Road to Palestine, day 1 - Gerusalemme. Quando l’Apartheid cancella anche la storia

Non di sola segregazione vive l’apartheid. Tra omissioni e rimozioni, i tentativi di cancellazione della popolazione palestinese passano anche attraverso il revisionismo della storia.

20 / 5 / 2022

La mappa disegnata sul muro dell’ostello mostra la città vecchia divisa in diversi colori, con i luoghi sacri in evidenza. Attorno alle mura, i nomi delle porte sono quelli che trovi nei libri di storia antica che raccontano di quando i legionari romani espugnarono Gerusalemme distruggendo il tempio di Re Salomone nel 70 d.C. Oggi ne rimane solo il muro ovest, il muro del pianto, luogo tra i più sacri dell’ebraismo. Tramite una passerella si arriva alla spianata delle moschee, dove ci sono la Cupola della Roccia e la Moschea di Al Aqsa. Di qui il profeta Maometto sarebbe partito per il suo viaggio in cielo. Motivo per cui è il terzo luogo più sacro dell’Islam (dopo la Mecca e Medina).

Fuori dalla cerchia delle mura della città vecchia il monte degli ulivi sovrasta il giardino dei Getsemani e la tomba di Maria. Assieme al Santo sepolcro furono la giustificazione addotta dai crociati per conquistare la città nel 1099, “sguazzando nel sangue fino al ginocchio” secondo le cronache dell’epoca.

E anche oggi i luoghi santi delle tre religioni monoteiste diventano carburante per alimentare nuovi conflitti e persecuzioni. Nel 2000 la provocatoria visita di Ariel Sharon sulla spianata delle moschee diede avvio alla seconda Intifada. Oggi il luogo continua ad essere al centro delle tensioni.

Un cartello all’imbocco della passerella che porta alla spianata, firmato dal rabbino capo di Israele, avvisa i credenti ebrei che “in accordo con la legge della Torah”, in quel luogo, che è l’ex tempio di Re Salomone, non è consentito loro l’accesso. Ma secondo consistenti fazioni del nazionalismo religioso israeliano è venuto il tempo di demolire le moschee e ricostruire il tempio. Una prospettiva che farebbe esplodere la rabbia che viene covata sotto pelle.

Per le strade notiamo stuoli di grosse telecamere e un esercito di poliziotti e soldati israeliani, molti dei quali giovanissimi, messi a guardia di una “normalità” a prima vista fatta di negozietti che vendono simboli delle tre religioni e di locali per turisti dove i bambini palestinesi lavorano mentre a pochi passi i loro coetanei israeliani, vestiti di tutto punto, partecipano a cerimonie religiose o vanno nei “musei” a vedere video di propaganda.

Nella stanza che costituisce una sede del “Museo dell’Indipendenza”, nell’antico quartiere ebraico, un video, composto di testimonianze sempre e solo di parte israeliana, racconta la battaglia del 1948 per il controllo del quartiere come un’inspiegabile aggressione di “arab gangs” alla popolazione ebraica costretta ad un’eroica difesa fino alla resa alle truppe giordane a cui fece seguito la distruzione del quartiere stesso sino all’occupazione israeliana del 1967. I palestinesi non esistono, non esiste la loro cacciata (Al Nakba), non è dato sapere se i combattenti ebrei fossero o meno originari del luogo e persino i vertici del nascente Stato d’Israele vengono sostanzialmente criticati per aver accettato nel 1949 un armistizio che divideva in due Gerusalemme. Un perfetto esempio di narrazione storica che ha come unico scopo giustificare la cancellazione dell’altro.

Ma non ci si limita solo a questo. Si può usare la storia come strumento per cancellare fisicamente l’altro, per abbatterne le case e costringerlo ad andarsene. È quanto accaduto alle famiglie palestinesi le cui abitazioni, subito fuori dalle antiche mura, sono state abbattute per far posto ad un nascente parco archeologico. “La città di Davide. Dove tutto è cominciato” dicono i cartelli. 

Non sappiamo se le fondamenta di antichi edifici che vediamo emergere dal terreno risalgono davvero ai tempi del sovrano biblico. Ma il messaggio propagandistico è chiaro: “Qui c’eravamo prima noi, ci siamo tornati e ci resteremo per sempre”. La prassi che ne consegue è brutale: cacciare chi non viene considerato parte di quel “noi”, dalla narrazione “storica” alla pulizia etnica, la strada percorsa da tutti i nazionalismi.

Oltre le mura della città vecchia si intravede “il muro dell’Apartheid”.  È così come viene definita quella barriera di 710 km di lunghezza che lo Stato di Israele ha costruito per separare i territori di cui si è impadronito da quelli lasciati (per quanto ancora?) ai palestinesi. Con la sua altezza di otto metri è imponente, ma i luoghi della città vecchia da cui lo si può intravedere sono molto pochi: solo un attento osservatore riesce a scorgere quella linea di cemento tra i palazzoni in lontananza. Neanche il percorso dell’autostrada da Tel Aviv a Gerusalemme consente di vederlo e mentre ci chiediamo se questo sia voluto, non possiamo non notare la presenza costante di bandiere israeliane lungo la strada.

Del resto, anche l’inquietante presenza di polizia ed esercito non è esibita quando non lo si ritiene necessario. Lo stesso schema è stato messo in atto al nostro arrivo anche all’aeroporto di Tel Aviv. Il continuo passaggio tra corsie e tornelli, l’espletare pratiche non necessarie per i cittadini israeliani a cui sono invece riservate corsie di passaggio preferenziali, avveniva in un contesto apparentemente smilitarizzato: poche le forze di esercito e polizia incontrate durante le fasi di sbarco, addirittura meno di quelle incrociate all’aeroporto di partenza. Il controllo minuzioso dei nostri passaporti e la valutazione della nostra legittimità a permanere sul territorio in cui eravamo atterrati, avveniva invece scrupolosamente dal personale civile impiegato. Un sistema di controllo sempre più affinato in cui la burocrazia pesa quanto le armi.

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