la colpevolizzazione e la criminalizzazione di comportamenti spesso disperati e scomposti e tuttavia, fondamentalmente legati alla ricerca di un modo di campare: basta dedicare un poco di tempo ad osservare la vita di un paio di generazioni giovani, intelligenti, vivaci, brillanti, piene di immaginazione e tuttavia costrette all’infinita ripetizione d’un destino di sfruttamento. Basta raccogliere tutto il lavoro immateriale, cognitivo, colto, sapiente che non viene pagato, contare tutto il profitto che si ricava dall’inclusione differenziale disposta nella sistematica rinuncia ai diritti in nome dell’economia, al welfare e all’educazione in nome delle regole di bilancio. In sintesi: basta guardare in faccia l’austerity o quella che Jean Clet Martin ha chiamato la commedia umana del debito che regna sulla scena mondiale. E trarne le conseguenze, anche e soprattutto in termini di invenzione politica, di capacità di utilizzare e allargare tutti gli spazi possibili per ribaltare l’Europa e renderla spazio praticabile per la lotta contro le molteplici forme dello sfruttamento. La lotta per la libertà, contro fondamentalismi e fascismi, ci spinge a utilizzare, con ancora più determinazione, ogni possibilità, ogni occasione per rompere il cerchio incantato dell’“estremismo di centro” che ha dominato l’Europa, nel segno del “non c’è alternativa”: e l’anno che si apre chiederà ai movimenti sociali il più lucido impegno sperimentale, per la trasformazione reale e immediatamente praticabile dei rapporti di forza. Altro che unità nazionali emergenziali o lotte identitarie: utilizzeremo, con ancora più convinzione, ogni occasione politica che possa servire ad affermare l’Europa come terreno postnazionale e postsovrano di conflitto contro le molteplici ed eterogenee forme dello sfruttamento e dell’oppressione.

4. La marcia. In un tempo lontano, il cittadino francese rifiutò il suo nome al giudice e disse proletario. Archeologia. In un altro tempo, meno lontano, l’uomo con la pipa e il passamontagna trovò il modo di togliersi lo scarpone incrostato di fango dopo una lunga marcia e poi rispose, a chi gli chiedeva chi sei?: sono gay, sono lesbica, sono nero, sono asiatico, sono chicano, sono anarchico, sono palestinese, sono un indio maya, sono ebreo, sono zingaro, sono un mohwak, sono un pacifista, sono una donna sola in metropolitana, sono un contadino senza terra, un membro di una gang in una baraccopoli, un operaio senza lavoro, uno studente infelice, sono uno specchio. Ci volle il boato delle torri gemelle per provare a coprire quella voce sottile. E il tentativo di silenziarla, tuttavia fallì. Fu il tempo di una autonoma e ricchissima stagione di democrazia radicale. Anche allora fu un florilegio di distinguo, anche allora i tenori dell’ortodossia rivoluzionaria esercitarono l’arte della distinzione tra amici e nemici politici, anche allora ci furono esperti di tattiche militari, campioni di retorica guerresca, piccoli spiriti mascherati da goffi segni virili. Prevalse tuttavia il respiro della democrazia radicale, e il corpo collettivo del movimento globale, compagne e compagni – o come si diceva allora con grande scandalo di alcuni, sorelle e fratelli – prese un’altra direzione. Uscimmo dall’angolo in cui la spirale della guerra e del terrore ci chiudeva, e trovammo le piazze. Oggi, l’uomo con la pipa e il passamontagna non c’è più, ha passato la mano, adesso ha un nome proprio. E tuttavia ancora una volta la violenza delle armi prova a coprire la voce di chi risponderebbe ancora con quel lungo elenco, all’odiosa domanda del potere: chi sei?

Ma oggi, prima di rispondere, occorre riallacciare gli scarponi. E riprendere a marciare.

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